Ha (solo...) raccontato la propria vita in sei libri. In Norvegia è una star. E ora in Italia...
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| LA LETTERA DELL'EDITORE ITALIANO, LUIGI SPAGNOL, PER PRESENTARE IL LIBRO Per il cuore la vita è semplice: batte finché può, poi si ferma “Per il cuore la vita è semplice: batte finché può, poi si ferma”. Incomincia così uno dei libri più straordinari non solo tra quelli che ho avuto la fortuna di pubblicare, ma tra tutti quelli che ho mai letto. Karl Ove Knausgård, scrittore norvegese già molto apprezzato dalla critica nazionale, giunto all’età di quarantadue anni si è buttato in un’impresa folle, con lo sprezzo delle convenzioni di cui solo i veri geni sono capaci: raccontare semplicemente la propria vita, fino a quel momento non particolarmente avventurosa o eccezionale, in una serie di sei corposi volumi. Il suo editore, Aschehoug, non era nuovo a queste sfide. Poco meno di vent’anni prima aveva ricevuto una lettera da un altro suo autore, un certo Jostein Gaarder, che lo ringraziava per aver deciso di pubblicare il suo libro nonostante fosse evidente a tutti che non avrebbe venduto una sola copia. Il libro era, ovviamente, Il mondo di Sofia. Eppure, nemmeno quell’editore avrebbe potuto immaginare di trovarsi costretto, a causa delle richieste dei lettori, a stampare i successivi due volumi di La mia lotta nel giro di pochi mesi e tutta la serie di sei entro l’anno; di scalare le classifiche dei libri più venduti non solo del momento ma di tutta la storia dell’editoria norvegese; di vendere i diritti di traduzione ai migliori editori dei principali paesi. Quali possono essere le ragioni di tanto successo? Credo che la risposta risulti chiara a chiunque incominci a leggere il libro. La verità, l’urgenza e la personalità della scrittura di Knausgård saltano immediatamente all’occhio; la sua narrazione è sempre appassionante ed emozionante, le sue osservazioni profonde e originali, la lettura ne risulta addirittura compulsiva. In uno dei suoi quadri forse più intensi, Van Gogh dipinge le proprie scarpe: un soggetto apparentemente privo d’interesse, ma affascinante se dipinto da Van Gogh. In sei volumi non meno intensi, Knausgård racconta la propria vita, una vita qualsiasi, con i drammi, le tragedie, le gioie, le delusioni e i tradimenti che più o meno sono comuni a tutte le vite, ma emozionante e avvincente se raccontata da Knausgård. Da un certo punto di vista, le scarpe di Van Gogh rappresentano il trionfo della pittura, in grado di trasfigurare qualsiasi soggetto; allo stesso modo, La mia lotta rappresenta il trionfo della letteratura, capace di rendere appassionante qualsiasi storia.
LO SPECIALE
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Questo sì che è un caso letterario. Arriva dalla Norvegia, e (per fortuna) per una volta non si parla di noir scandinavo. Karl Ove Knausgård, già definito dalla critica locale il "Proust norvegese", ha deciso di raccontare la propria vita in un libro. Niente di nuovo, apparentemente. La letteratura "ombellicale" (amata-odiata da pubblico e critica) ha da sempre rappresentato una componente importante (e discussa) della narrativa mondiale. Ma Karl Ove Knausgård ha fatto qualcosa di diverso. Scrittore già noto prima di tentare quest'impresa (sospesa tra autobiografia e finzione), ha pubblicato in pochi mesi cinque dei sei volumi previsti (attualmente l'autore sta lavorando al sesto) per mettere su carta la propria esistenza. In Italia il 21 ottobre Ponte alle Grazie (Gruppo Gems), manderà in libreria il primo, "La mia lotta (1)". In Norvegia (meno di cinque milioni di abitanti) ha già venduto 200.000 copie, e i diritti della sua "Bibbia personale" sono già stati venduti (oltre che in Italia) anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Spagna, in Francia, in Germania, in Finlandia, nei Paesi Bassi, in Danimarca, in Svezia, in Bulgaria e in Ungheria.
UNA STAR IN NORVEGIA - In Norvegia Karl Ove Knausgård ha ormai un’accoglienza pari a quella di una rockstar. Tanto per capirci, ospite di una trasmissione tv di successo pochi giorni fa, è dovuto uscire dalle porte di servizio per l’assalto dei fan. Inoltre, una rivista – è notizia ancora ufficiosa – lo incoronerà l’uomo più affascinante della Norvegia.
