Oltre Hessel/ In attesa dello Strega, Luciana Castellina invita alla ribellione
| LUCIANA CASTELLINA POSSIBILE SORPRESA ALLO STREGA? LO SPECIALE
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![]() La copertina |
Secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, potrebbe essere lei, tra le fondatrice del Manifesto, la sorpresa al premio Strega 2011 (i particolari nel box a destra, ndr). Nel frattempo, Luciana Castellina, che punta alla cinquina del premio letterario più importante con La scoperta del mondo (Nottetempo), torna in libreria per Aliberti, con "Ribelliamoci. L'alternativa va costruita". Il volume raccoglie le sue riflessioni sull'indignazione francese di Stéphane Hessel (autore del "piccolo" bestseller dell'anno), e sui "motivi per indignarsi". Il libro, con la prefazione di Don Gallo, contiene i contributi di Margherita Hack, Gianfranco Mascia del Popolo Viola, Germano Nicolini, “Comandante Diavolo”, Tino Tellini dell’Isola dei Cassintegrati, Marco Travaglio ed Enrico Vaime.
Spiega la Castellina: "Si tende a pensare che la propria generazione sia migliore di quelle che le sono succedute. Se a me piace molto il vecchissimo Stéphane Hessel, che di anni ne ha novantadue, undici più di me che pure sono Matusalemme, è proprio perché, anziché chiudersi nella nostalgia del suo passato, lo usa come un altoparlante per mobilitare i giovani cercando di dar loro il massimo della fiducia. E li chiama a tramandare quanto di meglio è stato fatto prima che nascessero. Ecco la parola che, insieme a indignazione, ribellione e responsabilità, vorrei esaltare: tramandare. Perché un passaggio di testimone è indispensabile per dar senso alla storia dell’umanità. Quanto ci è richiesto è uno straordinario e prolungato impegno, proprio come accaduto nel corso della storia, durante i momenti alti delle rivoluzioni. Ma che ora occorrerà spalmare su anni. E in questo quadro va ritrovato anche il desiderio della rivoluzione più ardua: la trasformazione dell’essere umano. Questo sì che mi indigna. Mi indigna che proprio di questo obiettivo, pur centrale in tutte le grandi utopie, dal cristianesimo al comunismo, nemmeno più si parli. E che, anzi, se qualcuno si azzarda a dire che va trasformato il soggetto stesso della storia, viene messo a tacere come fosse un balordo".
L'AUTRICE - Luciana Castellina è nata a Roma nel 1929. Si iscrive al Pci nel 1947, ma ne viene radiata nel 1969 quando entra nel gruppo del Manifesto, di cui diviene una delle voci piú autorevoli. Giornalista e scrittrice, è stata deputata nazionale nella VII, VIII e IX legislatura, e deputata europea dal 1979 al 1999. Tra le sue pubblicazioni più recenti Il cammino dei movimenti (2003), Cinquant’anni d’Europa. Una lettura antiretorica (2007), Eurollywood (2009). Luciana Castellina è in libreria anche con il diario della sua iniziazione politica: La scoperta del mondo (Nottetempo). 
SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Aliberti)
Riflessioni di un’italiana sull’indignazione francese di Stéphane Hessel
di Luciana Castellina
È straordinario: il messaggio chiuso nella bottiglia di una piccolissima casa editrice della provincia francese ha prodotto una reazione a catena che nessun altro discorso politico aveva suscitato. Oltralpe, delle trenta paginette di Indignez vous è stato venduto quasi un milione di copie mentre in altri Paesi di quell’appello è giunta una grande eco che poi, forse senza un rapporto diretto, si è estesa al di là del Mediterraneo: perché è coincisa con la catena di ribellioni che ha scosso l’intero mondo arabo. Quasi che il vecchio partigiano Stéphane Hessel, coautore della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, avesse capito che il momento era maturo perché la gente tornasse finalmente a indignarsi per lo stato del mondo. Così ha dato una scossa a tutte e tutti e ci ha costretto a tornare a riflettere. Perché non è vero che l’indignazione esclude la ragione, ma è vero il contrario: se non ci si indigna prevale il sonno della ragione (e si producono mostri). Qualcuno ha storto il naso: «Indignarsi è un’espressione solo morale». Scusate se è poco: se non ci fosse stata anche una rivolta etica non si sarebbero fatte le grandi rivoluzioni.
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Leggendo Hessel ho ripensato anche io alle mie indignazioni per vedere cosa avevano prodotto nel corso della mia vita e cosa dovrebbero ancora produrre. La prima volta che mi sono indignata – ricordo – dovevo avere cinque o sei anni: mi avevano detto che no, non avrei potuto fare il facchino, il mestiere che sceglievo quando, come a tutti i bambini, mi veniva chiesto cosa avrei voluto fare da grande. Portare i bagagli – allora le valigie con le rotelle non c’erano – mi avrebbe consentito di restare sempre nell’atmosfera che più mi emozionava: quella eccitante della stazione, con i treni in partenza, il miraggio dell’avventura, la prospettiva fantastica del viaggio. No, non avrei potuto realizzare il mio sogno – mi dissero – perché ero femmina. Debole. Ho reagito nel modo peggiore perché all’indignazione suscitata dalla scoperta della discriminazione di genere non ho fatto seguire la ribellione. Per molti anni ho patito cercando di somigliare il più possibile a un uomo e relegando il mio essere femmina alla clandestinità. Solo tardi, grazie al femminismo, ho scoperto che, anche se non mi consentiva di fare il facchino, il mio genere non era una menomazione, un disvalore, bensì una differenza. Così ho smesso di dissimulare e di rassegnarmi al misero obiettivo della cosiddetta parità fra maschi e femmine – fondato sulla mistificazione secondo cui esisterebbero esseri neutri (in realtà disegnati sul modello maschile) – e ho cominciato a battermi per dar valore all’essere donna.
Ecco. L’indignazione è sempre la premessa, ma occorre un seguito: la ribellione. Io, all’epoca e poi per molti decenni, non fui capace di averla. A corollario di quella prima volta, l’indignazione che provo ora è per il fatto che siano le donne a dover scendere in strada a riscattare l’onore del loro genere compromesso dal bunga bunga. E che i maschi, al massimo, solidarizzino, mentre chi esce molto peggio da Arcore e dintorni sono proprio loro, per l’immagine che da lì viene data della loro identità sessuale e dell’idea che si fanno del ruolo delle donne in politica («Lei ha un bel corpo da assessore». Così il candidato sindaco Cetto Laqualunque-Antonio Albanese nel film satirico appena uscito apostrofa una bella signora che incrocia sulla spiaggia). Sono loro – gli uomini – che dovrebbero sentirsi offesi e che dovrebbero scendere in strada a manifestare per riscattare il genere maschile da questo obbrobrio. Per dire che non sono come Berlusca o Fede. E invece no, non si sentono nemmeno colpiti, forti del potere che tuttora detengono. Non si rendono conto neanche che, con il loro mutismo, hanno perduto quel che restava dell’autorità necessaria a esercitarlo. Non manifestando in proprio – ma solo per solidarietà, come fratelli-mariti-padri – finisce che le sole colpevoli risultino Ruby e le altre, mentre Berlusca e Fede diventano al massimo complici secondari.



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