Tonon: "Ho incontrato Moresco, mio padre e fratello". Il racconto in esclusiva

Mercoledì, 28 luglio 2010 - 13:00:00

emanuele tonon antonio moresco
Emanuele Tonon

TONON SU AFFARITALIANI.IT

Il Nordest eretico di Emanuele Tonon. Su Affaritaliani.it in esclusiva il primo capitolo del romanzo d'esordio "Il nemico" e la prima recensione in assoluto del romanzo italiano dell'anno

tonon
Il libro d'esordio di Tonon,
"Il nemico" (Isbn)

Crisi a Nordest/ Emanuele Tonon: "Perché gli scrittori del Nordest non parlano della vita in fabbrica?". Il commento in esclusiva per Affaritaliani.it

Su Affaritaliani.it l'intervento d'autore in esclusiva/ 'Male e letteratura' secondo lo scrittore Emanuele Tonon

Esclusiva/ Cinque poesie inedite di Emanuele Tonon su Affaritaliani.it

Giuseppe Genna ad Affaritaliani.it: "Tonon è una delle nostre voci letterarie più importanti". L'INTERVISTA

SU AFFARITALIANI.IT
LA DOMANDA
DELL'ESORDIENTE
 EMANUELE TONON (AUTORE DE "IL NEMICO", ISBN EDIZIONI), A MORESCO:

TONON: Moresco, lei ha lungamente parlato nel suo "Lettere a nessuno" del suo continuare a sbattere la testa contro il muro dell'editoria, del suo radicale rifiuto per i compromessi che avrebbero potuto facilitarle la pubblicazione. Ora, davanti all'importanza della sua opera, che può sicuramente non piacere ma della quale è possibile solo in malafede non riconoscerne la necessità, noto che, paradossalmente, sono proprio gli scrittori a darle contro, ad attaccarla visceralmente sul piano umano, oltre che letterario, quasi vedessero in lei e nel suo fare letterario un pericolo alla loro idea di letteratura depotenziata, serva di uno standardizzato cliché editoriale. Dovrebbe far ridere, invece fa piangere, leggere o sentire gli attacchi che le vengono rivolti nel tentativo di screditarla come scrittore e come uomo. "Moresco scrive solo di fica", "Moresco fa la vittima, Moresco è elitario, Moresco si dipinge come l'unico puro, Moresco gioca a fare il maledetto ma è un salottiero", eccetera. Mentre al di fuori dei circoli, delle pizzerie letterarie, la sua opera vive in una sorta di culto, chi dovrebbe sostenerla fa di tutto per cancellarla. Potrebbe tentare di dirci il perché, a suo avviso, di questa avversione da parte delle pizzerie letterarie italiane e, di contro, il perché di questo culto catacombale di cui gode la sua opera?

