"Il Club degli incorreggibili ottimisti", il caso letterario in arrivo dalla Francia
| LO SPECIALE
|
Altro che Michel Houellebecq, il cui ultimo romanzo è appena arrivato in Italia accolto come sempre da pareri assai discordanti. L'ultimo vero caso letterario francese (in libreria da giovedì 14 ottobre anche in Italia) è "Il club degli incorreggibili ottimisti", dell'avvocato con la passione per la scrittura Jean-Michel Guenassia, un autore semi-esordiente di 60 anni. Il romanzo in questione, uscito oltralpe nel 2009, si è rivelato un inatteso bestseller da oltre 200mila copie.
![]() La copertina |
Non solo un successo di pubblico, ma anche un successo di critica, visto che "Il club degli incorreggibili ottimisti" si è aggiudicato il prestigioso premio Goncourt des Lycéens.
A conquistare è soprattutto la vitalità che trasmette il libro. A sua volta, il ritmo è a suo modo incalzante e pur nella sua semplicità, lo stile appare come il frutto di una ricerca di fondo non banale.
LA TRAMA - Siamo a Parigi. E' il 1959. Sono anni vertiginosi: la Seconda guerra mondiale è finita da troppo poco tempo per essere Storia, la guerra d’Algeria segna le vite dei francesi d’oltremare. Michel Marini, undici anni, figlio di immigrati italiani, esce dall’infanzia e si affaccia a un’adolescenza inquieta e piena di emozioni. Vagabonda per il quartiere, si ritrova con gli amici a giocare a calcio balilla; un giorno entra in un bistrò, il Balto. È attratto da una stanza sul retro dove si ritrova un gruppo di uomini, che parlano un francese a volte approssimativo e portano dentro di sé storie e passioni sconosciute. Sono profughi dei Paesi dell’Est, uomini traditi dalla Storia, ma visionari che ancora credono nel comunismo. Incorreggibili ottimisti. Frequentare il Balto vuol dire scoprire il mondo. Michel cresce con Igor, Leonid, Imré, Pavel, Tibor, Sasha; impara a conoscere l’amicizia, l’amore, la complessità degli ideali. Nel retro di un bistrò si litiga, si beve, si gioca a scacchi, si raccontano barzellette su Stalin, si offre se stessi e le proprie storie, storie terribili di esilio che si intrecciano sullo sfondo di un decennio epocale, tra filosofia e rock’n’roll, Sartre e Kessel, la conquista dello spazio e l’inizio della Guerra fredda.
L'AUTORE - Jean-Michel Guenassia, avvocato, passione per la scrittura, saltuariamente sceneggiatore, autore di un poliziesco. Per dedicarsi totalmente al Club degli incorreggibili ottimisti, a cui pensava da dieci anni, ha abbandonato la professione. Il libro è balzato subito in testa alle classifiche con oltre 200.000 copie vendute in Francia ed è diventato il caso letterario più importante del 2009. Tradotto in dieci Paesi, è stato selezionato per il Prix Goncourt, vincitore del Goncourt des Lycéens, finalista al Prix des Libraires e ha ottenuto il primo premio dei lettori, con oltre un milione di voti, della rivista Notre temps.
LEGGI UN ESTRATTO IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT
Pubblichiamo su gentile concessione dell'editore Adriano Salani il seguente brano tratto dal romanzo di Jean-Michel Guenassia - Il Club degli incorreggibili ottimisti. Traduzione di Francesco Bruno. Copyright Editions Albin Michel - Paris 2009. Copyright 2010 Adriano Salani Editore S.p.A.
