Il saggio/ Viaggio tra le "Popstar della cultura". Leggi il capitolo sull'intoccabile Saviano in anteprima su Affaritaliani.it
LO SPECIALE

"Popstar della cultura", il saggio di Alessandro Trocino (con prefazione di Antonio Pascale) in uscita domani per Fazi editore, è un viaggio nella "resistibile ascesa di Giovanni Allevi, Andrea Camilleri, Mauro Corona, Beppe Grillo, Carlo Petrini e Roberto Saviano" 
La copertina
Così lo presenta l'editore: "una sfida al conformismo, all'accettazione passiva dei modelli mediatici: attraverso il ritratto di sei "popstar della cultura", Alessandro Trocino ricostruisce il ritratto del nostro Paese, uno specchio che rimanda la nostra immagine incrinata".
I PARTICOLARI - Come funziona l'industria culturale italiana? Quali elementi e quali meccanismi concorrono ad esaltare alcune persone rispetto ad altre? Perché, oggi, è così difficile criticare Saviano o Camilleri, esprimere perplessità sulla musica di Allevi o dubbi sulla trasversalità politica di Petrini? Attraverso le testimonianze di amici, nemici e colleghi, i documenti e le opere, il libro racconta la parabola di sei personaggi che, in campi diversi della cultura e dell'arte, sono arrivati sul piedistallo più alto della celebrità. Giudici inappellabili del loro trionfo, i mass media, il marketing e la classe degli intellettuali, sempre pronta al conformismo, in perfetta sintonia con il Paese. Motori inarrestabili, il talento e l'impegno ma anche una buona dose di furbizia e di ambizione. Esistono tratti comuni nelle biografie delle popstar nostrane, aedi della Cultura che innalzano un monumento a se stessi, che si propongono contemporaneamente come alfieri del Nuovo e come Maestri intoccabili, non di rado come santoni, esibendo una buona dose di alterigia e di profetica scaltrezza. Nel manicheismo binario del nuovo-vecchio, schema che non prevede vie d'uscita, né varianti, i nostri eroi fanno la loro parte con severità leggiadra, enfatizzando le critiche, costruendo fittiziamente eccentricità, pseudogenialità, con una capacità quasi epica di autocelebrarsi e di proporsi come vittime del sistema. Lotte titaniche, sostenute da un buon ufficio stampa, da un ottimo ufficio marketing, da collaboratori abili a intrufolarsi nei buchi neri della comunicazione. Lotte che si vestono di vezzi, gesti e codici di riconoscimento. Il viaggio tra i resistibili Maestri è anche il pretesto per raccontare l'Italia, per smontare i meccanismi mediatici e divistici in un Paese che ha emarginato l'arte e la cultura e si accontenta di nutrirsi di qualche surrogato più o meno digeribile.
L'AUTORE - Alessandro Trocino, nato a Milano 45 anni fa. Laureato in Giurisprudenza, ha scritto di cronaca e di politica. Giornalista del «Corriere della Sera», è autore del libro inchiesta sulla Lega Nord, Razza Padana, edito dalla Bur.
