"Le vicende notevoli di Don Fefè..." di Giuse Alemanno. Gli anni '50 pugliesi da ridere
di Antonio Prudenzano
"Le vicende notevoli di Don Fefè, nobile sciupafemmine e grandissimo figlio di mammaggiusta, e del suo fidato servitore Ciccillo" (Icaro edizioni). Basta l'infinito titolo per capire che il libro in questione, l'ultima godibilissima prova letteraria di Giuse Alemanno, pugliese classe '62 (che già nel 2005 ha fatto parlare per "Terra nera. Romanzo perfido e paradossale di cafoni e d'anarchia", Stampa Alternativa/Nuovi equilibri) è soprattutto un romanzo (breve) che strappa parecchie risate e permette al lettore di immergersi in un mondo davvero unico, che si caratterizza anche per il linguaggio, il dialetto locale, di cui l'autore si serve senza risparmiarsi. Cosa rara nella letteratura italiana contemporanea, la capacità di Alemanno di far divertire il lettore, e da accogliere con entusiasmo, quindi.
"Don Fefé" di Giuse Alemanno in versione teatrale
Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, in una paesone pugliese a metà tra Taranto e Lecce, che l'autore chiama Cipièrnola, nome di fantasia, ma che in realtà, e lo si capisce non solo dai riferimenti al celebre vino Primitivo, corrisponde alla città dell'autore, Manduria. L' 'insaziabile' Don Felice ha ereditato, tra le altre cose, il castello che si affaccia sulla piazza principale del paese. Un vero e proprio mondo a parte, abitato dalla servitù maschile e soprattutto femminile (a cui il nobile dedica molte 'attenzioni'...) e da un'atmosfera d'altri. Tra commedia all'italiana, giallo (sì perché di mezzo c'è anche un morto...), atmosfera da teatro cittadino di una volta, (post)neorealismo e molto altro ancora, Giuse Alemanno, oltre a raccontare una storia che si fa leggere tutta d'un fiato, ha il merito di far sentire al lettore che non conosce questa realtà, peraltro lontana nel tempo, odori, suoni e sapori di un'epoca carica di fascino nel bene e nel male.
Personaggi indimenticabili, quelli di cui Alemanno si serve per la sua calorosa operazione retrò . Dal barbiere che si indebita per comprare armi da collezione a Ciccillo, il servitore di Don Felice, anima buono ed esatto opposto del padrone. Fino alla moglie del barbiere, e alla figlia della coppia, che porteranno una svolta imprevista nella vicenda, in cui si inserirà anche l'usuraio-(pre)mafioso locale, Don Mariano (e con lui il suo sventurato figlio). Oltre ai personaggi, come anticipato, resta la lingua: un dialetto a tratti aspro, ma necessario per rendere credibile il tutto. Perfetto per questa tragicommedia che alla fine lascia un gusto piacevole in bocca e magari anche un sorriso sulle labbra. Proprio come dopo un sorso di buon Primitivo...



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