Il fascino indiscreto del design per lo scrittore Giorgio Nisini
L'INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT ALLO SCRITTORE SUL SUO ULTIMO LIBRO DI NISINI (CHE PUNTA A ENTRARE NEI "12" IN CORSA PER IL PREMIO STREGA LO SPECIALE
di Giorgio Nisini - per Affaritaliani.it


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Ci fu però qualcosa che non mi convinse fino in fondo. Baudrillard parlò del design come di un sistema di oggetti svuotati di desiderio – viviamo in una società delle apparenze, disse, dove l’essere è quasi sparito e la seduzione delle merci non è più in gioco – e soprattutto fece passare il messaggio, o forse fui io a percepire il messaggio, che in fondo gli oggetti, i manufatti, i feticci, non sono poi così affascinanti. Eppure no, non ero d’accordo con lui: le merci, tanto più quel particolare tipo di merci quali sono i prodotti di design, hanno un fascino tutt’altro che discreto, direi anzi prorompente, eccessivo, fastidioso, tanto che ogni volta che entro in uno showroom di arredi sento una felicissima inquietudine delle forme.
In questi giorni si tiene a Milano il Salone Internazionale del Mobile. Ci saranno eventi mondani, si faranno affari, si consumeranno i soliti deliranti riti che riguardano qualsiasi grande evento fieristico. Ma al centro di tutto questo ci saranno i mobili, appunto, gli oggetti, i propulsori di quella che nel mio ultimo romanzo ho chiamato la “Sindrome di Lulù”. Sfogliando il catalogo Edra, per esempio, una delle case di produzione che amo di più, si trova l’Aster Papposus dei fratelli Campana: un divano a forma di grassa stella marina che sembra uscito da un film di fantascienza; oppure la poltrona Getsuen di Masanori Umeda, una struttura imbottita con poliuretano espanso dalla singolare forma di giglio.
Tutto è molto inquietante, appunto, anomalo, disturbante, proprio come deve essere una vera esperienza d’arte. Certo, ci sono anche altri giapponesi oltre a Umeda, quelli che nel loro funzionalismo kitsch si sono inventati i water da uomo con tiro al bersaglio (il prototipo, neanche a farlo a posta, è della Sega), o c’è l’intramontabile Ikea, la serialità spacciata per design, non un mobilificio, come scrisse Francesco Piccolo in Allegro occidentale, ma una filosofia di vita che offre a poco prezzo una (falsa) sensazione di esclusività. Ma del resto si sa, gli spazi della creatività sono infiniti, e tra possibilità e possesso c’è sempre lui, il dio denaro, che senza fare troppo rumore (i cartellini dei prezzi sono sempre ben nascosti) ristabilisce le dovute distanze.



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