Giorgio Vasta racconta il nostro "Spaesamento". L'incipit in esclusiva su Affaritaliani.it
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| LO SPECIALE
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IL LIBRO - Un paese di difficile comprensione, così appare l’Italia dei giorni nostri. Giorgio Vasta si è cimentato nell’impresa, mutuando dalla geologia la delicata tecnica del carotaggio – estrarre un campione specifico dal suolo e studiarlo per estendere i risultati a una dimensione più ampia. Al posto della terra il protagonista del libro preleva pezzi di realtà. E decide di farlo a Palermo, tre giorni di totale disorientamento nella sua città d’origine, perché tre giorni a Palermo bastano per farsi un’idea di tutta l’Italia. Il risultato è il racconto picaresco di giornate ‘normali’ – la mattina al mare e il pomeriggio a spasso per la città – durante le quali il presente italiano si declina in tutta la sua tragicomica brutalità, tra paradossi e miraggi concretissimi, dialoghi e velleitarismi eroticosentimentali, la scomparsa dei bar del centro e la costruzione di un idolo di sabbia – una scritta con il nome di Berlusconi – in cui è freneticamente impegnata una folla di bagnanti. Eccolo qua ‘l’eterno berlusconiano’: la disponibilità nazionale a rassegnarsi, senza rabbia, con stucchevole fierezza, alla propria miseria.
L'AUTORE - Giorgio Vasta vive e lavora a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (Roma 2008, in corso di pubblicazione in Francia, Germania, Olanda, Spagna, Stati Uniti e Inghilterra), selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus. Ha curato diverse antologie, tra le quali Anteprima nazionale. Nove visioni del nostro futuro invisibile (Roma 2009). Scrive sul blog letterario minimaetmoralia.com. 
Giorgio Vasta
LEGGI IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT
(per gentile concessione dell'editore)
All’inizio c’è un pezzetto di carta che stropiccio tra le dita. Lo premo con i polpastrelli contro il palmo fino a quando decido di liberarmene; il tapis roulant è ancora fermo nel rimbombo dell’aeroporto e questa carta d’imbarco bianca e verde con i numeri del volo, del gate e del posto non mi serve più, mentre disfarmene, come tutte le volte in cui arrivo a Palermo, mi serve ad accettare il ritorno. Allora raggiungo un cestino, uno di quelli con la bocca circolare larga e luminosa, il bordo laccato in tre colori, talmente moderno e internazionale – l’etica trasformata in tecnologia dello smaltimento consapevole – che per un momento esito, mi sembra troppo. In alto il cestino è ulteriormente tripartito: dal centro tre raggi suddividono lo spazio interno in altrettanti scomparti, CARTA PLASTICA ALLUMINIO, ogni parola moltiplicata in altre lingue. A un passo da questo orologio della decenza organizzata, nel momento in cui mi sporgo sul cratere e libero la pallottolina di carta nel suo specifico varco, vedo che all’interno del cestino invece di tre diversi sacchetti ce n’è uno solo in fondo al quale i rifiuti si raccolgono senza distinzioni, così che adesso la pallottolina giace tra lattine incavate sacchetti di patatine una copia del «Giornale di Sicilia» gomme da masticare una buccia di banana un torsolo di mela, il tutto mescolato a una specie di composto detritico ancestrale. Quando recupero il bagaglio e mi avvio verso il pullman che porta in città ho addosso un sentimento che è come una categoria affettiva, la rabbia del ritorno, e lungo la strada, seduto truce con la testa contro il finestrino, sento questa rabbia trasformarsi in malumore, un siero grigio che mi scorre dentro lentamente, e poi il malumore si liofilizza in malinconia e la malinconia, appena in via Libertà scendo dal pullman, è già diventata natura, il sentimento normale del tempo che trascorro a Palermo. Una rabbia bianca. Sono le nove di sera e zaino in spalla mi dirigo verso casa dei miei osservando lungo le strade i mutamenti: il dehors della pizzeria sotto i portici imbracato da una cerata bianca che somiglia a una camicia di forza; l’insegna della pasticceria all’angolo rinnovata in una lampeggiante grafica al neon; l’edicola definitivamente abbandonata. A Palermo non vivo più da quindici anni. Ci torno con una frequenza irregolare. Posso non andarci per un anno intero e poi due volte in un mese; stavolta sono via da dieci mesi. Mi sono rimasti tre giorni di ferie e ho deciso di passarli qui. Nessun progetto, nessuna intenzione, soltanto il bisogno di ridurre tutto al minimo. Perché gli ultimi mesi di percezione delle cose sono stati esacerbazione e smaltimento, l’esperienza incomprensibile di un luogo, l’Italia, che è mortificazione di ogni impulso. Arrivato al 130 di via Sciuti vedo che ai lati del portone della casa in cui ho vissuto per venticinque anni hanno costruito due piccole aiuole in cemento: dentro ci sono terra e pietrisco, niente fiori né piante. La portineria è sempre fresca e le molle del portone sono cambiate – fine del frastuono metallico alla chiusura, al suo posto uno scatto discreto, il rumore di quando si mette l’indice davanti alle labbra e si fa shhh. Prendo l’ascensore e salgo al terzo piano. Il pianerottolo grande e giallo, acusticamente perfetto. La casa è vuota, mio padre e mia madre sono ancora in vacanza. Al semibuio individuo le levette del quadro elettrico, le porto in alto e poi accendo le luci. Raggiungo quella che era la mia camera, sollevo la serranda e svuoto lo zaino. Per praticità e per pigrizia non sistemo niente nei cassetti ma lascio biancheria e magliette sopra la scrivania. In cucina metto un paio di bottiglie d’acqua nel frigo, cerco da qualche parte qualcosa da mangiare. Trovo solo vecchi biscotti col sesamo e li lascio dove sono. Torno in camera, mi distendo sul materasso nudo e guardo la televisione. Repliche e repliche di repliche, un montaggio di frammenti televisivi provenienti da epoche diverse – un po’ di bianco e nero, la metamorfosi del colore tra anni Ottanta e Novanta, le facce scomparse e quelle eterne. Mi assopisco. Quando mi sveglio stanno trasmettendo un documentario. Sto per spegnere e rimettermi a dormire ma qualcosa mi incuriosisce: le immagini sono sporche, girate in esterni, i toni non televisivi. Resto a guardare. Si parla del carotaggio delle occe tenaci. Mi aspettavo un programma gassoso, da dormiveglia, e invece mi ritrovo ad ascoltare un geologo che con genuina cadenza toscana racconta di tutte quelle volte in cui, a scopi ingegneristici archeologici o paleontologici, diventa necessario compiere prelievi di campioni di roccia estratti dagli abissi di un terreno, fino a centinaia di metri di profondità, usando perforatrici idrauliche che riportano in superficie «carote» di materia, cilindri di roccia che verranno sottoposti ad analisi. care una buccia di banana un torsolo di mela, il tutto mescolato a una specie di composto detritico ancestrale. (continua in libreria)



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