Gianni Celati ad Affari: "L'Italia? Il paese dei senza vergogna"

Sabato, 20 giugno 2009 - 14:20:00

IL MASSACRO DELL’ANIMA - Nella sua vita, grazie ai suoi impegni universitari in Francia, negli Usa e oggi a Zurigo, Celati (nato a Sondrio nel ‘37, ma che ha trascorso l’infanzia nei pressi di Ferrara, in quella pianura Padana da sempre sfondi principale dei suoi libri) ha passato molto tempo con i ragazzi: “In realtà ho lasciato l’insegnamento, cioè il Dams, da 25 anni. Dopo, all’estero ho accettato lavori occasionali in varie università, per campare… Riguardo alle generazioni che verranno, temo che guarderanno alla letteratura attraverso un
cannocchiale berlusconiano. Cioè come a qualcosa che è stato assassinato dai manager del capitalismo finanziario, poi messo nei musei come scheletro”. Il pessimismo di Celati è netto, e la sua visione del futuro, in questo senso “politica”, non ha speranze neanche quando riflette sul domani del nostro paese: “Osservando l’Italia da lontano, vedo una nazione dominata dai furbi, dai senza vergogna. Un paese ormai molto simile alla Spagna dopo l’avvento del generale Franco e del massacro di Guernica. Mi chiedo quando il tribunale dell’Aja si dedicherà a considerare tutte le forme di massacro dell’anima e del pensiero che i nostri attuali governanti praticano quotidianamente”.
Lo schivo narratore che nei primi due volumi della trilogia “Costumi degli italiani” (Quodlibet, 2008), ha raccontato con calviniana leggerezza i piccoli limiti di certa nostrana provincia è spietato: “L’Italia è un paese dove ogni forma di artigianato, compreso quello delle parole, sui giornali e sui libri, è stato massacrato. Un paese dove la vergogna non esiste più. Non esistendo più quest’ultima, non c’è più neanche il senso di precarietà del nostro stato d’essere come viventi. La vergogna serve sempre a svelarci il nostro essere…”.

LA MORTE E… IL BASKET Ma torniamo alla letteratura, e in particolare ai deliziosi racconti contenuti in “Costumi degli italiani” citati prima di cui si attende l’uscita dell’ultima parte: il nostro (che in “Fata morgana”, Feltrinelli, 2005, ha dimostrato di sapersi confrontare anche con mondi immaginari), li definisce “esercizi di narrazione che fanno parte di uno scartafaccio di appunti rimasti nel cassetto per vent’anni. Era come un diario dove annotavo pezzi di storie, che poi ho montato insieme un paio di anni fa. Erano scritture semplici, terra terra, con un clan di personaggi che tornavano. E con molte storie amorose, che fatico a rimettere in sesto”. Negli anni, lo stile narrativo di Celati è cambiato molto: “Invecchiando tutto cambia, le idee, gli amori, la circolazione del sangue, i ritmi mentali, il tono della voce… Succede a tutti”. Gli chiediamo del suo rapporto con la morte: “Fa parte delle aspettative e dei sogni, è la nostra ombra fedele, la cosa più onesta che ci capita. E’ quel punto dove non potremo più continuare a fare le nostre patetiche esibizioni di umani. Ma non possiamo avere alcun rapporto con lei!”. Di certo, nella quotidianità dell’ineffabile Celati la letteratura è ancora un piacere vitale: “Scrivo per il gusto di farlo, non ho altri scopi. Lei mi chiede se sto lavorando a un nuovo libro, ma io non sono uno scrittore professionista, e l’idea di lavorare a un libro è qualcosa che non ho mai avuto. Comunque no, in questo momento non scrivo niente”. La spiazzante chiusura è più leggera: “Del mio passato da giocatore di basket ricordo tutte le botte che ho preso. E a ricordarmelo ogni giorno c’è un polso squinternato!”.

 

 

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