Giuseppe Antonelli ad Affaritaliani.it: "Il mio addio a TQ è definitivo". La sua lettera

Giovedì, 28 luglio 2011 - 10:27:00

"SPECIALE TQ"

Online i 3 manifesti dei 55 TQ. Ma la "politicizzazione" del gruppo spinge alcuni a lasciarlo...  - pubblicato il 27 luglio 2011

"TQ si è raccolta non attorno a istanze estetiche, bensì politiche e sociali". Lo si legge nel manifesto politico della "generazione TQ", online assieme a quello sull'editoria e a quello sugli spazi pubblici. Un gruppo politico, "non un'avanguardia artistica o letteraria", quello formato dai 55 TQ (tra cui 15 donne) che finora hanno firmato (ma è possibile aderire via mail, portando proposte). La "politicizzazione" del movimento ha spinto alcuni dei sostenitori della prima ora a defilarsi (tra cui Giuseppe Antonelli). Anche Mario Desiati e Antonio Scurati si sono allontanati... SCOPRI I PARTICOLARI E LEGGI I 3 DOCUMENTI APPROVATI


IL COMMENTO 1/ "TQ romanocentrici? In autunno saremo in tour nelle altre città per aprire il movimento..." - pubblicato il 27 luglio 2011

Vincenzo Ostuni
Ostuni

L'ANNUNCIO/ "Noi TQ romanocentrici? Già a settembre vogliamo organizzare delle plenarie locali nelle principali città italiane e anche nelle provincie, per allargare il movimento al di fuori della Capitale". Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie, è tra i TQ più attivi. Ad Affaritaliani.it spiega i prossimi progetti degli intellettuali trenta-quarantenni: "In autunno arriveranno anche nuovi documenti. Ci confronteremo su vari temi, come scuola e università, generi e cultura della differenza, audiovisivi e web...". E sulle dimissioni di Giuseppe Antonelli...

 

IL COMMENTO 2/ Cortellessa ad Affaritaliani.it: "Sugli atti concreti sarà inevitabile tra noi TQ dividerci..." - pubblicato il 27 luglio 2011

andrea cortellessa
Cortellessa

Il critico letterario Andrea Cortellessa aveva partecipato alla prima riunione dei TQ (il 29 aprile scorso, nella sede romana della Laterza, ndr), ma inizialmente era rimasto deluso. Poi ha cambiato idea e ha aderito. Ad Affaritaliani.it spiega perché: "Ho fatto il percorso inverso rispetto a chi, al contrario, col passare del tempo si è defilato dal gruppo. La premessa politica ha rappresentato una svolta. Decisiva, per quel che mi riguarda". Poi ammette: "Non tutti gli aderenti sono nella possibilità materiale o nella convinzione - per formazione, ideologia - di adottare alcune delle tattiche di cui si parla nel documento sugli spazi pubblici. Inevitabilmente, dunque, noi TQ ci divideremo negli atti concreti che verranno. Ma a legarci c'è l'analisi politica iniziale". E sui leader della "generazione TQ"... L'INTERVISTA COMPLETA QUI

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Mentre sul blog della "generazione TQ" crescono le adesioni (qui) al gruppo e mentre, a quanto ci risulta, il movimento comincia a ricevere offerte di traduzione del documento politico in altre lingue (francese, inglese e probabilmente spagnolo) Giuseppe Antonelli, tra i primi a credere nella TQ, conferma ad Affaritaliani.it che non è intenzionato a revocare le sue dimissioni, nonostante l'apertura di ieri di Vincenzo Ostuni (vedi box a destra, ndr): "Proprio perché quella di non firmare il manifesto TQ è stata una decisione molto sofferta, non può che essere una decisione definitiva. Mi ha fatto molto piacere che Vincenzo ed altri abbiano espresso il desiderio che io restassi nel gruppo, perché questo conferma il rapporto di grande stima e di amicizia che c’è e rimane tra noi.  E anche in forza di questa stima e di questa amicizia, nulla impedisce che – nel caso in cui TQ si facesse promotrice di singole iniziative o concreti progetti dal mio punto di vista condivisibili – io possa dare, a titolo personale, il mio contributo. Questa è una cosa che abbiamo detto in molti, tra quelli che hanno deciso di non aderire. Però,  essendo stato – insieme a Desiati, Grazioli, Lagioia e Vasta  - uno dei cinque che il 18 aprile scorso lanciarono l’idea di TQ con l’appello nel Domenicale del Sole 24 ore (cinque e non tre, come curiosamente risulta ora nella versione online: qui), al momento di rileggere il manifesto mi sono reso conto che non rispondeva secondo me a quell’idea. E in una lunga lettera inviata martedì mattina alla lista di discussione TQ ho cercato di spiegare perché".

