"Home Boy", il romanzo definitivo sul post-11 settembre

Giovedì, 24 giugno 2010 - 12:51:00

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Home Boy Il Saggiatore H.M. Naqvi
La copertina
"Home boy", romanzo di H.M. Naqvi in uscita in questi giorni per Il Saggiatore, racconta le vite di tre giovani musulmani di origine pakistana, AG, Jimbo e Chuck, nella New York alle soglie dell'11 settembre. I ragazzi vivono tra alcool, donne, cocaina e locali fantasticando sulle infinite possibilità di reinventarsi che l'America offre loro ogni giorno. Un mattino però tutto cambia: è l'11 settembre e il terzo palazzo distrutto è il World Trade Center, un tempo luogo di lavoro di Chuck, che aveva lavorato nella finanza prima di riciclarsi come taxista. L'aria di New York diventa ostile. La città sembra sempre più solitaria e minacciosa, con l'indice puntato su quelli che da ragazzoni scapestrati si sono improvvisamente trasformati in potenziali, pericolosi terroristi. Con la voce slam delle strade della Grande Mela e un ritmo incessante, "Home Boy "è allo stesso tempo un'opera on the road, un romanzo di formazione e una storia di immigrazione nell'America contemporanea. E il vero successo di Naqvi sta, forse, proprio nella varietà di immigrazione e immigrati che riesce a narrare, nonché nel far emergere quanto netta sia stata la linea di demarcazione che l'11 settembre ha tracciato nelle vite di tutti noi...

Home Boy Il Saggiatore H.M. Naqvi
L'autore
IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT IL FORMIDABILE INCIPIT DEL ROMANZO:

(Per gentile concessione de il Saggiatore)
HM Naqvi, "Home Boy"
280 pagine, 15 euro