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L’AUTORE - Karl Ove Knausgård è nato a Oslo nel 1968. Ha studiato letteratura all’Università di Bergen e vive a Malmö, in Svezia, con la moglie e i loro tre figli. Nel 1991 ha pubblicato il suo primo romanzo, Ute av Verden (Fuori dal mondo), che ha vinto il premio della Critica Norvegese. Il suo secondo, En tid for alt (Un tempo per tutto) è stato giudicato tra i migliori 25 romanzi norvegesi di tutti i tempi, è stato selezionato per diversi premi ed è rimasto saldamente ai vertici della classifica di vendite per oltre 25 settimane. Dopo il successo di La mia lotta, di cui in Norvegia sono stati pubblicati finora i primi quattro volumi, è diventato la stella più luminosa del firmamento letterario norvegese, punta di diamante della letteratura scandinava.
SU AFFARITALIANI.IT IN ANTEPRIMA LE PRIME PAGINE DI "LA MIA LOTTA (1)" DI KARL OVE KNAUSGÅRD
Traduzione di Lisa Raspanti
(per gentile concessione dell'editore Ponte alle Grazie)
PER IL CUORE LA VITA È SEMPLICE: batte fi nché può. Poi si ferma. Prima o poi, un giorno o l’altro, quel movimento pulsante si arresta da solo e il sangue inizia a scorrere verso i punti più bassi del corpo, dove si accumula in un piccolo ristagno, visibile dall’esterno come una chiazza scura e molle sulla pelle sempre più bianca; intanto la temperatura scende, gli arti si irrigidiscono e i visceri si svuotano. I mutamenti di queste prime ore avvengono così lentamente e vanno avanti con una tale sicurezza da avere in sé un che di rituale, come se la vita capitolasse secondo determinate regole, una specie di gentlemen’s agreement, a cui si conformano anche i rappresentanti della morte, mentre aspettano che la vita si sia ritirata, prima di cominciare l’invasione del nuovo territorio. Da quel momento, però, non si torna indietro. Nessuno può fermare gli enormi sciami di batteri che cominciano a diffondersi all’interno del corpo. Se avessero tentato solo poche ore prima, avrebbero incontrato subito resistenza, ma ora tutto è immobile intorno a loro, e si spingono sempre più giù nell’umida oscurità. Raggiungono i canali di Havers, le cripte di Lieberkühn, le isole di Langerhans. Raggiungono le capsule di Bowman nei reni, la colonna di Clarke nel midollo spinale, la sostanza nera nel mesencefalo. E raggiungono il cuore. È ancora intatto, ma privo del movimento che è lo scopo di tutta la sua struttura, ha in sé una strana desolazione, come una fabbrica che gli operai hanno dovuto abbandonare in fretta e furia, si potrebbe pensare, le ruspe immobili con la luce gialla dei fari puntata contro l’oscurità della foresta, le baracche deserte, la fi la di casse che pendono
cariche dalla funivia lungo il fi anco della montagna. Nello stesso istante in cui la vita abbandona il corpo, esso diventa proprietà del mondo dei morti. Le lampade, le valigie, i tappeti, le maniglie delle porte, le fi nestre. I campi, le paludi, i ruscelli, le montagne, le nuvole, il cielo. Niente ci è estraneo. Siamo continuamente circondati da oggetti e fenomeni del mondo dei morti. Tuttavia, poche cose ci mettono più a disagio che vedere un uomo intrappolato al suo interno, per lo meno a giudicare dagli sforzi che facciamo per mantenere i corpi morti lontano dalla nostra vista. Negli ospedali più grandi, non solo vengono segregati in apposite stanze inaccessibili; anche le vie per raggiungerle sono nascoste, con ascensori e corridoi sotterranei riservati e, anche se qualcuno dovesse per caso perdercisi, i cadaveri trasportati sui lettini sono sempre coperti. Quando poi devono essere portati via dall’ospedale, accade da un’uscita a parte, in auto con i vetri oscurati; in chiesa c’è una stanza apposta per loro, senza fi nestre; durante il funerale restano chiusi nelle bare, fi no a che non vengono calati nella terra o bruciati nei forni. È diffi cile vedere in queste procedure dei fi ni pratici. I cadaveri, per esempio, potrebbero benissimo essere trasportati scoperti nei corridoi degli ospedali ed essere prelevati in un comune taxi, senza che questo rappresenti un rischio per nessuno. L’anziano che muore al cinema può tranquillamenterimanere seduto nella sua poltrona fi nché il film non è fi nito e anche durante lo spettacolo successivo. L’insegnante colto da un infarto nel cortile della scuola non deve per forza essere portato via al l’istan te, non c’è niente di male se resta lì sdraiato fi nché il bidello non ha tempo di occuparsi di lui, anche se bisogna attendere il pomeriggio o la sera. Se un uccello dovesse posarsi su di lui e beccarlo, che importanza avrebbe? Forse ciò che lo aspetta