 PER GENTILE CONCESSIONE DELL'AUTORE PUBBLICHIAMO LA LETTERA IN VERSIONE INTEGRALE:

Giuseppe Antonelli
Giuseppe Antonelli
Ciao,

ringraziando ancora una volta tutti quelli che ci hanno lavorato, e apprezzando molto la passione e le energie che hanno messo nell’allestimento di questi testi, ho deciso – dopo lunga e (come potete immaginare) sofferta riflessione - di non firmare il documento. La motivazione di fondo è che non mi ci riconosco, o meglio: che, essendo stato uno dei cinque che a suo tempo hanno lanciato l’idea – non ci vedo quello che avevo, forse ingenuamente, immaginato. Provo, per punti, a spiegare perché.

Idee e ideologia

Tra le premesse del primo appello TQ c’era quella per cui noi trenta-quarantenni "Siamo cresciuti in ordine sparso, senza un’ideologia comune. Senza metodi, strumenti, terminologie condivise e – si diceva - questo forse è stato un bene". Qui invece non solo la premessa politica precede tutto il resto (il che potrebbe essere anche comprensibile), ma soprattutto dall’ideologia discendono le idee e non viceversa. So che così è più rassicurante, ma così si vanifica la spinta che ci sfidava ad andare “oltre la linea d’ombra” dell’esistente e del dibattito attuale, nonché a creare nuove aggregazioni che non fossero sottogruppi di chiese o famiglie preesistenti, ma spontanee convergenze e confluenze di idee il più possibile nuove. Da questa scelta ideologica possono discendere ogni tanto anche formulazioni un po’ ambigue. Denunciare, nel documento sull'editoria, "i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto" significa da un lato dimenticare che altrove altri sistemi non capitalisti hanno prodotto e producono censura e controllo su tutto ciò che viene scritto e pubblicato; dall’altro che la colpa difficilmente può essere attribuita al capitalismo in sé, ma casomai ad alcune storture della filiera editoriale poi additate in séguito.

Etica e qualità

Nello stesso senso, non mi sento di condividere l’assolutizzazione che viene fatta del concetto – indicato come centrale – di etica. Non a caso, nell’appello iniziale di TQ si contrapponeva l’impegno all’etica: là dove il primo concetto implica un atteggiamento attivo e produttivo in termini concreti per il raggiungimento di uno scopo; il secondo individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica. Sappiamo bene, oltretutto, che ridurre questioni politiche a questioni etiche è sempre rischioso: c’è sempre il discorso evangelico della prima pietra, e ci sarà sempre qualcuno che potrà dirsi più puro di persone che comunque hanno già ruoli di responsabilità.

Lo stesso discorso vale, da questo punto di vista, per l’altro cardine del documento editoria: la qualità. Ma chi può dire davvero e in maniera definitiva che un libro è "un libro di qualità"? chi decide quali sono le "pratiche di qualità"? e su che basi questi valori sono stabiliti con tanta precisione e sicurezza da poterne addirittura "denunciare pubblicamente" la violazione? E chi individua "le migliori voci della critica"? Perché – in nome di chi, di cosa – dovremmo essere noi? Qui, mi pare che dall’etica si passi all’etichetta: l’approvazione di TQ come il bollino blu di Chiquita o la stella di  Negroni che  vuol dire qualità. Faccio notare che è un po' assurdo che un gruppo di persone che scrive, confezione, pubblica libri si possa ergere collettivamente a giudice e garante della qualità dei libri senza cadere in un macroscopico conflitto d’interessi.

Pubblico e privato

Colpisce, a proposito di autoreferenzialità, che nel documento editoria non si faccia mai riferimento al fatto che in Italia le persone che leggono sono pochissime. Non è forse questo il primo problema dell’editoria italiana? Non è questo il primo nemico comune da sconfiggere? Temo che non si tratti solo di una distrazione, ma casomai di un lapsus significativo che antepone la distinzione tra libri buoni e libri cattivi all’idea di condivisione della cultura (o perlomeno, rimanendo nello specifico, della lettura). Un atteggiamento che è obiettivamente difficile non definire elitario.

Non solo: da un punto  di vista di comunicazione dell’immagine di TQ trovo fuorviante anche l’ampio spazio che viene dato a questioni di tipo sindacale come quelle legate alla retribuzione dei mestieri dell’editoria. Sacrosante, per carità, ma forse non pertinenti con la missione di TQ, che – questo s’era detto fin dall’inizio – non vuole essere un nuovo sindacato dell’editoria. Sono convinto anch’io che la demolizione della cultura sia passata in questi anni attraverso la sua delegittimazione in termini di prestigio sociale. Da un lato, attraverso la precarizzazione e proletarizzazione del ceto intellettuale (pensiamo anche alla categoria degli insegnanti e al precariato universitario). Dall’altro, fatto non meno rilevante in termini generali, attraverso una progressiva erosione dell’immagine della cultura stessa (e degli acculturati, neanche degli intellettuali) come sfigati, perdenti, polverosi residui di un mondo vecchio. In questo contesto, la marginalizzazione ha colpito anche la cultura in sé, presentata come un dovere (scolastico, innanzi tutto, e comunque inutile, superficiale, accessorio) e non come un diritto.