Aprile 1980
Oggi, si seppellisce uno scrittore. Come un’ultima manifestazione. Una folla inaspettata, silenziosa, riverente e anarchica blocca le strade e i viali attorno al cimitero di Montparnasse. Quanti sono? Trentamila? Cinquantamila? Meno? Più? Si ha un bel dire: è importante avere gente al proprio funerale. Se gli avessero detto che ci sarebbe stata una simile ressa, lui non ci avrebbe creduto. Gli sarebbe venuto da ridere. La cosa non doveva preoccuparlo più di tanto. Si aspettava di essere sepolto in fretta e furia con una dozzina di fedeli. Non con gli onori di un Hugo o di un Tolstoj. Nell’ultimo mezzo secolo non si era mai vista tanta gente ad accompagnare un intellettuale. Neanche fosse indispensabile o amato dal mondo intero. Perché sono lì, quelle persone? Per quello che sanno di lui, non sarebbero dovute venire. Che assurdità rendere omaggio a un uomo che si e` sbagliato su tutto o quasi, costantemente fuori strada, e che ha usato il suo talento per difendere con convinzione l’indifendibile. Avrebbero fatto meglio a partecipare al funerale di coloro che avevano ragione, da lui disprezzati e mandati all’inferno. Per costoro, nessuno si e` scomodato. E se dietro i suoi smacchi ci fosse stato qualcos’altro di ammirevole, in quell’ometto?... Quella furia di forzare il destino con il suo intelletto, di andare incontro e contro ogni logica, di non rinunciare nonostante la certezza della sconfitta, di assumersi la contraddizione di una causa giusta e di una lotta persa in partenza, di uno scontro eterno, sempre rinnovato e senza soluzione? Impossibile entrare nel cimitero dove la gente pesta le tombe, scala i monumenti e rovescia le lapidi per avvicinarsi il più possibile e vedere la bara. Si direbbe l’inumazione di un cantante famoso o di un santo. Quello che si sotterra non e` un uomo. Quella che si seppellisce con lui e` una vecchia idea. Niente cambierà e noi lo sappiamo. Non ci sarà società migliore. Lo si accetti o non lo si accetti. Qui, abbiamo un piede nella fossa, con le nostre illusioni e i nostri credi scomparsi. Una folla come un’assoluzione per l’espiazione dei peccati commessi per l’ideale. Per le vittime, questo non cambia niente. Non ci sarà scusa, riparazione, funerale di prima classe. C’è qualcosa di peggio di far male volendo far bene? Quella che si sotterra qui e` un’epoca compiuta. Difficile vivere in un universo senza speranza. In questo momento, non si regolano più conti. Non si fanno bilanci. Siamo tutti uguali e abbiamo tutti torto. Non sono venuto per il pensatore. Non ho mai capito la sua filosofia, il suo teatro è indigesto e i suoi romanzi li ho dimenticati. Sono venuto per dei vecchi ricordi. La folla mi ha rammentato chi era. Non si può piangere un eroe che ha sostenuto i carnefici. Ho fatto dietrofront. L’ho seppellito in un cantuccio della mia mente. Ci sono quartieri malfamati che ti riportano nel tuo passato e dove e` preferibile non attardarsi. Credi di dimenticarlo perché non ci pensi, ma quello non chiede altro che di tornare. Evitavo Montparnasse. Lì c’erano fantasmi di cui non sapevo che fare. Ne vedevo uno davanti a me nel controviale del boulevard Raspail. Ho riconosciuto il suo soprabito inconfondibile dalle spalline chiare, tipo Humphrey Bogart anni Cinquanta.
Ci sono uomini che si giudicano dal modo di camminare. Pavel Cibulka, l’ortodosso, il partigiano, il campione del triplo salto mortale ideologico e delle fandonie madornali, passo nobile e altero, procedeva lemme lemme. L’ho superato. Era ingrassato e non riusciva più a chiudere il soprabito. I capelli bianchi scarmigliati gli davano un’aria d’artista.
« Pavel ».
Si è fermato, mi ha squadrato. Ha cercato nella memoria dove aveva visto quel volto. Dovevo ricordargli vagamente qualcuno. Ha scosso la testa. Non gli dicevo niente.
« Sono io... Michel. Ti ricordi? »
Mi ha scrutato, incredulo, ancora diffidente.
« Michel?... Il piccolo Michel? »
« Smettila, sono più alto di te ».
« Il piccolo Michel!... Da quanto tempo...? »
« L’ultima volta ci siamo visti qui, per Saša. Quindici anni fa ».
Siamo rimasti in silenzio, imbarazzati dai nostri ricordi. Ci siamo buttati l’uno nelle braccia dell’altro. Mi ha stretto forte a sé.
«Non ti avrei riconosciuto ».
« Tu invece non sei cambiato ».
«Non burlarti di me. Sono ingrassato di cento chili. Grazie alle diete ».
« Sono contento di rivederti. Gli altri non ci sono? Sei venuto solo? »
«Vado a lavorare, io. Non sono in pensione ».
La sua intonazione strascicata di boemo s’era accentuata. Siamo andati al Sélect, una birreria dove pareva che tutti lo conoscessero. Ci eravamo appena seduti e già il cameriere gli portava, senza che nessuno avesse ordinato niente, un caffè ristretto con un bricchetto di latte freddo, e prendeva la mia ordinazione. Pavel s’è sporto per afferrare il vassoio dei croissant sul tavolo vicino e, estasiato, ne ha divorati tre, parlando a bocca piena con un’infinita distinzione. Pavel era fuggito dalla Cecoslovacchia da circa trent’anni e viveva in Francia in condizioni precarie. Era scampato in extremis alla purga che aveva travolto Slánsky, l’ex segretario generale del Partito comunista, e Clementis, il suo ministro degli Esteri di cui era stretto collaboratore. Ex ambasciatore in Bulgaria, autore di un’opera fondamentale, La pace di Brest-Litovsk, diplomazia e rivoluzione, rifiutata da tutti gli editori parigini, Pavel era portiere di notte in un albergo di Saint-Germain-des-Prés dove viveva in una stanzetta all’ultimo piano. Sperava di ricongiungersi col fratello maggiore, che era emigrato negli Stati Uniti alla fine della guerra, e aspettava un visto che gli veniva rifiutato a causa del suo passato. […]



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.



















