Le domande dei ragazzi, lo Strega, il rapporto con i media... Mariapia Veladiano si racconta su Affaritaliani.it

Venerdì, 27 maggio 2011 - 11:24:00

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di Mariapia Veladiano
(testo scritto per Affaritaliani.it)

Mariapia Veladiano einaudi stile libero
Mariapia Veladiano
Non perdonano il padre. E nemmeno la zia Erminia. Capiscono invece la madre. E soprattutto capiscono che non tanto di una bambina, ragazza e donna brutta si tratta, quanto di un mondo bruttissimo che vede Rebecca con gli occhi di un pregiudizio che è brutale, non ha senso e va combattuto. E’ il pregiudizio di chi pensa che la normalità sia una sola, scolpita, autoevidente e contundente verso chi non la riverisce. La cui forma prima è il rassicurante “fare quel che fan tutti”, qualsiasi cosa sia: erigere barricate contro il mondo, aggrapparsi alla zattera del proprio egoismo, credere che la vita sia davvero tutta qui. E La vita accanto che mi viene restituita durante gli incontri con gli studenti, nelle scuole, è esattamente quello che vorrebbe essere: un romanzo sul dolore di non essere amati, e non tanto, o non solo, sul pregiudizio estetico.  Rebecca invece mi viene restituita un po’ più  “combattente” di come è stata pensata, in lotta con il mondo che non la vede e non la vuole, piena di volontà di riscatto. “E’ un romanzo sulla necessità di lottare contro le avversità della vita?, mi chiedono. Un po’ sì e un po’ no, rispondo. Bisogna lottare perché la ferita non possa prevalere nella nostra vita, e questo sta a noi certamente. Rebecca non si piega, non lascia che il suo desiderio di vita si spenga,  ma da sola quasi non è capace di chiedere un posto nel mondo. E infatti riceve dagli altri, Lucilla e la maestra Albertina, il primo spontaneo gratuito sguardo di riconoscimento, di affetto. E così deve accadere. Ci dobbiamo vedere gli uni gli altri e così, insieme, lavorare per una vita possibile per tutti.

mariapia veladiano einaudi stile libero
Il libro
Certo, noi dobbiamo resistere, ma il mondo deve essere capace di vedere le nostre vite marginali quando accade che siano tali. E di lottare per noi quando noi non sappiamo farlo. Altrimenti la retorica del “combattente” è funzionale a quella che santifica il successo come l’unica cosa buona e insieme benedice il nostro egoismo. E chi si trova a vivere un’esistenza marginale  si trova addosso anche l’accusa: Colpa sua se non ce la fa. E questo dice la perversione dei nostri tempi, in cui la vita degna di essere vissuta sembra essere solo quella che luccica, che trova un modo per emergere su quella degli altri, quale che sia il prezzo

Comunque le domande che mi vengono rivolte nelle scuole rivelano da un lato la seduzione che questa tirannia dell’apparire ha sulla vita di tutti, e dall’altro la speranza di combatterla, di sconfiggere la dissipazione del potere travolgente dei sogni indotta dall’inseguire modelli che non sono la verità del nostro essere. Non c’è accidia del cuore e dei sentimenti, non dicono: Le cose vanno così e non si può far niente. E se a volte appare questo atteggiamento, si fa presto a rovesciarlo perché c’è  un desiderio di vita buona anche se a volte non si sa riconoscerlo. Va coltivata l’arte della resistenza: si deve resistere alla tentazione dell’egoismo che costringe le nostre vite, alla moda che esalta l’ostentazione della ricchezza e della prevaricazione, alla cattiva educazione esibita come superiorità, al disprezzo dell’altro come atteggiamento socialmente accettabile  E’ certamente possibile resistere, ma lo si fa in compagnia, difficilmente da soli. E questo i ragazzi lo sentono, come sentono che possono rovesciare il mondo dell’ingiustizia che noi adulti abbiamo loro consegnato. Purché li si ascolti davvero e non si parli loro con la implicita e sottilmente offensiva presunzione di “insegnare”. Un po’ scherzando dico: Ci vuol poco a fare meglio di noi. Avete tutto nelle mani: il vostro tempo, i vostri progetti, le vostre energie meravigliosamente nuove, le idee. Se coltivate la vergogna per quel che accade e l’indignazione, farete meglio di noi certamente.

A loro racconto che per far conoscere il mio primo libro ho scelto questa strada “lenta” degli incontri, in librerie grandi e piccole, in rassegne culturali, nelle scuole, con minuscoli circoli culturali e di lettura. Che ho cercato di evitare un’esposizione personale che spostasse l’attenzione dal libro alla persona (la “teologa” contro gli scandali, la contestatrice del modello di bellezza corrente…), perché credo che i libri abbiano il dovere di  conquistarsi un posto nelle biblioteche e nel cuore delle persone attraverso la scrittura e la storia e non perché portati dall’ingombro dell’essere l’autore una figura esposta. E racconto che così incontro un mondo buono di persone che leggono, scrivono, pensano. Non appaiono ma sono. Cercano di lasciare il mondo migliore di come lo hanno trovato. O almeno, non peggiore. Camminano con passo leggero nella vita e nei rapporti.

Certo che mi interrogano sul tema della bellezza. Li inquieta e li attrae questa vera devozione verso la vita perfetta che il nostro mondo ha fatta propria: bellezza, successo, ricchezza, salute. Tutto sempre al massimo. Se ne parla e raccontano le storie estreme che conoscono, e offrono delle riflessioni folgoranti: Le donne amate si vedono bellissime, ha detto una ragazza. Vale per tutti, non solo per le donne. Ed è così semplice. E colpisce quando riporto l’osservazione di una regista teatrale, che mi raccontava come anche attrici straordinarie come Anna Magnani o Barbara Streisand oggi probabilmente sarebbero a rischio in un provino di selezione, perché il requisito di rientrare nell’unico canone estetico accettato oggi  viene comunque prima del merito.

Dello Strega mi chiedono come funziona, se è un premio “libero”, così una ragazza ha detto. Io rispondo raccontando le sue nobilissime origini, legate a Maria Bellonci,  i cui libri hanno riempito le mie giornate di lettrice e poi i miei desideri, e spiego che sono grata alla casa editrice per aver proposto La vita accanto: è un riconoscimento grande e insieme un impegno per me. E infatti accompagno Rebecca in un tour davvero turbinoso, a conoscere i suoi lettori. Alla presentazione dei candidati, a Benevento, ho fatto incontri semplicemente belli, con persone che leggono e leggono e leggono. Racconto degli altri libri candidati: in generale molto “etici”, una bella selezione che incontra il desiderio di vita di un mondo che ha paura di perdersi. E quindi mi sento serena sul Premio Strega, sono in buona compagnia.

La sorpresa grande e inattesa, dal giorno della pubblicazione, è stata la quantità di lettere, lettere bellissime che ricevo. I lettori mi restituiscono le loro emozioni, molti le loro storie, molti si sono innamorati della scrittura, altri di un personaggio (c’è un fan club di Lucilla!), altri della vicenda con i suoi molti rovesciamenti. C’è chi scrive di aver visto con occhi diversi la propria storia con la madre depressa, si è ritrovato nelle emozioni descritte, ha fatto proprie le parole del libro. Un mondo mi ha fatto incontrare il libro. E questo è già un premio.

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