"Il Carnefice", se la provincia italiana è un incubo

Martedì, 7 giugno 2011 - 09:00:00
Il carnefice Newton Compton
La copertina

CRONACA DI UN ESORDIO SORPRENDENTE

A gennaio 2010 alla Newton Compton arriva il manoscritto di Francesca Bertuzzi, 28enne romana che lavora nel cinema, appassionata di letteratura americana ed ex allieva della Scuola Holden. Gli editor della casa editrice leggono il manoscritto e ne rimangono subito colpiti, per l’intreccio della storia, la forza della protagonista, l’abilità con cui l’autrice si destreggia nel genere che ha scelto: un’inedita e riuscita combinazione tra l’immaginario pulp di Tarantino, le tinte torbide di James Ellroy e l’ironia tagliente di Ammaniti.

LO SPECIALE

Libri

Speciale libri/ Scrittori, editori, editor, classifiche, interviste, poltrone, recensioni, brani in anteprima, blog, e-book, riviste online, notizie, curiosità, anticipazioni. Su Affaritaliani.it tutto sull'editoria

LA TRAMA - In uno di quei piccoli paesi della provincia italiana all’apparenza tranquilli, ma in cui il male esiste, si nutre e cresce fra le vie strette, le case decadenti e i bar semibui, sta per avere inizio l’incubo. È qui che abita Danny, una ragazza di origine africana, arrivata in Italia ancora bambina, insieme alla madre e alla sorella. Una sera, dopo aver chiuso il locale in cui lavora, Danny viene aggredita. Fa appello a tutte le forze che ha per difendersi dalla brutale violenza, finché a salvarla arriva Drug Machine, il suo datore di lavoro e l’amico più caro. Ma il peggio per lei deve ancora venire e la sta aspettando proprio sulla soglia di casa. Lì la ragazza trova uno strano messaggio che fa d’un tratto riaffiorare i dolorosi fantasmi della sua infanzia: una sorellina e una madre scomparse troppo presto e troppo in fretta, violenze subite e taciute, difficili da raccontare… Chi ha lasciato quell’angosciante messaggio e perché? Chi vuole riportarla indietro nel tempo, insinuando in lei dubbi capaci di sconvolgerle la vita? In un crescendo di colpi di scena riemergeranno, uno dopo l’altro, antichi segreti e sepolte bugie. La verità sarà la più scomoda e inquietante che si possa immaginare...

Francesca Bertuzzi newton compton

L'AUTRICE - Francesca Bertuzzi è nata a Roma nel 1981. A 22 anni ha conseguito il master biennale in “Teoria e Tecnica della Narrazione” alla Scuola Holden di Torino. Successivamente ha seguito un laboratorio di regia diretto da Marco Bellocchio e Marco Müller. Negli ultimi anni si è dedicata alla scrittura cinematografica, vincendo premi e riconoscimenti internazionali con diversi cortometraggi. Al momento sta lavorando al backstage, da lei diretto e montato, del film Vallanzasca - Gli angeli del male di Michele Placido.

SU AFFARITALIANI.IT LA PRIMA PARTE DEL QUARTO CAPITOLO
(per gentile concessione di Newton Compton)