nella tomba è meglio solo perché non lo vediamo? Finché i morti non danno fastidio, non c’è motivo di affrettarsi: non possono certo morire un’altra volta. Il freddo dell’inverno, poi, dovrebbe essere l’ideale. Senzatetto che muoiono di freddo sulle panchine e nei portoni, suicidi che si gettano da palazzi e ponti, donne anziane che cadono dalle scale, vittime di incidenti sedute nelle loro auto accartocciate, il ragazzo che mezzo ubriaco cade in mare dopo una serata fuori, la bambina che fi nisce sotto l’autobus: perché questa fretta nel nasconderli? Per decoro? Cosa ci sarebbe di più decoroso che se il padre e la madre della bambina la vedessero un’ora o due più tardi, mentre giace nella neve vicino al luogo dell’incidente, con la testa fracassata ben visibile, così come il resto del corpo, i capelli intrisi di sangue e la giacca a vento immacolata? Esposta al mondo, senza segreti, così rimarrebbe là sdraiata. Ma persino quell’unica ora nella neve è impensabile. Una città che non tiene i propri morti lontano dalla vista, dove si possono vedere nelle strade e nei vicoli, nei parchi e nei parcheggi, non è una città, ma un inferno. Non importa che questo inferno rispecchi il nostro modo di vivere in maniera più realistica e veritiera, se visto in profondità. Sappiamo che è così, ma non vogliamo vedere. Da qui l’azione di rimozione collettiva di cui l’occultamento dei morti è espressione. Non è però facile dire cosa venga rimosso esattamente. Non certo la morte in sé: la sua presenza nella società è troppo diffusa perché accada. La quantità di morti che ogni giorno vengono citati nei quotidiani o mostrati nei telegiornali varia a seconda delle circostanze, ma da un anno al l’altro probabilmente il numero è più o meno costante e, dal momento che è divulgato su così tanti canali, praticamente inevitabile. Quella morte non sembra però minacciosa. Anzi, è qualcosa che desideriamo e che paghiamo per vedere. Se poi si prendono in considerazione le smisurate quantità di morti prodotti dalla fi ction, il sistema che vuol tenere i morti lontano dalla nostra vista diventa ancora più incomprensibile. Se la morte come fenomeno non ci spaventa, perché dunque tanto disagio davanti ai cadaveri? Deve signifi care o che esistono due tipi di morte o che esiste un contrasto tra il modo in cui ci immaginiamo la morte e il modo in cui essa si manifesta nella realtà, che in sostanza si riassume così: l’essenziale è che il modo in cui ci immaginiamo la morte sia talmente radicato nella nostra coscienza che non solo ci sentiamo scossi quando vediamo che la realtà devia da esso, ma cerchiamo anche di nasconderlo con tutti i mezzi. Non come risultato di una rifl essione cosciente, come avviene per i riti, per esempio la sepoltura, il cui contenuto e signifi cato nel nostro tempo è mutevole ed è dunque stato trasferito dalla sfera dell’irrazionale a quella del razionale, da quella collettiva a quella individuale. No, il modo in cui portiamo via i morti non è mai stato oggetto di discussione, è sempre stato semplicemente qualcosa che si fa, per una necessità che nessuno può spiegare, ma che tutti conoscono: se tuo padre muore in giardino in una ventosa domenica d’autunno, lo porti in casa appena puoi e, se non puoi, lo copri almeno con una coperta. Ma questo non è l’unico impulso che abbiamo in rapporto ai morti. Ugualmente sorprendente come il fatto che tutti i cadaveri vengono nascosti, è che vengano portati sottoterra il più alla svelta possibile. Un ospedale che metta i suoi morti in alto, le sale per l’autopsia e l’obitorio all’ultimo piano, è pressoché impensabile. I morti vengono tenuti il più possibile vicino al suolo. E lo stesso principio è applicato agli uffi ci che si occupano di loro: una società di assicurazioni può benissimo avere sede all’ottavo piano, ma non certo un’impresa di pompe funebri. Tutte le pompe funebri sono il più possibile vicino al livello della strada. Non è facile dire perché; si potrebbe pensare che sia dovuto a una vecchia convenzione che aveva inizialmente uno scopo pratico, come per esempio che la cantina era fredda e dunque più adatta a conservare i cadaveri, e che questo principio siastato mantenuto persino nella nostra epoca di congelatori e celle frigorifere, se non fosse per l’idea che portare i morti in alto sembra contro natura, quasi che l’altezza e la morte si escludessero a vicenda. Come se fossimo in preda a una specie di istinto ctonio, qualcosa nel profondo che vuole trascinare i nostri morti giù nella terra da cui siamo venuti. (continua in libreria...)



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