Ma più ancora delle singole rivendicazioni – sacrosante, ripeto – in termini di retribuzioni, finanziamenti e spazi pubblici, il problema è creare una massa critica di condivisione intorno a questi temi. In altre parole: riuscire a sensibilizzare l’opinione comune, rivitalizzando un nervo che è stato devitalizzato; risvegliare sensi ormai atrofizzati da troppo tempo (com’è stato scritto: quello che era il pubblico della letteratura è oggi uno sterminato ceto medio post borghese, principalmente dedito al culto delle tre effe fiction, fitness, fashion).

Tutto questo non può avvenire certo partendo da questioni interne alla cerchia degli addetti ai lavori. Anzi: la sfida doveva essere (per come la vedo io) quella di instillare con tutti i mezzi un generalizzato bisogno di cultura; far capire a più persone possibile che la cultura non è una cagata pazzesca, ma serve a vivere meglio: è stimolante, divertente, gratificante. Con l’obiettivo di trasformare il pubblico in opinione pubblica (cioè società civile). Rifiutare la dimensione della riserva indiana, uscire dalla nicchia degli happy few: dare fiducia a (e cercare di conquistare la fiducia di) una cerchia concentrica sempre più ampia. Anche qui, insomma, includere  e non escludere.

L’unico modo per raggiungere l’obiettivo dell’allargamento sarebbe stato quello di dismettere qualunque aristocratico atteggiamento di superiorità, cercando d’intercettare le esigenze che ci sono al di fuori. Sforzarci di arrivare a un pubblico sempre più ampio. Abbandonare le nostre posture inerzialmente ripiegate su sé stesse; rompere la membrana che ci separa dal mondo reale; chiederci se veramente a sbagliare sono tutti quelli che non ci leggono non ci ascoltano non ci conoscono (le ultime tre sono citazioni da interventi di Giorgio Vasta). Solo così il contagio – per dirla con Siti – potrebbe andare contromano, risalendo la china come una gigantesca invasione virale di anticorpi. Per far questo – non divulgare, ma condividere: contagiare – sarebbe servita, com’è stato detto, una buona dose di visionarietà. Anzi, di condivisionarietà.

Messaggi e linguaggi

E qui entra in gioco la questione per me centrale del linguaggio (o meglio dei linguaggi). Pur apprezzando, lo ripeto, lo sforzo di tutti quelli che ci hanno lavorato; pur avendo partecipato io stesso alla stesura del documento su politica e politica culturale, non posso fare a meno di notare – rileggendolo – che tutto il manifesto finisce col raffreddare, irrigidire, burocratizzare la spinta iniziale e la passione soggiacente all’idea stessa di TQ.

Fin dal primo appello, l’idea era quella che noi trenta-quarantenni potessimo essere più adatti proprio perché in quel clima a-culturale che l’Italia ha conosciuto dagli anni Ottanta ci siamo nati o cresciuti dentro, ma siamo riusciti a mantenere gli occhi abbastanza aperti e forse in questi anni abbiamo incubato qualche sorta di anticorpo. Più adatti, anche per la nostra natura anfibia, abituata a mescolare cultura alta e bassa, sublime e triviale, che poteva essere l’arma (retorica) con la quale rompere l’assedio e creare un ponte con la realtà esterna.

L’idea era quella – visionaria – di poter passare dalla kultura alla qultura. Di elaborare insieme un linguaggio che potesse sottrarsi alle tentazioni reazionarie (il mito più volte evocato degli anni Settanta) o anche solo conservatrici (la terminologia paraspecialistica dell’intellettualese). Nella convinzione che solo creando un nuovo ecosistema linguistico – affabile, stimolante, inclusivo – si possa creare un nuovo tessuto connettivo in grado di tenere insieme parti diverse della società italiana.

E creare un tessuto comune significa creare un dialogo. Significa uscire dal circolo vizioso dell’autoreferenzialità impalpabile, oltre che dal circolo altrettanto vizioso della cultura come gadget (né con l’astratto né con le pierre, potremmo dire). Usare i linguaggi mainstream per trasmettere messaggi non mainstream, sfruttando l’ironia e trovando il coraggio di fare finalmente un po’ di autoironia: una pratica che per gli intellettuali è – antropologicamente – molto più difficile dell’autocritica.

Il primo segnale sarebbe stato proprio scrivere il nostro manifesto in un linguaggio non paludato, il più possibile spiazzante; efficace perché lontano dal luogo comune degli intellettuali pallosi e piagnoni. Anche in questo caso, si è decisa un’altra strada. Per quanto mi riguarda, non si tratta di un particolare, ma di sostanza: se il documento che sta per essere divulgato è la carta d’identità di TQ, il linguaggio scelto è la sua fotografia. E io, lo dico molto a malincuore, in questa foto non mi ci vedo.

Con immutata e rinnovata amicizia, vi auguro buon lavoro
Giuseppe
 

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