Nuovo realismo, Alessandro Ghisalberti interviene nel dibattito
di Virginia Perini
La polemica sul neorealismo filosofico è ancora alle stelle. Tutto è iniziato con il manifesto del nuovo realismo pubblicato da Maurizio Ferraris su la Repubblica l' 8 agosto. Sulle stesse pagine è uscito poi un dialogo tra Ferraris e Gianni Vattimo, noto fautore del pensiero debole postmoderno, cui il nuovo realismo si contrappone. Poi il dibattito si è allargato. Sono intervenuti il direttore del Foglio Giuliano Ferrara, Corrado Ocone sul Riformista, Paolo Legrenzi, Petar Bojanic, Pier Aldo Rovatti e Paolo Flores d' Arcais. Nel frattempo in Gran Bretagna la rivista Prospect ha annunciato la morte del post modernismo in tutte le sue declinazioni, presentando la mostra «Postmodernism. Style and Subversion», che si inaugura il 24 settembre al Victoria and Albert Museum di Londra. Oggi invece si apre a Milano, presso l' Università Statale e l'ateneo del San Raffaele, il VII Congresso della Società europea di filosofia analitica, cui partecipano, fino al 6 settembre, studiosi provenienti da 54 Paesi. Il tema su cui si discuterà è proprio quello lanciato da Ferraris secondo il quale è ora di far rivivere su scala mondiale i fatti, la verità, il realismo. Dopo Emanuele Severino, che sul Corriere della Sera mette in guardia dalla "leggerezza" della proposta del filosofo torinese e Simone Regazzoni (LEGGI L'INTERVENTO), che conia un'espressione nuova (filosoficamente), "neorealismo vintage", e usa figure della filosofia pop per mostrare l'insufficienza della prospettiva neo-realista nella comprensione della contemporaneità, Alessandro Ghisalberti, Ordinario di Filosofia teoretica all'Università Cattolica di Milano sceglie Affaritaliani.it per esporre la sua visione.
Trova che la contemporaneità sia caratterizzata da un progressivo frammentarsi del concetto di verità?
La frammentazione della verità che caratterizza i molteplici discorsi di vari pensatori e di altrettanto vari indirizzi di pensiero contemporaneo non è un rilievo decisivo, né supera il luogo comune circa la questione sull'esistenza della verità; la questione di fatto, cioè se esista nella contemporaneità la verità, a rigore di teoresi postula la questione sull'essenza della verità, nel senso che la domanda sull'esistenza della verità richiede una necessaria prescienza o precomprensione di che cosa sia la verità. Le due domande si intersecano, per cui è impossibile distinguere nettamente la questione dell'essenza della verità da quella dell'esistenza della verità. L'astrattismo della divulgazione filosofica ha sollevato dubbi in proposito, ed è caduto in una serie di cortocircuiti, non avendo tenuto conto che l'inizio della domanda è esattamente dato dallo stupore di fronte all'esistenza e all'essenza della verità: la partenza dell'interrogazione filosofica è data dalle esperienze di verità nella vita, e non dai dubbi astratti, e nemmeno dal bisogno di una previa definizione della verità.
Quindi non è possibile dare una definizione della verità?
La verità non può definirsi, classificarsi e concludersi in poche definizioni astratte; come l'essere, la verità, di cui è proprietà trascendentale, non può essere definita in modo esauriente. Lungi dal poter comprendere l'universalità della verità attraverso una definizione, è piuttosto la definizione a presupporre lo spazio universale della verità. E'necessario evitare preconcetti, definizioni restrittive, perché la verità si dispone su vaste aree o delimitazioni, per cui ogni volta che la raggiungiamo, essa ci comunica che la sua essenza è sempre ancora più grande.
La filosofia moderna, rinserrando il problema della verità in alcune posizioni di fondo, ha imboccato una linea riduttiva, che si attesta sulla dimostrazione che esiste in generale la verità, risultato invero assai povero. Non è consentito ridurre la conoscenza della verità ad un enunciato puramente teoretico, dal quale siano state staccate tutte le decisioni vive, personali, etiche. Tutta la nostra tensione al sapere, alla scienza, si radica nell'aspirazione a conoscere come stanno veramente le cose, che cosa è vero; nessuno di noi vuole essere ingannato, e anche di chi inganna gli altri, sant'Agostino diceva che lui stesso non vuole essere ingannato.
Crede che la filosofia realista, basata sul recupero del valore ontologico dei fatti e della realtà, possa funzionare nell'epoca contemporanea?
