Il neorealismo vintage di Maurizio Ferraris

Venerdì, 2 settembre 2011 - 15:27:00

simone regazzoni

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Il neorealismo vintage di Maurizio Ferraris

di Simone Regazzoni

Gli esperti di marketing suggeriscono che, nei momenti di crisi, il vintage funziona: con il suo richiamo alla verità e all'autenticità dei bei tempi andati, rassicura i soggetti spaesati di fronte a cambiamenti che non sono in grado di interpretare. Pare che questo sia vero soprattutto in Italia;  e, a  ben guardare, non solo per la moda, ma anche per la filosofia di mezza estate. Così, di fronte al manifesto del neorealismo proposto da Maurizio Ferraris sulle pagine de "La Repubblica", viene naturale parafrasare il titolo di un libro di Jacques Derrida: Di un tono vintage adottato recentemente in filosofia. D'altra parte, l'ultima fatica filosofica di Ferraris è Filosofia per dame, che ben si presta a riassumere lo spirito vintage di questo ritorno ai bei tempi andati del realismo ingenuo e a una filosofia minima che si accontenta di descrivere e catalogare, passando dalle multe ai problemi di condominio, dal succo di pomodoro alle ciabatte con cui, ci assicura Ferraris, tocchiamo il nocciolo dell'ontologia, vale a dire dello studio dell'essere in quanto tale.

A fronte di un'idea di realtà che non ha più l'unità e la stabilità di un mondo come totalità dotata di senso, ma si è decostruita in un multiverso di interpretazioni o di mondi-versione, che cosa fa il filosofo neorealista? Indietreggia filosoficamente di qualche secolo (almeno prima di Kant), ammicca al buon senso comune e ripete ossessivamente, come in un esorcismo (Derrida definì così l'ontologia), che la realtà esiste, i fatti esistono e la verità degli enunciati dipende dalla corrispondenza delle proposizioni ai fatti. Per usare un esempio pop, potremmo immaginare Ferraris naufrago sull'isola di Lost. Che cosa avrebbe detto di fronte a quell'isola che sembra incarnare alla perfezione l'idea filosofica di The World Well Lost (titolo di un saggio di Rorty)? Molto semplicemente: Tranquilli ragazzi, inutile arrovellarsi su improbabili misteri, è tutto sottocontrollo: la realtà è che siamo in un villaggio vacanze anni Settanta. 
Ora, il neorealismo vintage di Ferraris ha già un nome in filosofia:  si chiama teoria corrispondentista della verità. E risale almeno a Platone. Davvero un po' poco per farne il manifesto di una nuova filosofia. Tanto più che la teoria corrispondentista va in crisi a fine Ottocento e, per una serie di problemi che essa solleva, oggi non gode di grande fortuna tra i filosofi, analitici e continentali. I problemi di questa teoria sono di diverso tipo, sistematicamente elusi da Ferraris. Primo fra tutti questo: una proposizione è vera se  e solo se corrisponde ai fatti; ma quando dobbiamo dare conto di questi fatti non possiamo fare a meno di ricorrere alle parole di cui la proposizione consiste. Perché? Perché ai fantomatici fatti noi non abbiamo accesso al di fuori di proposizioni, di parole e, più in generale, di interpretazioni. Pensiero debole di Vattimo da liquidare con una battuta? No, pensiero forte di Derrida con cui Ferraris, non a caso, ha grosse difficoltà a misurarsi direttamente.

"Talvolta, mirare all'ombra è il modo per colpire la preda", scriveva Michel Leiris. Leggendo il manifesto del neorealismo di Ferraris viene da pensare che l'ombra sia il postmoderno - etichetta quanto mai vaga in filosofia, in cui pochissimi si sono esplicitamente riconosciuti - e la preda la decostruzione di Derrida. Perché se oggi il postmoderno, in filosofa, non è certo una questione all'ordine del giorno, e difficilmente qualche filosofo si dichiarerebbe postmoderno, la decostruzione è, invece, una delle grandi eredità in circolo nella campo della filosofia continentale con cui, piaccia o meno, si devono fare i conti. E quello di Ferraris sembra proprio un regolamento di conti in piena regola con gli spettri di Derrida, eseguito in compagnia di chi alcuni conti in sospeso con Derrida li ha da tempo: mi riferisco a quel John Searle che in Limited Inc. Derrida sottopose a un "jeau au massacre", per usare una formula di Eco. Proprio in quel testo Derrida scriveva: "La storia, il mondo, la realtà appaiono sempre in una esperienza, perciò in un movimento di interpretazione che li contestualizza secondo una rete di differenze". Che cosa significa ciò? Significa che i fatti sono tirati in ballo proprio da chi vuole far passare, dogmaticamente, la propria interpretazione come l'unica vera e possibile, sostenendo che "sono i fatti che parlano" - mentre è sempre qualcuno che li fa parlare, anche quando afferma di limitarsi a descrivere e catalogare.
Così il vero pericolo del neorealismo vintage di Ferraris è proprio il dogmatismo filosofico come risposta reazionaria alla complessità del nostro tempo in cui ci troviamo a confrontarci con molteplici interpretazioni e prospettive culturali diversissime. Non occorre essere postmoderni per vedere questo rischio. Hilary Putnam lo aveva già sottolineato nel suo Etica senza ontologia: pensare che le nostre idee o asserzioni abbiano un fondamento in un certo modo in cui stanno le cose è pericoloso, rischia di generare dogmatismi. Perché non c'è un solo modo in cui stanno le cose. O più radicalmente, contaminando Putnam e la serie tv Fringe: non c'è un solo mondo in cui stanno le cose. E perché c'è sempre il rischio che qualcuno, in nome dei fatti, voglia imporre il proprio punto di vista sul mondo - o il proprio mondo. Il che non è compatibile proprio con lo spazio democratico come spazio radicalmente aperto e plurale: lo spazio del confronto e del conflitto delle interpretazioni.
Ma come la mettiamo, allora, con le menzogne e le manipolazioni della realtà, si potrebbe obiettare? Precisamente ricordando che manipolazioni e menzogne hanno un assoluto bisogno, per funzionare, di richiamarsi ai fantomatici fatti: nessuna menzogna o manipolazione  si presenta come un'interpretazione possibile del mondo, ma come una verità certa. Per questo Berlusconi, come un buon neorealista, può dichiarare che "la verità vince sempre".  Che è già un ottimo motivo per sospettare, senza dover evocare Nietzsche, di tutti i nostalgici della verità, della realtà e di altre buone cose di pessimo gusto.
Simone Regazzoni

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