MORESCO: "Ah, sì? Scrivono queste cose? Che io sarei un tipo salottiero e tutto il resto? Cosa posso dire? Non provo neanche a rispondere, non ritengo di dovermi difendere da simili accuse. Se uno lo vuole, può conoscere attraverso i miei libri la vita che ho fatto e anche che tipo di uomo e di scrittore sono. E se dai libri -ma anche dalle altre cose che mi capita di scrivere in rete- non lo capisce o non lo vuole capire, allora è inutile insistere. Tanto più che non ho l’assillo di farmi accettare a tutti i costi. Io non sono neppure collegato a Internet, perciò queste cose non le so, se non me le dice qualcuno. Sì, certo, mi arrivano in altro modo manifestazioni di ostilità che hanno anche qualcosa di non completamente spiegabile, di viscerale. E vedo che, da parte di alcuni notabili delle lettere, i miei libri -anche se sono lì bene in vista, pubblicati ultimamente da grandi editori, in qualche caso persino di dimensioni enormi- non vengono non dico letti o studiati ma neppure intercettati o nominati. E’ come se non ci fossero, come se fossero cose di altra natura e sostanza e vivessero in una dimensione aliena rispetto alla loro. E so anche che esistono, in varie parti d’Italia, dei lettori -soprattutto giovani e giovanissimi- per i quali i miei libri contano invece qualcosa. Perché succede questo? Ho scritto alcuni libri (Lettere a nessuno, Il vulcano, L’invasione) dove non solo ho raccontato la storia di una lunga e dura battaglia  e di una diversa strada strappata e inventata palmo a palmo, ma dove ho cercato anche di mostrare il contesto e i termini più generali di questo scontro. Altre spiegazioni non sta a me darne. Quanto agli scrittori italiani, credo ci sia del vero nella sua osservazione. Ci sono naturalmente delle eccezioni, ma ho constatato anch’io che la lista degli scrittori che fino a pochi anni fa non avevano paura di parlare -e magari di parlare con entusiasmo- dei miei libri si è andata via via assottigliando. Adesso per lo più tacciono, quando non esprimono maldicenza e sarcasmo. Altri sono diventati più prudenti, diplomatici e accorti. Eppure, in questi anni, sono andato avanti come scrittore, non indietro, mi pare… E’ strano ma, per me, la differenza la stanno facendo ultimamente più gli editori da una parte e i lettori giovani dall’altra che gli scrittori del mio paese e della mia lingua. E anche questo, forse, significa qualcosa.  La situazione è quella che è, e anche il mondo della cosiddetta cultura non è migliore di tutto il resto, in questi anni. Piccoli autoposizionamenti, piccoli arrivismi, piccoli trasformismi, piccole confraternite e piccoli assalti al nulla. Una piccola lotta darwiniana tutta giocata sull’esserci o sul non esserci, o meglio sull’apparire o sul non apparire. A me pare che gli scrittori del passato che ancora leggiamo oggi non fossero così. Non che non ci fossero anche allora le solite debolezze umane, le rivalità, le piccole meschinità e vanità, i colpi bassi, le invidie. Ma c’era anche altro, esistevano vincoli più profondi e segreti che legavano -persino attraverso lo spazio e il tempo- scrittori molto diversi fra loro (Stendhal, Balzac, Hugo, Dostoevskij…), gesti di generosità divenuti leggendari, commoventi manifestazioni di altruismo e di stima che, lungi dal diminuirli, hanno reso ancora più grandi chi li ha compiuti, scrittori che accettavano di far tradurre i propri libri all’estero solo a condizione che prima venissero tradotti quelli di qualche altro scrittore per il quale nutrivano enorme considerazione, ecc ecc… E anche prima ancora si poteva trovare, tra gli artisti, riconoscimento della grandezza e trascinamento. Tra scrittori, musicisti, pittori… È così che si tiene acceso il fuoco nella notte che ci circonda e ce lo si passa di mano in mano.  
Comunque, anche adesso, sempre, uno scrittore non deve farsi schiacciare. Deve andare avanti per la sua strada, da solo o assieme ad altri, se ha la fortuna di incontrare qualche compagno di viaggio durante la sua vita e il suo tempo. Deve cercare di dare il meglio di sé, deve andare a toccare dei limiti, deve varcare delle soglie, deve metterci l’anima. Il resto, se ci sarà, bene. Se no, fa lo stesso".

SU AFFARITALIANI.IT 
LA LUNGA INTERVISTA A TUTTO CAMPO AD ANTONIO MORESCO (LEGGILA QUI) APRE UN  ACCESO DIBATTITO (NON SOLO) LETTERARIO... ECCO TUTTE LE "PUNTATE":

PARENTE VS MORESCO, COMINCIA IL DIBATTITO...
(28 aprile 2010)

Massimiliano Parente commenta a modo suo l'intervisto di Affaritaliani.it... ad Antonio Moresco. LEGGI L'INTERVENTO POLEMICO

ANCHE CELATI E CAVAZZONI INTERVENGONO. IL DIBATTITO PROSEGUE...
(30 aprile 2010)

IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT, GLI INTERVENTI DI GIANNI CELATI ED ERMANNO CAVAZZONI CHE COMMENTANO (A MODO LORO...) L'ALLARME LANCIATO DA MORESCO NELL'INTERVISTA

L'ULTIMO ATTO...

