Giornalismo, un dizionario contro il razismo

Venerdì, 1 agosto 2008 - 09:00:00



La campagna “Giornalisti contro il razzismo”, che nelle scorse settimane ha lanciato l’appello “I media rispettino il popolo rom”, continua la propria battaglia per un’informazione rispettosa e deontologicamente corretta.

La tappa successiva è la richiesta di adesione ad un glossario che, appunto, ridefinisce le parole più in voga e, secondo i promotori della campagna, maggiormente discriminatorie. L'adesione è chiesta a chi fa informazione nei vari media. Si chiede una responsabilizzazione personale, in modo che si possa aprire una discussione pubblica. “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella)”, è dunque il nuovo appello. Affermano i promotori: “L'appello ‘I media rispettino il popolo rom’ ha ricevuto centinaia di adesioni, moltissime provenienti da giornalisti e ‘mediattivisti’.

Crediamo che sia testimonianza di un disagio diffuso nel mondo dei media. Si diffonde la consapevolezza – come scrivevamo nell'appello – che ‘i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia’. Resta però difficile individuare forme d'intervento efficaci per contrastare questa deriva. Durante un seminario a Settignano (Firenze) aperto ai firmatari (giornalisti e no) dell'appello, abbiamo avviato una riflessione su questo tema e abbiamo pensato di compiere un primo passo a partire dal linguaggio, dalle parole che si usano per informare in particolare su rom e migranti. E' nata così l'idea di definire un glossario minimo, a cominciare da alcune parole che ci pare necessario ‘mettere al bando’, e di chiedere a chiunque faccia informazione due cose: impegnarsi a non usare queste parole, se e quando si presenti l'occasione di occuparsi di rom e migranti; partecipare a una discussione pubblica sulle parole utilizzate dai media e sui criteri di selezione e trattamento delle notizie”.

“Siamo consapevoli – continuano - che le distorsioni dell'informazione e il ‘ruolo attivo’ spesso svolto dai media del fomentare diffidenza, xenofobia e razzismo non si esaurisce nell'uso inappropriato e stigmatizzante delle parole. L'enfasi attribuita a episodi di cronaca riguardanti rom, migranti e in genere ‘l'altro’; la ‘etnicizzazione’ dei reati e delle notizie; la drammatizzazione e criminalizzazione dei fenomeni migratori; l'uso di metafore discriminanti: sono tutti elementi che contribuiscono a creare un'informazione distorta e xenofoba. Sono tutti temi che vorremmo affrontare. Il primo passo che proponiamo, è la messa al bando di alcune parole: clandestino,   vu cumprà, extracomunitario, nomadi, zingari. Perché crediamo che un linguaggio corretto e appropriato, quindi rispettoso di tutti, sia la premessa necessaria per fare buona informazione. Altre parole, altre considerazioni dovremo aggiungere in futuro. Chiediamo intanto a chi si occupa di informazione, di impegnarsi a non utilizzare nel proprio lavoro queste parole. E' un primo atto di responsabilizzazione e il modo, crediamo, per avviare una seria discussione”.
 
Le parole e le alternative:


Clandestino. “ Questo termine, molto usato dai media italiani, ha un'accezione fortemente negativa – si afferma -. Evoca segretezza, vite condotte nell'ombra, legami con la criminalità. Viene correntemente utilizzato per indicare persone straniere che per varie ragioni non sono in regola, in tutto o in parte, con le norme nazionali sui permessi di soggiorno, per quanto vivano alla luce del sole, lavorino, conducano esistenze ‘normali’ (…). E' possibile identificare ogni situazione con il termine più appropriato ed evitare ‘sempre’ di usare una definizione altamente stigmatizzante come ‘clandestino’". La campagna propone diverse alternative: “All'estero si parla di ‘sans papiers’ (Francia), ‘non-documented migrant workers’ (definizione suggerita dalle Nazioni Unite) e così via. A seconda dei casi, e avendo cura che l'utilizzo sia il più appropriato, è possibile usare parole come ‘irregolari’, ‘rifugiati’, ‘richiedenti asilo’. Sono sempre disponibili e spesso preferibili le parole più semplici e più neutre: ‘persone’, ‘migranti’, ‘lavoratori’. Altre locuzioni come ‘senza documenti’, o ‘senza carte’, o ‘sans papiers’ definiscono un'infrazione amministrativa ed evitano di suscitare immagini negative e stigmatizzanti”.
 
Extracomunitario. “Letteralmente dovrebbe indicare cittadini di paesi esterni all'Unione europea - si precisa -, ma questo termine non è mai stato usato per statunitensi, svizzeri, australiani o cittadini di stati ‘ricchi’; ha finito così per indicare e stigmatizzare persone provenienti da paesi poveri, enfatizzando l'estraneità all'Italia e all'Europa rispetto ad ogni altro elemento (il prefisso ‘extra’ esprime un'esclusione). Ha assunto quindi una connotazione dequalificante, oltre ad essere poco corretto sul piano letterale”. Le alternative? “E' possibile usare ‘non comunitario’ per tutte le nazionalità extra Ue, o fare riferimento - quando necessario (spesso la nazionalità viene specificata anche quando è superflua, specie nei titoli) - al paese di provenienza”.

Vu Cumprà. “E' un'espressione che storpia l'italiano ‘Vuoi comprare’ ed è usata da anni per definire lavoratori stranieri, specialmente africani, che esercitano il commercio ambulante. E' una locuzione irrispettosa delle persone alle quali si riferisce e stigmatizzante, oltre che inutile sul piano lessicale”. In alternativa è possibile usare i termini ‘ambulante’ e ‘venditore’.
 
Nomade (e Campi Nomadi).  Il nomadismo, nelle popolazioni rom e sinte, è nettamente minoritario – si afferma -, eppure il termine nomade è continuamente utilizzato come sinonimo di rom e sinti. Un effetto perverso di questo uso scorretto, è la derivazione ‘campi nomadi’, che fa pensare a luoghi adatti a gruppi umani che si spostano continuamente e quindi a una forma d'insediamento tipica di quelle popolazioni e in qualche modo ‘necessaria’. Non è così. In Europa l'Italia è conosciuta come ‘il paese dei campi’ per le sue politiche di segregazione territoriale; solo una piccola parte dei sinti e dei rom residenti in Italia non sono sedentari. Parlare di nomadi e campi nomadi è quindi improprio e fuorviante, ha esiti discriminatori nella percezione comune e ‘conferma’ una serie di pregiudizi diffusi in particolare nella società italiana”. Per le alternative, i termini più corretti suggeriti sono rom e sinti, a seconda dei casi (sono due “popoli" diversi), e in aggiunta alla eventuale nazionalità. Al posto di "campi nomadi" è corretto utilizzare, a seconda degli specifici casi, i termini "campi", "campi rom/campi sinti".
 
Zingari. “E' un termine antico, diffuso con alcune varianti in tutta Europa, ma ha assunto una connotazione sempre più negativa ed è ormai respinto dalle popolazioni rom, sinte, ecc... E' spesso percepito come sinonimo di ‘nomadi’ e conduce agli stessi effetti distorsivi e discriminatori”. Le alternative? Rom, sinti. Semplicemente.

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