Il rock indipendente italiano degli anni zero? Povero ma coraggioso
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Racconti orali di: Francesco Bianconi (Baustelle), Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica), Pierpaolo Capovilla (Il teatro degli orrori), Max Collini (OfflagaDisco Pax), Dente, Federico Dragogna (Ministri), Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Meg, Enrico Molteni (Tre allegri ragazzi morti), Massimo Pupillo (Zu), Tying Tiffany. In più, l'appendice con la storia della discografia indipendente italiana (2000-2010) a cura di Davide Brace.
L'autore - Andrea Scarabelli è nato a Milano nel 1983. Suoi racconti, interviste e recensioni sono apparsi su “Rolling Stone”, “Pulp”, “il manifesto”, Gq.com, Carmilla, “Atti impuri”. Nel 2008 ha pubblicato la docufiction Beautiful (No Reply).
LEGGI L'INTRODUZIONE:
Suonare il paese prima che cada
di Andrea Scarabelli
Trovare le parole, e se non le parole i suoni, il rumore giusto, alzare i livelli, cancellare furiosamente, percuotere, trascrivere i testi su computer, registrare in casa, equalizzare, maledire i programmi che saltano, inviare provini per email, equalizzare ancora perché prima faceva schifo, studiare layout, mandare in stampa. Gestire il proprio booking, passando le giornate a scavare su Google, con due o tre profili su Facebook per aggirare il limite dei cinquemila amici, il numero di cellulare ovunque, il dono dell’ubiquità comprato a rate, le interviste via mail, la
comunicazione da attuare per forza da soli. Vedersi crescere come rampicanti e restare comunque piccoli. E tutto questo mentre si vive, più o meno furiosamente, divisi tra lavoro e sala prove, tra ripieghi interinali da lasciare appena è il momento del tour; oppure provandoci a tempo pieno, con un miliardo di concerti, dovunque, con o senza pubblico. Niente di nuovo, certo: è la vita di qualsiasi musicista indipendente, emergente, o che non ha sfondato. Uguale a prima, ruolo centrale di internet a parte. Invece qualcosa, ultimamente, sta cambiando. È emersa
una nuova scena, povera di mezzi e ricca di determinazione. Non è ancora chiaro se sia stata una scelta, oppure una necessità dovuta alla parabola in picchiata della discografia tradizionale. Non è certo nemmeno se ci sia una forma di coesione o se l’impressione che abbiamo, davanti a una serie di nomi che tornano sempre, sia essenzialmente dovuta a fattori umani; ovvero che a forza di suonare in contesti simili, certi musicisti sono diventati amici e hanno iniziato a collaborare. Di certo in questi anni, ancora troppo disgraziati e bollenti da maneggiare, l’interesse per la musica italiana non mainstream è andato crescendo, irradiando una fascia di pubblico trasversale, capace di includere i fanboy dei blog musicali, gli adolescenti non più monopolio di Mtv, le ragazzine innamorate dei musicisti,
gli universitari in cerca di aggregazione, i nerd con otto hard disk esterni pieni di post rock e noise, la precedente generazione degli anni novanta e i veterani assoluti degli ottanta. E questo mix si estende anche agli artisti, davvero eterogenei per età e provenienza. Da tempo si cercano gli strumenti per mettere a fuoco, prima ancora di poter sperare di raccontarli, i famigerati noughties, gli anni zero/zerozero/duemila che dir si voglia. Un decennio che, appena terminato, lascia in eredità un cumulo di rovine. Sono i brandelli esplosi del cadavere del novecento, secolo tutt’altro che breve, un padre-padrone ingombrante, che ha creato i presupposti per il proprio assassinio. Per questioni anagrafiche, nonostante tutto, ho vissuto appieno il periodo e sento l’esigenza di passarlo al setaccio. Di solito mi occupo di narrativa, ma ho individuato un collegamento a doppio filo con la musica che ho cercato di esplicitare nel festival Slam X, organizzato insieme a Marco Philopat. Nelle sue due edizioni, 2009 e 2010, ha visto oltre sessanta tra musicisti e scrittori alternarsi sul palco del Cox 18, a Milano. Il riscontro è stato notevole, e mi ha spinto a intraprendere un percorso più approfondito, che provasse ad attraversare questo fermento, senza aspettare che si sedimentasse. Ho deciso di farlo attraverso le parole, per ribadire ancora una volta questo legame. musicisti che partecipano a questo progetto hanno attraversato il decennio senza tirare il fiato. Intorno a loro crollavano
palazzi e simboli, si aprivano crepacci sismici in cui precipitavano certezze acquisite, hanno visto sciogliersi lavoro e mercati, esplodere persone, innalzarsi la soglia della povertà insieme al riscaldamento globale. Hanno attaccato jack agli amplificatori mentre il cosiddetto primo mondo dichiarava una guerra dopo l’altra, suonato a tutto volume senza riuscire a sovrastare i focolai di risate televisive. Guidato per ore in furgone, attraversando la penisola, alla faccia di presunte secessioni. Quell’Italia che in questi anni ha svelato il suo ghigno più feroce, in cui situazioni che abbiamo sempre creduto impossibili oggi ribadiscono arroganti la loro esistenza. Uno stato di cose che, come ripetono tutti, non può durare a lungo. Lo sostengono convinti da quasi dieci anni. E allora, se anche l’Italia sta per crollare, questi musicisti non si sono risparmiati. Non hanno aspettato tempi migliori per evitare di sporcarsi le mani. Non si sono trasferiti all’estero. Hanno continuato, con ogni forza residua, a suonare il paese prima che cada. Alcune precisazioni metodologiche: non sono un giornalista musicale, nemmeno un esperto, a dire il vero reputo abbastanza inutili entrambe le categorie. In questo libro ho chiesto a dodici artisti di contribuire con la loro visione di questo decennio, liberamente. C’è chi l’ha fatto ricorrendo soprattutto alla propria autobiografia, altri invece se ne sono tenuti lontani. Chi ha composto veri e propri racconti orali e chi invece ha preferito frammenti, oppure una chiacchierata informale. Non c’era nulla di vincolante. È fisiologico che molti di loro abbiano affrontato gli stessi temi, ma sempre sotto angolazioni differenti. La scelta degli artisti, da parte mia, non è stata dettata né da un giudizio di merito né da gusti personali: per ricostruire l’intera scena avrei dovuto dare testimonianza di centinaia di esperienze, da quelle che hanno avuto una certa esposizione fino ad altre che non hanno superato il primo disco, a volte addirittura il demo. Un compito chiaramente impossibile. A rendere parziale testimonianza della galassia della discografia indipendente e delle costellazioni di autoproduzioni, troverete un’appendice curata da Davide Brace. Ho preferito quindi una selezione di nomi che sono stati protagonisti indiscutibili del periodo in questione. Forse tra i più famosi, sicuramente quelli che hanno avuto un impatto importante sull’immaginario. Per sapere quali colpi hanno ancora da sferrare all’Italia, prima del suo tanto agognato collasso.
(continua in libreria...)



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