Il romanzo/ Il Salento "spettrale" di "Io non sono esterno"... L'INCIPIT

Martedì, 22 febbraio 2011 - 13:19:00

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 In un Salento spettrale, un ragazzino malato viene segregato dal padre nella cantina di una casa costruita ai piedi della tangenziale e davanti uno sfasciacarrozze. Seppellito vivo e costretto a vegetare nella buia umidità della sua prigione, giustifica la sua condizione con la volontà del padre di proteggerlo dopo una brutta storia di Sacra Corona Unita che l’ha visto protagonista. Nella realtà, la Sacra Corona Unita è l’unica famiglia in cui il padre del prigioniero crede ciecamente: per il figlio tenuto segregato e per sua madre c’è solo violenza e, con l’obiettivo di assoggettare completamente le vittime, l’obbligo di sottoporsi a regolari iniezioni di eroina. Soltanto Magnolia, una bambina inesistente, avrà il coraggio di scendere insieme al protagonista nei sotterranei della sua anima. Compagna immaginaria di un dialogo struggente all’interno di una storia al tempo terribile e meravigliosa.

 GIUSEPPE MERICO - Nato a San Pietro Vernotico, tra Brindisi e Lecce, nel 1974, vive a Bologna. Redattore della rivista “Argo”, è autore del blog scrivo leggo.splinder.com. Io non sono esterno è il suo primo romanzo dopo la pubblicazione della raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (2007).


SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT DEL ROMANZO
(c) 2010 Alberto Castelvecchi Editore Srl
- Per gentile concessione dell'Editore -

Io non sono esterno. Non lo sono da un pezzo. Conosco questo posto, guardo gli angoli che sono bui e più bui. Ci sono differenti gradazioni di buio, una per ogni centimetro. Il nero si fa più nero e la profondità diventa abissale, spaziale. Quando ero sopra mi è capitato di vedere le foto dello spazio e le foto degli oceani. Le foto scattate dai satelliti e quelle dei sommozzatori che si immergono nelle profondità del mare. Ricordo le voci di quand’ero sopra: «Tira via quel chiodo!». Era la mamma, quando infilai un chiodo nella presa della corrente, quella della camera da letto. Lui, per staccarmi da lì, mi tirò un grosso calcio tra le costole, me ne ruppe due e mi salvò la vita. Io non sono esterno perché mi sembra di essere più profondo del mio corpo. Dove sono, il mio corpo è quello che mostro, quello che si muove nel buio e non va mai a sbattere contro il tavolo di legno che è al centro della stanza. I treni non sono mai lontani, ne conto almeno venti quando sono sveglio. Il rumore delle ruote metalliche lo sento molto prima che arrivi. Lo sento da lontano. Poi si avvicina e mi sembra di tornare un po’ alla volta in superficie. I treni mi riportano a galla. Quando passa un treno, la casa trema. Quando ero sopra, mi ricordo di mia madre e di come si muoveva. Si sistemava il bracciale d’osso sul braccio destro. Lui la prendeva da dietro anche quando c’ero io. Da dietro contro la lavatrice che era nel bagno, da dietro contro il televisore che sembrava cadere sul pavimento ma non cadeva. Da dietro addossati alla portadell’ingresso, sotto al calendario dell’AVIS, da dietro tutte le volte che non ci dovevo essere e invece c’ero. Mi ricordo di mia madre e della sua voce. Si infilava sotto la mia pelle, più dolce, ogni volta più dolce. Quando poi cantava Era de maggio, sembrava che tutto lo zucchero e tutto il miele e tutta la panna delle caramelle più buone mi scivolasse dentro dalla sommità della testa, e poi attraverso
tutta la pelle. Le piaceva cantare a mia madre e, ne sono certo, le prime parole che devo aver sentito quando sono nato sono state parole non parlate, ma cantate. Mi ricordo di mia madre e delle sue dita e del calore delle sue dita. Il calore sulla mia testa e sulle spalle e sulle braccia, un calore caldo. Non come quello di Lui, che sembra il calore freddo della morte...
 (continua in libreria)

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