Installo, dunque sono
di Isabella Goldmann
Oggi è il Salone del Mobile, ieri era la Biennale di Architettura di Venezia, l’altro ieri chissà cos’era. Sono esposizioni periodiche concrete, da cui il mercato si aspetta indicazioni, e dove vengono invitati a esporre professionisti “veri”, quelli che “fanno” le cose, oltre a che pensarle, quelli che dovrebbero portare proposte costruibili domattina, studiare prodotti che risollevino l’economia, aiutare le aziende a mettere sul mercato oggetti o manufatti intelligenti.
Costoro accettano l’invito, mesi prima, e poi iniziano, mummble mummble, il processo creativo. Ognuno di noi sarebbe tentato di aspettarsi da costoro un contributo determinante alla evoluzione produttiva del Paese, perché questo è quello che a loro viene richiesto.
Errore.
Non è questo che viene richiesto. A loro viene richiesto di pensare. E basta.
Se poi ad alcuni di loro succede di passare ai fatti, è solo grazie all’intervento di forze intellettive e propulsive proprie e del tutto opzionali.
Il risultato di questa abitudine consolidata al blocco del pensiero davanti al salto della staccionata, quella che separa dalla realtà, è che noi, povero pubblico di Fiere ed Esposizioni “concrete”, sempre più spesso veniamo chiamati a visitare invece “installazioni”. Dicasi installazione tutto ciò che serve a pochissimo, se non a nulla, ma che a guardarla bene, è costata un mucchio di soldi a metterla in piedi.
Il vero nodo è serio perché ha un fondo psicotico: perché oggi alcuni architetti o designers, se producono subito un oggetto vero che funziona, si sentono sminuiti? Perché il loro desiderio massimo è di fare soprattutto arte?
E soprattutto: perché viene loro concesso, soprattutto dagli sponsors, di “installare” e basta, lanciando spunti di riflessione che fatalmente sono destinati in grande parte al macero? Ma ci sono davvero oggi sul mercato tutti questi soldi da buttare via?
Ognuna delle “installazioni-opere d’arte” che costellano il Fuori Salone di quest’anno, e sono molte, farebbero credere di si. Uno spreco infinito di risorse, di materiali, un costo ambientale ed economico insostenibile, una manifestazione di economia antietica raccapricciante.
So che i puristi del pensiero creativo potrebbero andare in debito d’ossigeno davanti a tale osservazione.
La mia invece vuole solo essere una proposta concreta, resa ancora più concreta dal momento storico ed economico che stiamo vivendo.
Oggi credo che a ogni manifestazione espositiva si chieda innanzitutto un segnale di senso.
E’ la cosa più difficile che ci sia. Per questo lo sforzo richiesto oggi è molto maggiore.
Per questo alle esposizioni di mercato bisogna avere il coraggio di ridare oggi un senso di mercato, portando tutte proposte compiute, nella forma e nella sostanza.
E lasciare la ricerca di pensiero alle manifestazioni di pensiero .
E’ solo una questione di chiarezza. E di efficacia.
Peccato che sia un termine senza senso.
Da "Il Meglio è Possibile"



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