Le riedizioni del realismo in un'ottica che secondi l'istanza del valore ontologico dei fatti e della realtà, non mi convincono perché non rispondono a quello che io intendo per filosofia, che poggia sulla classica domanda circa le cause ultime, ossia l'origine e il destino finale, dell'universo. La domanda è posta dall'uomo, dalla coscienza dell'io pensante e volente, e dunque il significato della domanda e delle risposte deve raggiungere il livello della coscienza, includente il pensiero vivo e la volontà libera e responsabile. I fatti hanno bisogno di tali premesse per esistere come fatti e per diventare rilevanti in chiave filosofica. L'ontologia realista ha aspetti interessanti, ma che riporterei all'indagine sociologica, all'"ontologia sociologica", se i due termini avessero un margine di possibile coesistenza
Come dobbiamo intendere oggi il concetto di verità alla luce dei cambiamenti proposti dalla tecnologia che, in continuo progresso, sembra proporci una realtà sempre diversa e in continuo mutare?
Per rispondere in modo breve e non troppo articolato (come invece ha ben fatto E. Severino sul "Corriere della sera"), penso che un utile percorso per arrivare a intendere la verità sia partire dalla celebre descrizione della verità come svelatezza dell'essere, data da M. Heidegger : la verità è il disvelarsi nell'uomo dell'ente come ciò che è. Il Dasein è il luogo privilegiato dell'apertura dell'essere, in cui l'essere è in quanto venire-alla-presenza, e questo essere in quanto viene-alla-presenza dischiude la svelatezza. Per Heidegger la svelatezza è legata alla velatezza, la quale è ciò contro cui lotta la verità: la velatezza è cioè la non-verità come negazione della verità; il velato è il non-disvelato, e come tale da combattere, e rappresenta un compito necessario e incessante, data l'inesauribilità della verità (Cfr. M. Heidegger, L'essenza della verità, a cura di F.Volpi, Adelphi, Milano 2003, pp. 151-154). Aggiungo di mio questo commento: lo svelamento dell'essere è rivolto a una coscienza e, nel caso dell'uomo, ad un'autocoscienza, e la relazione ad un soggetto cosciente garantisce che l'essere sia veramente schiuso nel suo apparire, e non è puro apparire, illusione, inganno.
Quindi lei sostiene una posizione realista?
Quello che sostengo è che la via della verità poggia sul fondo sicuro dell'essere, perché il conoscente sa, quando conosce l'essere, che egli si trova davanti all'ultimo soggetto di tutti i predicati, e dunque che ha circoscritto tutto l'ambito del conoscibile, per cui nulla sfugge alla sua conoscenza, dal momento che nell'essere ha il riferimento sicuro che sotto di esso c'è il nulla. Non c'è uno sfondo ignoto alle spalle dell'essere, che rimette in discussione ciò che è conosciuto, ma la conoscenza della verità è affidabile, è consistente, chiude alla cattiva infinità di una ricerca indefinita e incerta. Se la verità in partenza coglie il dischiudersi di un singolo esistente, è manifesto che nel dischiudersi il singolo esistente si dà così com'è, e con esso viene penetrato un pezzo di mondo, che però è solo una minima parte dell'essere, il quale pertanto rimane trascendente e velato. La verità nel frammento è svelata, perché ogni verità è verità, ma nel suo complesso rimane infinitamente trascendente.
Per Regazzoni "il vero pericolo del neorealismo vintage di Ferrarsi è proprio il dogmatismo filosofico come risposta reazionaria alla complessità del nostro tempo in cui ci troviamo a confrontarci con molteplici interpretazioni e prospettive culturali diversissime". E' d'accordo?
Non riesco a essere d'accordo con Regazzoni, almeno se quello che io capisco corrisponde a quanto egli vuole dire. La parola dogmatismo non può essere assunta come qualifica negativa, ad excludendum perentoriamente, senza specificazioni: diversamente tale assunzione sarebbe la formula massima del dogmatismo!
Le molteplici interpretazioni si addicono alla complessità delle conoscenze e delle scienze di oggi; per quello che io penso, e che ho appena detto nelle risposte precedenti, si tratta di fissare con sguardo altamente teoretico le complessità e le prospettive diverse per rendere ragione della loro possibilità di darsi come "frammenti", anche importanti, della verità che li comprende e li supera, restando essa sempre aperta allo svelamento.



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