Provai chiaramente il desiderio di non trovarmi lì. Immaginavo il bestione entrare dalla finestra e scagliarsi contro di me. Avrei voluto essere a casa, nella mia camera, con la borsa del ghiaccio sopra la testa. Mi sorprese sentire tanta voglia di quella casa, era il posto dove tutto era andato a rotoli, non mi aveva mai portato fortuna. Ero andata ad abitarci quando avevo nove anni, venivamo dall’Africa centrale. Un gruppo di preti missionari venne a vivere nel nostro villaggio, ci facevano i vaccini di mattina e di pomeriggio distribuivano cibo in scatola, chinino, acqua in bottiglia e, per noi bambini, qualche caramella. L’Africa la ricordo bene, stagna dentro di me, indescrivibile ed enorme, al centro del mio stomaco: un buco dentato pieno di fame. Quando il gruppo di missionari stava per ripartire, mia madre venne a svegliare me e Khanysha. Ricordo il suo volto quella notte come si ricordano le immagini di un eroe che ti strappa dalle fauci di un mostro caliginoso. «Andiamo, veloci». E scappammo dall’Africa sull’aereo dei missionari. Mia sorella Khanysha dormiva in braccio a fratel Pio, che non staccava lo sguardo da mia madre. Ed effettivamente era magnetica, aveva gli occhi come pietre mentre l’Africa diventava piccola e impercettibile, una mosca nel buio. Io mi sdraiai sulla pancia scavata di mia madre. Il suo battito era lentissimo e pesante, il suo respiro misurato come quello di un animale che si nasconde al predatore. Potevo avvertire i suoi ricordi africani scorrerle negli impulsi elettrici del cervello, addensarsi fino a diventare presenti, dei macigni nell’aria. Quando atterrammo, eravamo in Italia. Un lungo viaggio in corriera ci portò a San Buono, nella casa nella quale ancora vivo. Era a tre piani, di pietra. Il primo era una cucina: sulla sinistra, c’era un enorme pianale in marmo dove troneggiavano sei fornelli, e il lavandino, a destra, un camino di pietra e, al centro, un massiccio tavolo in legno. Khanysha era corsa al secondo piano, ci chiamò dall’alto. Quando io e mia madre entrammo, la stanza aveva le luci accese. Due lettini e un armadio erano lo scarno arredamento. E un’altra porta aperta di fronte a noi. Entrammo nel bagno, Khanysha era arrampicata sulla tazza e tirò la cordicina dello scarico. Il rumore gutturale ci fece sobbalzare, mia sorella scappò dietro mamma, che guardò il vortice d’acqua cristallina ribollire nella ceramica e scoppiò a piangere. Continuava a dire: «È così facile...». Io e Khanysha ci aggrappammo alle sue gambe di nervi e muscoli. Ci levò i vestiti e si spogliò, ci fece entrare nella doccia e ci sedemmo tutte e tre sotto una pioggia calda. Ci tenne abbracciate senza più piangere. Al terzo piano, c’erano due camere comunicanti, quella di mamma e quella di fratel Pio. Era un uomo sui quaranta, alto e fisicamente ben messo, ricordava Christopher Reeve ai tempi in cui vestiva i panni di Superman. Aveva gli occhi verdi, quasi celesti, i capelli castani, una mandibola decisa, una fossetta al centro del mento e una per guancia, quando sorrideva. Quello che più colpiva di lui erano le lunghe mani affusolate e curate. Mani lattee dalle dita sottili, le unghie rosee. Se non fossero state di dimensioni notevoli, le si sarebbero potute scambiare per quelle di una donna. Un bell’uomo che vestiva i panni di fratello, una carica ecclesiastica che nel suo ordine religioso non permetteva di celebrare messa. Conservava, però, il rigore della preghiera e l’obbligo della castità, aveva il colletto come i preti, dal quale però scivolavano due lingue rigide e bianche che terminavano sul petto, indossava una tunica lunga, aderente fino alla vita e scampanata sopra i pantaloni. Superman stile Matrix. Non era di San Buono, aveva ereditato quella casa, più un piccolo terreno agricolo, da uno zio contadino deceduto. Mia madre lavorava la terra e rassettava la casa, eravamo lì in veste di donne delle pulizie. Il parroco di San Buono, un uomo anziano e bonario, si era offerto di darci lezioni di italiano, che un pochino già conoscevamo, perché vicino al nostro villaggio, suor Domitilla ci insegnava a leggere e a scrivere. Era italiana come la maggior parte dei missionari e, a forza di sentirli parlare fra di loro, avevamo appreso termini qua e là. Andavamo dal parroco tutte le mattine e nostra madre ci dava delle uova da portare in segno di ringraziamento. Superman era fuori quasi tutto il giorno, tornava per cena e riusciva fino a tardi. Tornava a casa barcollante e gonfio di alcol, doveva passare per camera nostra per salire le scale verso la stanza di mamma. Mi svegliavo sempre quando rientrava. Il suo gesto magnanimo diventò presto chiaro. Non era disinteressato. A giudicare dal rumore di molle e di grugniti, si dava parecchio da fare, Clark Kent. Non sapevo visualizzare la mia rabbia per quel che succedeva, ma era in me. Mia madre era una donna troppo fiera per poter proferire parola su quello che stava succedendo, eppure sembrava felice. Ogni volta che ci guardava, nei suoi occhi si leggeva orgoglio per la salvezza in cui vivevamo...

IL BOOKTRAILER:

 

 

0 mi piace, 0 non mi piace
Fai di Affaritaliani la tua HomePage
Iscriviti alla Newsletter
Mobile
Seguici su facebook
Rss
Twitter
Google
Internet Explorer

Terremoto/ Scossa di magnitudo 4 in provincia di Modena
Siria/ Russia: il massacro di Hula va condannato ma vanno dimostrate colpe
Cannes/ Palma d'Oro ad "Amore" di Michael Hanele
Cannes/ Gran Premio a Loach, Reygadas premiato come miglior regista
Cannes/ Il Grand Prix a Reality di Matteo Garrone
Siria/ Obama: la strage di Hula vile testamento di un regime illegittimo
Milano/ DomenicAspasso, controllati 1150 veicoli: 310 le multe
Lega Nord/ Piasente nuovo segretario Friuli Venezia Giulia
LEGGI TUTTE LE ULTIMISSIME

Case da sogno

Una villa? Un attico? Un loft? Quello che cerchi in un click
Trova tutto qui!

Prima rata gratis

Sei alla ricerca di un prestito? Trovalo subito
SCEGLI PRESTITÒ

Auto usate

Stai cercando l’auto dei tuoi sogni? Scoprila subito.
Cerca adesso