SU AFFARITALIANI.IT LEGGI IN ANTEPRIMA LA PRIMA PARTE DEL CAPITOLO DEDICATO A ROBERTO SAVIANO 
Saviano
Quando, nel maggio del 2010, la manifestolibri manda in stampa Eroi di carta, pamphlet di Alessandro Dal
Lago sul «caso Gomorra e altre epopee», lo scandalo è enorme. Dopo mesi di attacchi scomposti da destra, anche i malumori e i distinguo della sinistra, fino ad allora ipocritamente tenuti sotto traccia, emergono con evidenza. Uno shock. Il lettore è simbolicamente illustrato, nella copertina del libro, come un uomo pietrificato che legge un testo vuoto. Un sociologo di sinistra, la cui buona fede politica (nel senso della militanza dalla “parte giusta”) è fuori discussione, demolisce senza pietà il “monumento” Saviano. E lo fa, per di più, attraverso una casa editrice comunista, quella del «manifesto», nella quale ha mosso i primi passi proprio lo scrittore campano. Martellate furibonde sull’uomo che si è fatto statua e che fino a quel momento si stagliava indiscusso nel pantheon intellettuale della nuova sinistra. Colpi nient’affatto casuali e scomposti, quelli di Dal Lago, ma assestati con precisione che vorrebbe essere chirurgica sul guaglione coraggioso che da tempo si era fatto Verbo e su un volto che aveva ormai assunto fattezze quasi mistiche. Le 160 pagine scalpellano il profilo mineralizzato di Saviano e si propongono di disperderne definitivamente, con la forza dell’evidenza scientifica e letteraria (e con qualche accanimento e distrazione di troppo), quell’alone di eroismo che ne circonda l’immagine pubblica e l’opera. I fedelissimi di Saviano, dopo un momento di sbandamento, riprendono il controllo della situazione e reagiscono con determinazione, provando a confutare il libello di Dal Lago e difendendo a spada tratta il mito infranto. Volano accuse, insulti, insolenze e battute di scherno. Si confrontano e si scontrano tesi e culture politiche, ideologie e pregiudizi. Ma quel che conta è che l’incantesimo è rotto. E che, merito di Dal Lago, dalla sfera ultraterrena della fede, la parola scritta e orale di Roberto Saviano torna a occupare lo spazio dell’opinabile, del serenamente (o quasi) criticabile senza il timore di essere additati come fiancheggiatori più o meno occulti della camorra.
Ma Dal Lago si guadagna sul campo un altro merito: la coraggiosa fuoriuscita dal gregge degli intellettuali che, anche stavolta, non perdono l’occasione per dimostrare tutto il conformismo e la viltà di cui sono dotati. Rotto il fronte granitico dei peana e delle apologie acritiche, esaurita la spinta propulsiva dell’entusiasmo popolare, i nuovi farisei cambiano prontamente bandiera in massa, contribuendo ad abbattere con il consueto cinismo il monumento che avevano puntellato con la loro enfasi retorica. Il dietrofront è istantaneo, l’incenso viene riposto nel turibolo e si dà mano alla cicuta, distribuita con divertita acrimonia da schiere di cronisti radical chic e di intellettuali prêt-à-porter. Non a caso, quei pochi che fino alla pubblicazione del pamphlet avevano espresso garbati dubbi sull’eccessiva santificazione di Saviano tornano rapidamente sui loro passi. Non per anticonformismo programmatico, ma per senso del limite e della misura e per quell’onestà intellettuale di cui si è persa traccia negli ultimi anni.
Il mammuth in lavorazione
Quando nasce il “fenomeno” Saviano? Il 12 maggio 2006, Daria Bignardi riceve nello studio di Le Invasioni Barbariche uno sconosciuto ventiseienne, con un maglione arancione (comprato per l’occasione) e una giacca color crema. La Bignardi scruta con curiosità lo scrittore alla sua prima apparizione televisiva importante. Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra è uscito da pochi giorni per Mondadori, casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi. Saviano ci ha lavorato per sei anni. Cinque di studio appassionato dei testi – articoli, interviste, attigiudiziari – e uno per la stesura. Lui stesso racconta di aver consegnato alla Mondadori «una mole di carta, un mammuth». Materiale grezzo, «senza un progetto preciso di costruzione»: «Ho seguito le mie storie, gli atti processuali della magistratura, mi sono trovato in una struttura naturale indotta dalla scelta di raccontare piuttosto che dalle singole storie»3. Il suo coinvolgimento nell’opera è totale, la sua dedizione assoluta,
l’immersione in quella realtà devastante: «Scrivere questo libro mi ha ulcerato lo stomaco e reso fidanzato dell’enterogermina». Incide le parole sulla tastiera come fossero tatuaggi nella pelle. Più scrive e più cresce la rabbia, l’intensità. Come ad anticipare il simbolico martirio che subirà il suo corpo, protetto e soffocato dalla scorta armata, Saviano soffre fisicamente mentre scrive Gomorra. Come un eroe romantico, racconta, batte sul PC con una sola mano, mentre l’altra si stringe a pugno, fino a fargli male5. Confessa che vorrebbe scrivere con le nocche. La flagellazione delle mani come un rituale di catarsi, per liberarsi del sangue che ha visto scorrere e per assicurare intensità e verità alla scrittura.
(continua in libreria)



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