Le vacanze discount degli italiani
Di Tommaso Labranca 
Tommaso Labranca
Abbiamo archiviato le festività natalizie, i capodanni e le epifanie. Quindi ora l’interesse di molti è concentrato sulla prossima occasione per partire, su un qualsiasi ponte che possa far strillare ai tg Mediaset “Milioni di italiani in fuga verso le città d’arte e le capitali europee”. Vadano pure. Io non mi muovo. Da vent’anni. Decisi di non viaggiare più nel 1989. Ero su un trenino senza storia, quei regionali di cui non si deve mai parlare alla macchinetta del caffè tra colleghi per non fare la figura dello sfigato. Forse tornavo da Lugano che, stando a quanto cantava Dalla, “come estero è una truffa”, visto che parlano la nostra stessa lingua e quindi non offre alcun senso di avventura maccheronica. Due stazioncine dopo Como salirono quattro personaggi addobbati in maniera variopinta in bermuda e canottiere, carichi di zaini e valigie. Uno portava un sombrero, anche abbastanza ingombrante. Ci fu un momento in cui uno dei quattro interpellò Speedy Gonzales sul perché di quell’inusitato copricapo. La risposta fu qualcosa del tipo, sai l’ho comperato alle Canarie ad aprile e visto che andiamo in Messico… Invece di scaraventare Speedy Gonzales dal treno in corsa, gli altri non commentarono nemmeno questa giustificazione e ripresero la loro fitta conversazione.
Argomento: tutti i numerosissimi viaggi fatti dai quattro negli anni precedenti, una gara condotta a colpi di chilometraggio e disagi, un disperato tentativo di apparire moderni e cosmopoliti e non piccoli frequentatori dell’oratorio di Fenegrò, anche abbastanza spaventati dal mondo. Al punto che raramente si spostavano oltre Fino Mornasco nei sabato sera e l’idea di essere su un trenino che li portava a Milano già li faceva fibrillare segretamente. Scendere alla stazione di Cadorna e cercare il mezzo per raggiungere Malpensa nell’intrico di mezzi pubblici della città: ecco la vera avventura. Il dopo, ossia l’itinerario messicano, non faceva altrettanto paura, addomesticato com’era dall’agenzia di viaggi che aveva stilato un all-inclusive dettagliato come la cerimonia di insediamento alla Casa Bianca e protetto come una gita scolastica di una classe elementare.
Questa sgradevole compagnia proseguì fino a Milano. Mentre lasciavo il treno per dirigermi alla metropolitana giurai a me stesso che non avrei mai più intrapreso alcun viaggio che non fosse stato di lavoro. E così è stato. Sono vent’anni che non vado in nessun luogo se non per necessità professionale. La paura di andare in un qualsiasi luogo per diletto e di imbattermi in uno di quei quattro individui è troppo forte. Non so come potrei reagire. Questa scelta ha naturalmente un prezzo: la morte sociale. Da vent’anni vivo solo, isolato ed emarginato. Nei luoghi di lavoro sono visto con sospetto poiché non parlo mai delle vacanze che sto programmando né di quelle che ho vissuto con un pizzico di trasgressione. Alla macchinetta del caffè, luogo deputato per il riscatto da ogni frustrazione esistenziale, esibendo abbronzature e collane etniche comprate in loco (e prodotte a Taiwan), io taccio soffocato dalla vergogna. Gli altri mi guardano con compassione e mi deridono perché non stacco mai la spina e non apro il mio cervello andando a Zanzibar o in uno di quei sconsolanti panorami da Isola dei Famosi, con una sola palma, che brillano sui desktop di patiti della nuda vita tropicale, gli stessi che diventano isterici se l’acqua nel bagno dell’ufficio non è abbastanza calda.
Ma da quando gli italiani sono diventati così cosmopoliti? Eravamo un popolo di immoti valligiani, vitelloni incollati alle sedie dei barsport, piccolo-borghesi terrorizzati da ogni cibo che non fosse spaghettiforme , la disperazione di Mussolini che diffondeva nel mondo la menzogna su un popolo di navigatori eccetera. Per secoli siamo stati abituati ad accogliere gli altri, tedeschi e inglesi, che mandavano da noi i propri rampolli a farsi una cultura artistica. E i nostri progenitori li trattavano da boccaloni proprio come oggi catalani, greci, messicani trattano gli italiani che quando viaggiano pensano sempre di andare a spezzare le reni a qualcuno. Ma è troppo tardi, Benito non c’è più. Qualche anno fa alla Tate Gallery di Londra fu tenuta la mostra "Grand Tour: The Lure of Italy in the Eighteenth Century". Lure significa fascino, attrattiva, ma indica anche l'esca. Da questa semplice osservazione lessicale si può dedurre che il turista nobile e colto del Settecento non era null'altro che un boccalone, proprio come quello attuale. Però a qualcosa quei grand tour servivano. I rampolli tornavano a casa con qualche quadro del Canaletto, con un libro di memorie o un ciclo di poesie ispirate dalle mattinate fiorentine. Ma i miei connazionali viaggiatori, con che cosa tornano? Con l’herpes, quando va bene. Poi svariate infezioni intestinali. Numerosi gigabyte di fotografie digitali fatte malissimo che ti spediscono per mail impallandoti la connessione. Una serie di ricordi standard che sentiremo ripetuti parola per parola da chiunque si sarà recato in quello stesso luogo. E tante, troppe recriminazioni su questa Italia dove non funziona nulla… invece in Svezia, in Scozia, nel Belize…
(Segue - L'introduzione dell'euro ha notevolmente ridotto le vanesie esibizioni pubbliche dei viaggiatori italici...)



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