Sessoscritto Bis/ “Mmmh...”, faceva Vera, ma non sembrava volesse parlare...

Mercoledì, 8 ottobre 2008 - 18:00:00

Sull'onda del successo di Sessoscritto, rubrica di racconti erotici di Affaritaliani firmata da Teodardus, arriva ora una nuova serie di "storie notturne" per soli adulti...

Attenzione: il testo che segue non è adatto a lettori di età inferiore ai 18 anni

di Ariela Baco

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Alzò la testa dal giornale che stava leggendo perchè la sentì entrare, con il solito rumore di porta sbattuta. Tutte le volte che lei entrava lui ripensava al libro in cui un altro personaggio femminile faceva la stessa cosa: si annunciava attraverso quel rumore forte e irriverente, un gesto che rivelava una trascurata attenzione per il prossimo, una noncuranza dichiarata e fastidiosa. Ma  in lui – e in tutti i personaggi maschili del libro a cui quella brutta abitudine di lei lo faceva pensare – quel gesto funzionava come un richiamo sessuale. Risvegliava i sensi dal torpore, faceva muovere gli ormoni: prometteva incontri e carne scoperta, liberamente offerta  al tocco delle mani, al palpeggiamento forte e continuo delle carezze che si strusciano sulla pelle: una pelle che desidera essere strusciata, toccata.

La guardò passare attraverso il corridoio ed entrare nella sua stanza. Vera non lo aveva salutato – quasi che lui fosse trasparente – ma anche questo non gli provocò stupore, poiché rientrava in quella lista dei suoi comportamenti maleducati a cui ormai lui si era abituato da quando, ogni mattina – o quasi – la vedeva entrare in ufficio attraverso il gazebo dove  faceva il portiere.
Quel giorno Vera portava gli stivali e il suo passo era più pesante del solito. Camminava avvolta in un giubbotto nero che lasciava libero alla vista il suo sedere, un poco ondeggiante, fasciato in un paio di brutti jeans. Ma che importava se quei pantaloni erano un altro segno di sciatteria? L'unico desiderio che lui aveva, vedendoli, era di toglierli - desiderio che aveva anche verso qualsiasi altro abito di lei, magari anche più bello – per guardare, nudo e libero, il bel culo di Vera, stringerne la carne a mani piene e tenerlo fermo mentre con la lingua percorreva la riga che separava quelle sue grosse mele tonde e morbide...



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Vera scomparve presto dalla sua vista e lui tornò a leggere il giornale. Nel gazebo per fortuna la temperatura era mite e il calore che i suoi pensieri andavano a poco a poco perdendo non si ripercuoteva sulla sua temperatura esterna.
Dopo qualche minuto fu però nuovamente distratto da un picchiettio di dita – neppure tanto leggero - sul vetro del gazebo. Alzò lo sguardo e si trovò di fronte la bocca piena di rossetto di Vera che, già in movimento, gli diceva qualcosa che lui non riusciva a capire.
“Ho bisogno di lei!”, urlò allora Vera con una voce priva di grazia ma che ebbe immediatamente il potere di farlo uscire dal gazebo e di pararlesi di fronte:
“Cosa è successo? Cosa posso fare?” Gli domandò lui. E Vera rispose, dandogli immediatamente le spalle e precedendolo lungo il corridoio:
“Venga con me. Le faccio vedere!”



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Lui la seguì, con gli occhi fissi sul suo culo, ora così vicino al suo sguardo.
Entrarono così nell'ufficio di lei e  lui si ritrovò ad osservare ciò che Vera aveva visto solo pochi minuti prima: sul pavimento, accanto alla sua scrivania, una grossa gatta dal pelo striato di rosso, allattava due piccoli gattini, dal colore incerto.
“E questa com'è entrata?” Si ritrovò a dire lui, per la verità piuttosto divertito da quello spettacolo così insolito per quel luogo: un ufficio dove tutte le mattine, molto presto, gli addetti alla pulizia rassettavano tutto e dove un istituto di vigilanza controllava che non rimanessero aperti porte o finestre - ma neppure spiragli di alcun tipo. E poi c'era lui stesso, a guardare chi entrava e chi usciva, a vegliare su chi di giorno lavorava in quel luogo...Di certo nulla di prezioso veniva custodito in quei locali e il viavai non era molto frequente, così lui aveva tempo di leggere il giornale e spesso anche di studiare dal momento che, giovane com'era, era ancora iscritto all'Università e voleva laurearsi senza rinunciare al suo lavoro di portiere.

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