Continua il botta e risposta tra Moresco (che si difende dalla accuse di Parente) e Parente, che controreplica. Poi l'ultimo scambio...
(2 e 3 maggio 2010) 

LO SPECIALE

Libri

Speciale libri/ Scrittori, editori, editor, classifiche, interviste, poltrone, recensioni, brani in anteprima, blog, e-book, riviste online, notizie, curiosità, anticipazioni. Su Affaritaliani.it tutto sull'editoria

di Emanuele Tonon (scrittore)
(in esclusiva per Affaritaliani.it)

E’ successo così: che ho deciso di mandare il mio libro alla Isbn - libro che stava da quattro anni, fatto e finito, nel mio hard disk -, al termine della lettura di “Lettere a Nessuno” di Antonio Moresco. Mi era capitato di piangere a queste parole: “Scriverò lì quell'ultima cosa che ho in mente, se non crepo prima. Poi basta. Nonostante tutto, in questa disperazione e in questo orrore riesco ancora a incontrare di tanto in tanto dei piccoli momenti di gioia, che nessuno mi può rubare”. Era un libro, il mio, di cui provavo vergogna. Non avevo il coraggio di mandarlo a qualche casa editrice. Pensavo fosse frutto di una malattia, una cosa da nascondere, da trattare con antivirali, antipsicotici,  pesticidi,  iniezione letale. La notte stessa, dopo quelle lacrime, mandai il mio testo in formato elettronico alla Isbn.

emanuele tonon antonio moresco
Moresco e Tonon

E’ successo,  in un altro tempo, così: che sono andato a Milano. Giuseppe Genna si era speso tanto per il mio libro, offrendosi anche per  presentarlo. Una chiacchierata alla  libreria Centofiori, organizzata dalla mia casa editrice, a nove mesi dall’uscita. Cose che succedono, queste, agli scrittori contadini: a pregare nelle chiesette di campagna non si hanno i santi che si hanno in Duomo a Milano. Ma nove mesi sono il tempo per arrivare al parto: quindi, ci può stare.  Poi, il giorno dopo, ero stato invitato al Festival di Lissone, dove ho chiacchierato con Giancarlo Onorato e Giulio Mozzi (avrei dovuto chiacchierare con Luca Doninelli che invece aveva declinato all’ultimo momento. Non so il perché). 

Mi ero sentito telefonicamente con Antonio Moresco, scrittore che da molto amo, i miei amici lo sanno. E lo sapeva Antonio Prudenzano che, a chiusura di una sua lunga intervista a Moresco, mi aveva chiesto di aggiungere una mia domanda, quasi a sottolineare una mia discepolanza. Moresco, incuriosito dalla domanda,  aveva chiesto di poter avere il mio libro. Lettolo, mi fece sapere tramite un mio amico conosciuto su Facebook, Ciro Carlo Fico, attore che ha portato magistralmente in teatro i “Canti del Caos”, che avrebbe avuto piacere ad incontrarmi, in quel di Milano. Ciro mi diede il numero di telefono di Moresco.  Lo chiamai, lasciandogli un messaggio in segreteria. Mi richiamò subito. Fissammo l’incontro all’ora di pranzo, in concomitanza con il giorno della presentazione con Genna.  Non ero teso e non ero sorpreso. Ero solo stanco e  quasi felice. 

 Sono arrivato in tram, vicino al negozio di dischi Mariposa. Mi sono fatto un giro nell’edicola di fronte a Mariposa. Ho comprato un fumetto nuovo e sconosciuto, “Il Morto”, una di quelle cose che mi fanno impazzire, nella loro ingenuità, in quel loro essere “cattiva letteratura”, come direbbe qualcuno. Ho sempre amato la “cattiva letteratura”,  non ci posso fare nulla. Mi sono bevuto una birra in un bar poco distante, leggendo il fumetto (era segno, forse, quel fumetto, proprio nel titolo, di quello che sono diventato).  Moresco è arrivato puntualissimo, ci siamo abbracciati e abbiamo preso a camminare.  Indossava il giubbottino di jeans che gli avevo visto addosso in molte foto.  Pri

