Giorgio Bettinelli, "La Cina in Vespa"

Giovedì, 18 settembre 2008 - 11:21:00

da 1.Frammenti personali a mo’ d’introduzione

Baffi d’argento
“... Vi avevo vissuto per diversi mesi nel 1982, in piena guerra civile; vi ero ritornato durante il viaggio dall’Australia al Sudafrica, e avevo finito col lasciarmi completamente affascinare dal Mozambico... e da una mozambicana (Josina Alberta de Andrade / rua da Resistença 20: nome e indirizzo mi erano rimasti impressi nella memoria come due ottonari di poesia amorosa) che lavorava all’Ufficio Informazioni in avenida Eduardo Mondlane, a Maputo. Non vedo l’ora di sapere se lavora ancora lì; e intanto comincio a uscire dal traffico concitato della città, imboccando la...”

Ero arrivato a scrivere fino a questo punto, esattamente fino a queste ultime parole che poi confluiranno in Rhapsody in black, un libro di full immersion africana anche se per tre quarti scritto in Cina, quando mio padre, il 2 novembre del 2003, proprio il giorno dei morti, morì.
Era ammalato da alcuni mesi, e con una struggente, delicata ostinazione non aveva voluto che lo vedessi morire, aveva insistito perché andassi con Ya Pei ad Alghero, dove mio fratello aveva una casa che rimaneva vuota undici mesi all’anno, e che me ne stessi lì a scrivere il mio libro, telefonandogli anche una volta al giorno, se avessi voluto, ma cercando di concentrarmi il più possibile sul lavoro. “È la soluzione migliore, Giorgio. Credimi.” Con il cuore teso come una pelle di tamburo avevo finito per credergli, e ancora adesso, a distanza di anni, non faccio che pentirmene.

Ya Pei e io ci eravamo sposati a luglio, a Mentana, dove ho ancora una residenza e una casa senza virtualmente risiedervi da anni; mio padre si sentiva già troppo debole per venire al matrimonio, ma con una voce commossa e più seria del tono scanzonato con cui ultimamente parlava della sua malattia (“Ormai mi sa che potrò uscire di casa soltanto con i piedi in avanti!”), per telefono mi aveva detto di essere felice, che quello era il regalo più bello che avessi potuto fargli, e ci augurava una vita piena di amore e di gioia. Non l’avevo mai sentito parlare così, e non c’era un briciolo di retorica in quelle parole così retoriche. Ya Pei, conoscendo allora sì e no due frasi d’italiano e mio padre nessuna d’inglese o di mandarino, era già riuscita a conquistarlo con la bellezza della sua anima, così come aveva conquistato me. C’eravamo conosciuti a Katmandu, durante il viaggio dalla Terra del Fuoco alla Tasmania; poi per sette mesi lei era venuta in Vespa con me, dal Nepal all’Indonesia, e nei due anni successivi io ero stato due volte a Taiwan e lei quattro in Italia. Quel 17 luglio eravamo entrati nel municipio di Mentana alle cinque del pomeriggio, e alle cinque e venti ci stavamo già togliendo di dosso io un vestito tinta unita con tanto di cravatta, lei un qipao cinese di seta ricamata a fiori, per infilarci due paia di jeans con un paio di fedi luccicanti al dito e trovarci pronti per una birra nel primo barettino dietro l’angolo di via Garibaldi (tutto a Mentana fa Garibaldi, cinema, via, bar, monumento, ristorante, anche se in definitiva i garibaldini ci hanno solo perso una battaglia a colpi di chassepotes).

In quegli istanti il telefono squillò: era mio padre.
Lo vedrò ancora in agosto, e per l’ultima volta il 15 ottobre, affacciato al davanzale della finestra a salutarci mentre tornavamo ad Alghero, e io riprendevo a scrivere del Mozambico e del Malawi con un chiodo piantato nella testa e le dita che ogni tanto si bloccavano sulla tastiera, come la mia mente. Ogni giorno gli chiedevo di lasciarmi andare da lui, gli dicevo che mi sentivo in colpa a stare lì, e ogni giorno lui rispondeva: “Fallo per me, Giorgio, preferisco così. Stai lì con la tua cinesina, dammi retta”.

Forse ci eravamo così tanto abituati a volerci bene a distanza che adesso voleva morire sapendomi lontano, per quanto fossi in Italia e non in Congo o in Guatemala; o forse, più tragicamente, non avevo saputo trovare io il posto che dovevo occupare in quei giorni, e che era accanto e non lontano da lui, per fargli capire con la mia presenza quanto lo amavo e gli ero riconoscente; per dirgli a voce quello che avevo pensato di dirgli in una lettera che poi alla fine non ebbi il tempo, né il coraggio, né le parole, per scrivere.
E anche questo non so perdonarmi.

La domenica del 2 novembre la sua voce è roca e quasi impercettibile; sa già di morte, ormai ne sono sicuro, anche se non mi sarei mai aspettato che potesse succedere così presto. Senza dirglielo prendiamo il primo traghetto da Porto Torres per Genova, e la mattina del 3 siamo in autostrada verso casa sua... Ma non avrei mai fatto in tempo a rivederlo vivo, perché era morto la notte prima e stava già composto in una bara con il viso scarno che sembrava di cera e uno strano sorriso sotto i suoi baffi bianchi come la neve, quei baffi che fin da ragazzino mi divertivo a chiamare “Baffi d’Argento”.

Via dall’Italia, subito! Staccare tutto, spegnere tutto, scappare.
Via!

Taiwan prima, per qualche mese. Cina poi, con una casa sul Mekong e un viaggio dappertutto. E forse per sempre, tra i viaggi che verranno.
Giorgio per la memoria di Hermes, mio padre.

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