Gianni Celati ad Affari: "L'Italia? Il paese dei senza vergogna"
di Antonio Prudenzano 
Gianni Celati
Gianni Celati, uno dei più influenti scrittori italiani, non c’entra nulla con le chiacchiere, le ipocrisie e le invidie del rumoroso panorama letterario nazionale contemporaneo. “Ma non è per tenermi lontano da un mondo che sento lontanissimo che da 25 anni vivo lontano dall’Italia”, chiarisce il Premio Viareggio 2006 con “Vite di pascolanti” (Nottetempo). Negli ultimi anni il 72enne narratore, traduttore (al momento è impegnato in quella,
per Einaudi, dell’ “Ulisse” di Joyce), docente di letteratura inglese, regista (tra gli altri, del conturbante documentario “Case sparse. Visioni di case che crollano”) ha concesso poche interviste. Si capisce subito perché: “Il rischio è sfociare nel pettegolezzo. E le grandi dittature del ventesimo secolo sono nate dalla riduzione di ogni pensiero sul vivere e sul morire proprio a slogan e pettegolezzi. Da qui nascono le masse telecomandate, ed è quello che sta avvenendo nell’attuale dittatura finanziaria”.
LONTANO DAL SISTEMA - Un pensatore libero e mai scontato come Celati questa volta ha accettato di parlare, non senza un’iniziale resistenza. “Un’intervista ha senso se alla base ci sono pensieri che macinano nuove idee e nuovi dubbi sullo stare al mondo e sulla nostra schiavitù quotidiana, altrimenti vengono fuori chiacchiere da furbastri televisivi. Se non c’è gusto e non c’è passione, non ne vale la pena”. Proprio a proposito di televisione, ad esempio, l’autore de “Lunario del paradiso” (Feltrinelli, 1978), non ha idea di chi sia Fabio Fazio, il conduttore di “Che tempo che fa”, tempio laico dove ogni finesettimana la tv “di massa” e quella “culturale” celebrano il proprio rito ibridatorio. Nessun dubbio che Celati non dica la verità: la sua etica esasperata non contempla la menzogna. “No, davvero non so cosa rispondere se mi chiede perché non sono mai stato invitato in questa trasmissione, francamente non guardo mai i programmi italiani”.
SU COLLEGHI E “FIGLI” LETTERARI - Gianni Celati non segue le nostrane vicende editoriali, non legge i giovani autori italiani, e non ha amici tra i nostri scrittori più conosciuti (intenso fu invece il suo legame con Italo Calvino, che lo aiutò a esordire con Einaudi). “Evito personaggi come gli scrittori-scrittori ufficiali, mentre ho qualche amico che, tra le altre cose, scrive. Quelli verso cui nutro più affetto sono Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Jean Talon, Ugo Cornia ed Enrico De Vivo. Abbiamo parlato tanto insieme, e sempre di gusto”. Quando, prima dell’ “auto-esilio” dall’Italia Celati insegnava al Dams di Bologna, tra i suoi allievi ha avuto futuri protagonisti della nostra letteratura recente, come il compianto Pier Vittorio Tondelli, oltre ad Andrea De Carlo ed Enrico Palandri (e artisti come Andrea Pazienza, anche lui venuto a mancare troppo presto, e il leader degli “Skiantos” Freak Antoni). A proposito di Tondelli, molti lettori dell’autore, tra gli altri, di “Altri libertini” e “Camere separate”, scomparso nel ‘91 a 36 anni, hanno scoperto (per innamorarsene subito) Celati proprio grazie agli elogi nei suoi confronti presenti in “Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta”, raccolta di saggi cult dello scrittore di Correggio uscita nel ‘90. “Tondelli volò subito con le sue ali. Era svelto di comprendonio, ed era più adatto di me a cavarsela nei traffici letterari”. 
Lo scrittore



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.

















