Sessoscritto Bis/ “Mmmh...”, faceva Vera, ma non sembrava volesse parlare...

Mercoledì, 8 ottobre 2008 - 18:00:00

Eppure quella gatta era entrata, cercando un posto solitario e caldo dove partorire, non immaginando forse che poco dopo quella stanza sarebbe stata frequentata da Vera.
“Com'è entrata non lo so! Ma vorrei proprio che lei la facesse uscire!”
Gli rispose sgarbatamente Vera. Lui invece evitò di parlare ancora e scuotendo appena la testa uscì dall'ufficio di lei. Ma Vera gli andò dietro, incalzandolo:
“Ehi, dove va? “
“ Vado a cercare una cosa” Gli rispose allora lui, senza girarsi e continuando a percorrere i pochi metri che separavano l'ufficio di Vera dal gazebo dove lavorava e dove nuovamente entrò per aprire un armadietto in cui teneva il plaid che era proprio andato a prendere.

L'avvolgeremo con questo e la porteremo insieme con i suoi micetti nello sgabuzzino delle scope, così...” Cominciò a dire lui, ma Vera lo interruppe quasi subito:
“No, no: io non farò un bel niente! Non toccherò quei gatti. Lo farà lei!”
“Va bene. Va bene.” Disse lui.
 “Però lei verrà con me...” Si ritrovò ad aggiungere, in un improvviso attimo di coraggio.
“D'accordo. Verrò con lei. Ma starò solo a guardare!”. Sentì che Vera gli rispondeva. E ne fu immediatamente molto contento. Provò allora anche una profonda simpatia per quel gatto rosso che quella mattina aveva scelto l'ufficio di Vera per partorire i gattini. Quell' evento insolito era una bella fortuna:  avrebbe  passato in compagnia di  Vera e del suo culo almeno un altro quarto d'ora ancora.



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Tornarono nella stanza di lei, lui si piegò per prendere la gatta e avvolgerla nel plaid insieme con i suoi micetti ma l'operazione – naturalmente! - non fu facile come lui l' aveva descritta. La gatta, sebbene apparisse stanca e incapace di divincolarsi con energia, lo graffiò diverse volte prima di permettergli di prenderli, tutti e tre, e trasportarli nello sgabuzzino delle scope dove avrebbero potuto restare tranquilli almeno fino alla mattina dopo. Lui però era piuttosto forte e deciso e non si lasciò scoraggiare dalle sue unghie. Inoltre quel piccolo incidente destò maggiormente l'attenzione di Vera che, dopo, non solo lo portò nuovamente nel suo ufficio per dargli disinfettante e cerotti – lei non gli toccò la mano ferita né lo aiutò a scartare i cerotti, ma fu comunque gentile ad offrirglieli – ma addirittura gli disse che, se lui poteva assentarsi ancora qualche minuto dal gazebo, avrebbero potuto bere un caffè insieme.
“Si. Certo” Rispose lui. E si avviarono nel bar all'interno dell'edificio stesso.
Lasciarsi offrire un caffè, pensava lui, era per Vera sicuramente un gesto molto magnanimo. E lui non si sentiva sminuito dall'atteggiamento di  poco giustificata superiorità con cui Vera lo investiva. Anzi: anche questo gli sembrava in qualche modo provocante.

“Io non sopporto i gatti! Ma guarda un po'. E me ne ritrovo uno che partorisce nel mio ufficio. Tre gatti tutti insieme, da me, e nello stesso giorno. E puzzano! Ha sentito? I gatti puzzano. E la sua ferita si potrebbe infettare. Hanno le unghie sicuramente sporche, come tutti gli animali. Ma quelle dei gatti credo  siano anche un po' velenose... Lei deve controllare la sua ferita. Ed avvertire qualcuno che ci sono i gatti, naturalmente! Dovranno portarli via da qui, no? Portarli in giardino o dalla protezione animale...o in un canile per gatti...Come si chiamerà? Forse non esiste, perchè la parola proprio non mi viene...”

Lui ascoltava le frasi di Vera con attenzione, come se davvero ci fosse qualcosa da ascoltare. Aveva ormai bevuto il suo caffé mentre lei, poiché parlava, teneva ancora la tazzina piena  in mano.
“Chiamerò la sicurezza, chiamerò l'istituto di vigilanza: ci penserò io. Però prima lei viene con me?” Domandò lui, mentre nel frattempo Vera era riuscita a bere il suo caffè.
Gli fece allora  un grande, esagerato sorriso e gli chiese: “ Con lei?! E dove mi porta?!”
Il suo tono era smaccatamente ironico e lui si aspettò di sentirla addirittura ridere. Ma la risata non ci fu. Perciò lui accettò quell' ironia e con semplicità le rispose: “Nella stanza delle fotocopie.”
Vera non gli domandò il perché. Alzò un poco una spalla e, probabilmente giudicando innocua la sua richiesta oppure incuriosita, fece segno di sì con la testa, per assecondarlo.

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