Giusi Marchetta: "La narrazione 'spezzata'? Una scelta obbligata...". L'intervista
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TRE ROMANZI SU GIOVANI DONNE PRECARIE Alice (senza niente), Emma, Bet: tre donne alle prese con le precarietà... LO SPECIALE
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"Al terzo libro ho capito che la narrazione spezzata, che va avanti a forza di continui salti spazio-temporali, è una scelta quasi obbligata per me. Quando penso alla realtà di una persona non riesco mai a separare il suo presente da quello che ha vissuto nel passato". Giusi Marchetta, che per Rizzoli ha appena pubblicato "L'iguana non vuole" (romanzo duro sulla precarietà professionale ed esistenziale, che ha per protagonista un'insegnante di sostegno) si racconta a tutto campo con Affaritaliani.it. E spiega: "Più che di non piacere, avevo paura di non scrivere il romanzo che avevo in mente. Invece l’Iguana è come l’avevo immaginata e questo mi basta". Poi aggiunge: "Detesto il mercato editoriale e l’ipocrisia che lo accompagna". E rivela: "Non andrei mai a vivere e lavorare all'estero, non riuscirei a rinunciare alla lingua..."
![]() La copertina |
di Antonio Prudenzano
Un romanzo duro. Sulla precarietà professionale ed esistenziale. Giusi Marchetta, casertana classe '82, si confronta con un genere che negli ultimi tempi, ovviamente - vista la situazione nel Paese (vedi box a destra, ndr) -, diversi autori italiani hanno scelto, e lo fa con personalità. "L'iguana non vuole" (Rizzoli), il suo primo romanzo dopo le due raccolte di racconti pubblicate da Terre di Mezzo ("Dai un bacio a chi vuoi tu" - 2007 - e "Napoli ore 11" - 2009) racconta cos'è diventata la scuola oggi in Italia. Come l'autrice, anche la protagonista del romanzo da Napoli si è trasferita a Torino: Emma ha 28 anni e si ritrova a fare l'insegnante di sostegno (precaria, ovviamente).
In Italia la vita per chi lavora nel mondo della scuola (per non parlare di chi sogna di farlo...) è diventata quasi impossibile. La protagonista del suo romanzo ha, se possibile, qualche difficoltà in più: si ritrova a seguire il difficilissimo caso di Andrea, un ragazzo autistico che ha spesso reazioni violente. Di romanzi sulla scuola ne sono stati scritti tanti, ma mai dal punto di vista di una docente di sostegno, professione troppo poco considerata. Lei stessa, come Emma, è insegnante di sostegno in un liceo. Come si arriva a ricoprire questo incarico? E' più spesso una scelta convinta, o un "ripiego" vista la difficoltà a trovare una cattedra?
"Ufficialmente si diventa insegnanti di sostegno attraverso una specializzazione che completa l’abilitazione nella propria materia. Capita però e capita spesso che lo faccia anche chi non è in possesso di alcun titolo perché, ad esempio, ha perso la sua cattedra e dovrebbe cambiare scuola. Le motivazioni che spingono un insegnante abilitato ad aggiungere questa ulteriore formazione possono variare dal ripiego (dato che i punti accumulati attraverso il sostegno vengono riversati sulla graduatoria della materia e consentono col tempo di ottenere una cattedra) al reale desiderio di insegnare in questo ambito così delicato. Nel mio caso la scelta di specializzarmi è dovuta a un’esperienza personale: appena laureata ho partecipato a un progetto didattico destinato a una classe difficile che comprendeva un alunno in situazione di handicap. Sono bastate poche settimane a convincermi che per essere efficace l’insegnante deve essere in grado di individuare difficoltà e potenzialità di tutti i suoi alunni, disabili compresi. Sono tre anni ormai che lavoro come insegnante di sostegno e per quanto possa essere emotivamente e professionalmente difficile a causa delle patologie degli alunni, mi sento di dire che gli ostacoli più insidiosi rimangono le barriere all’integrazione, quelle architettoniche, ma soprattutto quelle invisibili: la non accettazione, l’ostilità nei confronti di necessità diverse che richiedono tolleranza, collaborazione, elasticità mentale".
![]() Giusi Marchetta |
Nel libro la narrazione è "spezzata", e va avanti a forza di continui salti spazio-temporali. Come mai questa scelta?
"Al terzo libro ho capito che è una scelta quasi obbligata per me. Quando penso alla realtà di una persona non riesco mai a separare il suo presente da quello che ha vissuto nel passato. Emma è un’insegnante alle prese con un caso difficile, ma non può fare a meno di portare in classe la sua nostalgia per Gianni o per Napoli. E’ naturale che sia così, succede a chiunque. Tutto quello che pensiamo o facciamo racchiude quello che abbiamo pensato e fatto e in qualunque momento il nostro passato può tornare a intromettersi nei nostri gesti, nelle nostre giornate. A spezzarle".
Molti libri italiani usciti in questi mesi raccontano la precarietà. Ne ha letto e apprezzato qualcuno?
"Alcuni di questi libri sono nella mia lista da leggere, compreso qualche titolo straniero come Questa città che sanguina (Elliot). Tra quelli letti credo che mi abbiano colpito soprattutto Cordiali saluti di Andrea Bajani e La futura classe dirigente di Peppe Fiore, che non sono recentissimi ma hanno incanalato tutto il dolore di questa condizione in un racconto brillante, efficace. Poi ho apprezzato molto La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico, un ritratto spietato di precarietà lavorativa e morale".
Più in generale, quali sono gli autori contemporanei (italiani e non) di cui ha più stima?
"Amo molto gli autori americani come Philip Roth e Cormac McCarthy. Ho una venerazione per Richard Yates e ci sono pagine di Alice Munro che non dimenticherò mai. Tra gli italiani mi vengono in mente Giorgio Vasta, Antonio Pascale, Domenico Starnone, Valeria Parrella, Massimiliano Virgilio, Giorgio Fontana e Susanna Bissoli".
Da un piccolo editore indipendente di qualità, come Terre di Mezzo, a un grandissimo marchio: cosa cambia? Sente maggiore responsabilità? Paura di non non piacere o di non arrivare a un pubblico vasto?
"Cambia il marchio e la possibilità di arrivare effettivamente nelle librerie. Per il resto sentivo la stessa responsabilità nel consegnare i racconti a Davide Musso di Terre di Mezzo. Più che di non piacere, avevo paura di non scrivere il romanzo che avevo in mente. Invece l’Iguana è come l’avevo immaginata e questo mi basta".
Cosa le piace, e cosa no, del mondo dell'editoria?
"Mi piace la possibilità che ha un editore di trasformare belle idee in bei libri. Mi piace il lavoro che si fa sul testo per migliorarlo: è come vedere maturare un frutto. E’ una cosa potente. Detesto il mercato editoriale e l’ipocrisia che lo accompagna".
Tra i precari della scuola c'è più rassegnazione o indignazione?
"La rassegnazione mi sembra l’esito terribile di anni passati ad indignarci e a fare scioperi che sono rimasti inascoltati o apertamente irrisi. La voglia di combattere c’è sempre ma sembra esaurirsi quando la meta del ruolo è vicina o quando è troppo lontana. La speranza rimane proverbialmente l’ultima a morire, ma mi domando sempre più spesso se ci sono i presupposti per considerarla ancora in vita".
Ha mai pensato di andare a vivere e lavorare all'estero?
"No, mai. Non riuscirei a rinunciare alla lingua".



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