Gianfranco Franchi ad Affari: "Nessuno racconta il lato B..."

Mercoledì, 24 giugno 2009 - 16:16:00

In che misura Monteverde si ricollega alle tue precedenti opere di narrativa?
"Beh, Monteverde è l'ambientazione principe sia in 'Disorder' sia in 'Pagano'. Diciamo che è un po' il fratello gemello di Pagano".

Chi è Guido Orsini?  Quanto c'è di autobiografico in questa figura?
"C'è tanto di autobiografico visto che anche lui è un letterato che si sbatte per poter vivere dignitosamente di letteratura, di intelligenza e di bellezza. C'è molto anche un discorso di appartenenza a una borghesia ibrida aristocrazia, ibrida figli del popolo in decadenza. Nel nome Guido si nasconde un omaggio a Guido Morselli. Guido Morselli è una vittima della mafia editoriale italiana. Ha scritto libri bellissimi che continuava a proporre agli editori… aveva carteggi privati con Calvino, Spadolini, Eco… non era uno sconosciuto. Tuttavia l'hanno fatto morire suicida a 60 anni inedito se non per un saggio su Proust pubblicato in gioventù. I suoi libri non furono mai pubblicati perché non era allineato all'ideologia, era in effetti de-ideologizzato e quindi non piaceva all'establishment marxista dell'epoca. Era un outsider, non era né espressione di un partito, né espressione di una Chiesa. Era semplicemente un letterato di genio. Mentre Pontiggia legge il suo manoscritto Dissipatio humani generis e dà l'approvazione in Adelphi, Morselli è già carne morta.  Oggi però lui è tradotto in tutta Europa e centinaia di altri autori che uscivano negli anni '60 sono spariti!. Mi sento molto vicino a Morselli. Anch'io non ho chiese e non strizzo l'occhio né a compagni né a camerati, né a preti. Cerco di raccontare cosa significa in un paese come l'Italia, fatta di gruppi di potere e di corporazioni, non essere asservito a nessuno, appartenere solo ai miei amici, al mio territorio, alla mia ragazza e alla letteratura".

Ho trovato il tuo personaggio molto romantico e controcorrente. Quasi un uomo di altri tempi alla costante ricerca della bellezza….
"Roma è come se fosse un grande cimitero a cielo aperto, camminando in certi quartieri osservi le rovine e i resti della bellezza. Da turista rimani ammirato, se invece lo vedi tutti i giorni è massacrante e deprimente. Ti accorgi che lì vivevano persone, c'erano storie e adesso non c'è più niente. Da un altro punto di vista è una gigantesca fonte di ispirazione, perché proprio attraverso le rovine di quella civiltà pensi che si possa restituire al paese qualcosa di bello. Roma è esistita, torniamo ad animarla. Bisogna riportare al centro della civiltà l'uomo che è stato soppiantato nel '900 dal culto dell'apparire, dell'immagine".    

Orsini è anche una figura di esule. Mi è venuta in mente una frase di Carlo Coccioli: "Bisogna lasciare agli animi più sensibili il diritto di scegliersi una patria". È la letteratura la patria di Orsini? 
"Decisamente sì, forse perché da nipote di esuli istriani, io, come il mio alter ego, non ho più la terra, il mare. Il lato b delle foibe sono trecentomila persone sparse in Italia, in Europa, nel mondo, lontano da casa, lontane da tradizioni secolari, lontane dalla loro lingua. L'unica patria rimasta è la letteratura.  Un'idea che non è così anacronistica se si rivendica la distanza tra libri e letteratura dato che in questo momento i libri sono un prodotto dell'industria. E l'industria editoriale è la distruzione dell'intelligenza, la negazione della bellezza e la ricerca del profitto". 

Nel romanzo affronti un tema importante che si sta timidamente affacciando in letteratura, ossia quello del precariato, nonostante il precario sia una categoria pressoché ignorata anche dai sindacati…
"Il tema del precariato è tutt'altro che da prendere sotto gamba. Come sempre quando ci sono dei guasti nel sistema si accendono delle spie. C'è una generazione che è stata educata nelle scuole a essere la classe dirigente di un mondo che però è improvvisamente sparito. Niente più contratti, niente più tutela sindacale, niente più riconoscibilità, niente più possibilità di fare concorsi…. Credo che tutto questo qualcosa scatenerà. E l'impatto sarà imprevedibile perché questi cittadini hanno identità forti, ruoli molteplici e sono temprati da ogni tipo di esperienza visto che hanno fatto di tutto, dal cameriere, al PR, al giornalista, pur avendo una formazione letteraria - umanistica. Fra i leader del movimento sindacale ci sono state delle persone che hanno firmato una riforma del diritto del lavoro che ha cancellato secoli di rivendicazioni e di diritti.  Come facciamo a fidarci di questi sindacati? Alcune di queste intelligenze sindacali sono state vittime della violenza di organizzazioni terroristiche. Se non fossero avvenute queste assurde morti ci sarebbe stato uno scontro frontale tra una generazione di cittadini lavoratori precari e i sindacati. Invece le morti ci hanno impedito di fronteggiare i responsabili autentici. L'Italia è fatta di corporazioni, di caste, di gruppi autoreferenziali, di lavori che passano di padre in figlio - ci piaccia o no è cosi. Noi non siamo né americani, né inglesi e quindi non possiamo senza una rivoluzione culturale andare incontro a un mercato del genere. Non era né logica né plausibile quel tipo di riforma".

Cosa rappresenta il personaggio di Buttadrago, dietro il quale si cela un giornalista-scrittore facilmente riconoscibile?
"Buttadrago è Pietrangelo Buttafuoco. E questa figura rappresenta il sistema. Buttafuoco era un militante dell'M.S.I. che aveva una piccola libreria in Sicilia. È sempre stato dichiaratamente fascista, non ha mai avuto problemi a rivelarlo, ma è diventato un cortigiano di Berlusconi. È l'esempio di come un intellettuale di qualità, di valore, perché è una persona preparata, si sia consegnata mani e piedi al partito dominante. Questo non è un approccio onesto da intellettuale, ma da mercenario. Da intellettuale di destra è diventato un uomo del Foglio e di Panorama".

I tanti accenni al calcio e alla musica presenti nel testo richiamano alla memoria il Nick Hornby di Alta Fedeltà e di Febbre a 90°. Che cosa pensi di questo autore inglese?
"Nick Hornby è stato fondamentale nella mia formazione di letterato perché è la prova che Dickens può essere pop e può essere contemporaneo. Lui ha dimostrato che si può fare letteratura parlando di calcio e di musica rock. Hornby potrebbe essere benissimo uno della mia generazione. È un letterato puro con delle passioni popolari che nobilita, ingentilisce immortalandole. In Italia Nick Hornby è stato capito perché Tondelli aveva già in qualche modo preparato i lettori a un certo tipo di scrittura".      

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