Che bello perdersi nel "limbo delle fantasticazioni" di Ermanno Cavazzoni
di Antonio Prudenzano
"Ma dico: davvero è interessante sapere se c'è arte o no? Come autore protesto: è l'ultimo pensiero che mi viene in mente quando mi metto per caso ad appuntarmi delle parole; e se per caso a qualcuno viene in mente che sta facendo dell'arte, allora dico che è un'idea che inibisce; è come stare sotto giudizio; oppure è un'idea che esalta troppo e che suscita la speranza connessa del colpo gobbo, e con queste due idee in testa, dell'arte e del colpo gobbo, tanti giovanotti si sono gonfiati l'io a dismisura e si sono rovinati...". Ermanno Cavazzoni, classe '47, ha scritto un piccolo bellissimo libro (da cui è tratto il brano appena citato) di riflessioni sull'arte, la creatività, la letteratura e la cosiddetta 'industria culturale), "Il limbo delle fantasticazioni" (edito da Quodlibet, che già si è segnalata per l'attenzione verso un autore come Gianni Celati, tra l'altro grande amico di Cavazzoni), che chiunque si avvicini alla letteratura come mestiere (giovani aspiranti scrittori, critici, studiosi, ma farebbero bene a sfogliare queste pagine tanto ironiche quanto lucidamente taglienti anche i 'grandi nomi' della nostrana editoria...) dovrebbe leggere e rileggere.
"Anzi, diciamo che da quando si sono liberalizzate le arti, e i grandi modelli fissi non funzionano più come criterio di valutazione (da quando Dio è morto, si dice di solito, con una metafora), i critici hanno alzato la cresta, anzi non avendo più Dio a disposizione con i suoi valori eterni (e coi suoi manuali retorici), essendosi Dio ritirato, ecco che i critici l'hanno sostituito, anticipando qui in terra il grande giudizio universale, e rendendolo però anche più spiccio, di conseguenza più approssimativo, anche con sospetti di collusione...". Cavazzoni non usa troppi giri di parole, come si può vedere, e tanti staranno storcendo il naso. Quello dello scrittore emiliano di libri 'anormali', docente universitario e collaboratore e amico di Fellini, è un atto d'accusa argomentato con leggerezza, poesia e, allo stesso tempo, grande competenza. La sua proposta è suggestiva: la questione dell'arte va "d'ora in poi trascurata", e lasciata a occupare un piccolo spazio nel "vastissimo limbo delle fantasticazioni".
Ma a quali fantasticazioni fa riferimento l'autore? Semplicemente, a quei genuini "ribollimenti di pensieri" che ama trascrivere Cavazzoni, e con lui migliaia di altri uomini e donne, e che prevedono che chi scrive abbia tutto nella mente meno che la consapevolezza di mettere su carta 'arte'. E se Cavazzoni avesse ragione? E se domani non ci fossero più (falsamente liberi )scrittori, ma solo (inconsapevolmente straordinari) fantasticatori?



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