ma di arrivare al ristorante vicino a casa sua, abbiamo parlato delle presentazioni che avrei fatto in quei due giorni, quella della sera con Giuseppe Genna e quella del giorno dopo a Lissone. Quando nomino Genna mi dice di salutarglielo e di dirgli che gli vuole bene. Me lo ripeterà altre tre volte. Abbiamo mangiato un antipasto di crostini ai funghi. Poi io un piatto di gnocchi, lui una pasta. Abbiamo bevuto del vino bianco. Gli avevo chiesto di poter stare spalle al muro. Mi dice che anche a lui piace stare così. Però aveva voluto cedermi il posto.

Abbiamo mangiato e parlato. E’ strano stare qui con te a parlare, penso tra una forchettata e l’altra, e forse è il compimento rituale di un passaggio necessario, non il coronamento di un sogno inzuppato nella letteratura ma un attraversamento, continuo a pensare, con lo stomaco chiuso che da vent’anni mi ritrovo, che mi costringe a questa magrezza. Ha voluto offrire lui il pranzo, rimandando a una sua eventuale salita in Friuli la mia offerta.

emanuele tonon antonio moresco
Moresco nella sua mansarda

Siamo usciti, abbiamo ancora camminato. Siamo entrati  nella grande serie di condomini popolari, dove abita. Io mi sono fumato le mie due sigarette. Siamo entrati nel piccolo ascensore. Salendo in quella ristrettezza di spazio  guardo la barba bianca di Moresco.

Penso se riuscirò ad averla anche io così bianca, se vivrò abbastanza per averla così. Entriamo nella mansarda-studio, dove finalmente, mi dice Moresco, posso aprire la finestra senza vedere un muro davanti. Solo libri ordinatissimi in libreria a parete, quelli salvati da vendite per mancanza di soldi, mi dice. Libri che guardiamo, per un po’, che estraiamo, che sfogliamo. E per un po’ tracciamo una bibliografia del suo tempo e del mio. Ci sediamo. Mi lascia fumare che tanto è tutto spalancato, mi dice, non ti preoccupare, mi dice.

Di cosa parliamo? Mi chiede soprattutto di quando ero un frate francescano, della mia vita in convento. Di rimando io gli chiedo della sua vita in seminario, degli anni da ragazzino che ha travasato ne “Gli esordi”. Due universi: la mia fede di adolescente, ventenne rinsecchito in un saio per troppa disperazione e la sua di ragazzino mandato a studiare per povertà in seminario. Io, poi,  alla sua età nell’abisso della fede, lui nell’abisso dell’ideologia come fede. Parliamo della sua Milano, di quei condomini decrepiti. Ci sono sprazzi di luce che entra nella mansarda, poi rannuvola, poi torna la luce, poi piove, poi torna la luce.

Ci guardiamo molto, penso che è mio padre, a volte, a volte che è mio fratello maggiore. Parliamo ancora di letteratura, senza l’enfasi allucinata che qualcuno si aspettava, chiedendomi di questo incontro. Tutto a voce bassa, siamo campioni di silenzio, io e Moresco. Non davamo fastidio nemmeno agli uccelli. Parliamo del suo ultimo libro. Parliamo del mio libro. Gli chiedo del suo prossimo libro e mi confessa il timore di non riuscire a terminarlo. Gli chiedo se posso scattare qualche foto e mi dice che sì, certo che posso. Ruoto il display della mia digitale e scatto qualche foto con la vicinanza imposta dalla lunghezza del mio braccio.