Eravamo diventati musi gialli, ebrei di merda, negri fottuti. Prima non lo eravamo. Ci immaginavamo bon vivants, cantastorie, uomini del Rinascimento, io, AC e Jimbo. Ci eravamo quasi tutti inventati e fatti da noi ed eravamo sicuri di avere in pugno la grande dialettica globale. Studiavamo quotidianamente il Times e il Post e altri trattati di retorica tradizionale sullo stato della società, consultavamo ogni settimana il Voice e sfogliavamo con assiduità
altre pubblicazioni rivolte a un target più selettivo come Tight o Big Butt. A parte Jimbo, che non era un gran lettore, conoscevamo i classici russi e il canone letterario postcoloniale, ma ci entusiasmavano le voci esuberanti e chiassose
della narrativa americana contemporanea; alla tv guardavamo i documentari sulla natura e i varietà di Telemundo
e in genere non seguivamo lo sport, tranne quando il Pakistan giocava contro l’India a cricket o i Knicks arrivavano ai playoff; ascoltavamo Nusrat e le nuove generazioni di rocker indigeni, oltre al gangsta rap della vecchia scuola, tanto che eravamo rinomati per intonare senza preavviso «Viene da Compton, pazzo figlio di puttana/ si chiama Ice Cube, della Niggaz With Attitudes», ma non ci entusiasmava più di tanto l’egemonia culturale dell’hip-hop (per quanto Jimbo fosse notoriamente un apologeta delle composizioni trimetriche di Eminem e paragonasse spesso i ritmi dell’hip-hop a quelli delle bande marcianti curde). E ci dedicavamo a scorrerie negli anfratti segreti di Central Park, tenendoci fuori dal Meatpacking District, e andavamo spesso a cena a Jackson Heights; non eravamo ricchi ma neanche poveri (per capirci, avevamo scarpe costose ma nessuna proprietà immobiliare); non eravamo frum, osservanti, ma evitavamo la carne di maiale – io per principio e Jimbo per abitudine – anche se AC, nel suo fervente ateismo, si concedeva ampio spazio di manovra culinaria; e bevevamo dappertutto, in alcuni posti più che in altri, brindando a noi tre con vodka on the rocks o Wild Turkey con acqua (e la birra l’avevo scoperta in giugno) in compagnia di donne nere, asiatiche e bianche senza distinzioni. Sebbene avessimo un denominatore comune e ci sentissimo dire, un po’ per scherzo un po’ no, Oh, voi pakistani vi assomigliate tutti, non ci assomigliavamo affatto, AC, Jimbo e io. AC – un nome in codice che era in parte l’abbreviazione di Ali Chaudhry – era una canaglia fascinosa, un dandy intellettuale, un uomo di presenza scenica teatrale. Quando entrava a grandi passi in una sala con il suo baffetto sottile, la giacca da camera di velours e gli stivaletti alla caviglia in pelle di serpente, fin da subito esigeva attenzione e un pubblico. Si ravviava all’indietro la criniera luccicante spianandola con i palmi delle mani enormi. Alzava il braccio, esibiva un sorriso macchiato di nicotina e ruggiva: «Si dia inizio ai festeggiamenti!» dopo di che veniva verso di te a grandi passi allungando la mano carnosa e declamava: «Ecco dov’eri finito, vecchio mio! Dobbiamo parlare immediatamente!». Di noi tre, era l’unico immigrato. Mentre lui campava alla giornata in un appartamento a equo canone a Hell’s Kitchen e aveva un secondo lavoro come supplente in una middle school del
Bronx, sua sorella maggiore era arrivata nell’81 insieme all’ultima ondata di immigrati pakistani e aveva goduto
di un successo spettacolare. Dieci anni più tardi era stata lei a garantire per la Green Card di AC. Zia Mini, una donna minuta che non si lasciava mettere i piedi in testa da nessuno, lavorava al reparto pediatrico del Beth Israel, nell’Ottantasettesima, abitava in un brownstone dietro l’angolo e finanziava il dottorato a intermittenza e la meticolosa débauche di AC. Jamshed Khan, universalmente conosciuto come Jimbo, era di tutt’altra razza: una placida montagna d’uomo con la faccia a luna piena, dreadlocks crespi e naso semita che, secondo AC, dimostrava pienamente le congetture antropologiche secondo cui i pathan sono in realtà la tribù perduta d’Israele. Non che simili altisonanti tematiche avessero un qualche effetto sentimentale o motivante per Jimbo. In genere stava per conto suo, appoggiato a un muro come uno spaventapasseri superimbottito, ma quando si faceva tardi capitava che ti prendesse per un braccio e ti spiegasse fin nei dettagli la conversazione che stava intrattenendo mentalmente con se stesso. Jimbo era noto per le sue conversazioni farcite di non malapropismi e incastri verbali, per la sua loquela studiata e caratterizzata da un’inflessione irregolare della voce e dal lavorare per rima quando non per razionalità. A prima vista sembrava un tipo con la testa fra le nuvole, ma noi sapevamo che lui sapeva come andavano le cose. A differenza mia e di AC aveva una fidanzata fissa nonché, in quanto dj barra produttore, una vocazione che gli garantiva un certo cachet. Ma se la sua carriera gli apriva molte porte nella città, l’aveva anche alienato dal padre settantenne, un capocantiere in pensione residente a Jersey City da un quarto di secolo. In quel lasso di tempo aveva tirato su un figlio e una figlia e parecchi edifici di prestigio su entrambe le rive dell’Hudson. Nato e cresciuto a Jersey, Jimbo era americano al cento per cento. Per quanto riguardava me, mi chiamavano tutti Chuck e il soprannome mi è rimasto appiccicato. Dovevo crescere ancora ma mi consideravo già grande; ero, e tuttora sono, non molto alto, magro e spigoloso come il mio defunto padre, ho capelli castani, occhi con riflessi color stagno e il naso affilato «di un aquilotto», come diceva sempre mia madre. Ero arrivato a New York da Karachi quattro anni prima per iscrivermi all’università, completandola a pieni voti in tre, e nonostante fossi l’unico emigrato del gruppo mi piaceva pensare che da allora avessi conquistato la città e la città avesse conquistato me. (continua in libreria...)

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