Poi voglio fotografarlo vicino al letto singolo. Ho passato anni anche io così, col letto singolo a tre passi dalla scrivania. Non riuscivo a dormire in un letto matrimoniale, abituato com’ero all’essenziale nudità di una cella di convento. Ora ho imparato a farlo, come per un’imposizione della carne che invecchia e cerca continuamente consolazioni. Era come un vedermi nel futuro, lì, a Milano, con la barba imbiancata, a guardare il letto singolo di Moresco, in un futuro che mi riportava a quello che ero stato e che non sono più. In una foto finge di dormire,  Moresco. Chiude gli occhi. E io lo immagino nell’altro mondo, quello da dove arriva quando prende a scrivere le cose che scrive. E immagino ancora me che scrivo le cose che scrivo venendo da un altro mondo. Chissà se ci siamo mai incontrati, in quell’altro mondo, penso. Gli chiedo di scrivermi qualcosa sul Moleskine. Lo fa. E sono parole segrete, formula magica per raggiungere una coerenza radicale e forse impossibile nella condizione umana. Sono un salmo per non mollare almeno la tensione a quella coerenza inumana.

Sono passate tre ore e mezza di parole dette a bassa voce, mimiche rallentate. Io che immagino la sua vita mentre lo guardo e guardo la geografia del suo mondo. Io che immagino, ora, mentre scrivo, Antonio che immagina la mia vita in un’altra geografia. Usciamo, mi racconta della vicina novantatreenne che d’estate gira in vestaglia trasparente per casa. Mi accompagna verso il tram. Prende a piovere nuovamente. Apre l’ombrello e stiamo lì qualche minuto a parlare ancora più vicini. Arriva il mio numero. Ci abbracciamo, sfreghiamo le nostre barbe l’una contro l’altra. Sono suo figlio, suo fratello, un amico, uno sconosciuto. Salgo sul tram. Scendo che piove ancora. Ho ancora cinque minuti a piedi per arrivare all’albergo. M’inzuppo. Manca un’ora all’incontro con Giuseppe Genna. Mi cambio veloce e parto. Ha smesso di povere.

Passo sotto la redazione di Isbn. Mi chiedono dell’incontro,  io parlo proprio come uno che viene da un altro mondo. Non so se era felicità, la mia, ma sicuramente era qualcosa che le assomiglia. Dico, sorridendo, che è stato come incontrare la donna della mia vita, quella che in realtà non ho mai conosciuto. Che mi sono illuso di conoscere, che ho smesso di desiderare nell’ampio letto dove ora sudo, sempre a tre passi dalla scrivania. Arriviamo alla libreria Centofiori. Giuseppe Genna è lì nel bar vicino che beve una birra. Ci abbracciamo,  gli porto i saluti di Antonio Moresco. Genna sta bevendo una birra. E’ la seconda volta che lo vedo. Ho un rinnovato senso di quella cosa che assomiglia alla felicità. Un altro padre, un altro fratello maggiore, un altro amico, un altro sconosciuto, penso.

Mentre mi parla e prende a gesticolare come già lo ho visto fare, sento una dolcezza spaventosa e vorrei baciarlo. Penso a tutto l’incrociarsi di esistenze, a me che a ventisei  anni leggo “Assalti a un tempo devastato e vile”, appena uscito dal convento, e faccio mia Maura e tutto quell’altro mondo raccontato da Genna. Penso a tutta quella mia quasi felicità che va a sbattere sulla tristezza che sento vibrare nel corpo Genna. Bevo anche io una birra e ci alziamo. Fuori della libreria Centofiori incontro per la prima volta Mario De Santis che di lì a poco scriverà la più densa recensione al mio libro. Entro in libreria. Giuseppe è già seduto. Mi siedo anche io.

Di lì a pochissimo la mia vita non sarà più la stessa. Io smetterò di essere quell’io che ero lì, seduto, a fianco di Giuseppe. Di lì a poco la mia amatissima madre, Enza, sparirà, all’improvviso. Ha aspettato che tornassi a casa, la mia mamma, prima di svuotare di sé la casa dove ora scrivo, definitivamente solo. Non ho più bisogno di andare e venire dall’altro mondo a questo. Questo ora è l’altro mondo e qui ho stabile dimora. Ecco, vorrei tornare lì, nella mansarda di Antonio Moresco, a fianco di Giuseppe Genna. E restare lì per sempre, in quella approssimazione di felicità.

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