Gilda Policastro messa "sotto torchio" dal politicamente scorretto Gian Paolo Serino...
LO SPECIALE

di Gian Paolo Serino 
La Policastro
"Il farmaco": l'ho letto 3 volte, anche all'incontrario, ma non ho trovato una frase significativa. Mi trovi una frase che da sola mi riassuma il libro?
Potrei indicarti i passaggi che contengono la parola-chiave nella sua ambivalenza di “rimedio” e “veleno” (come nell’origine etimologica, e nella tragedia antica cui m’ispiro). Ma in realtà quando mi capita di rileggerlo non trovo mai delle frasi da sottolineare, classicamente, o dei passaggi illuminanti sul senso complessivo del testo: il testo ha un suo senso desumibile dalla lettura integrale, e lo stile cambia molto da parte a parte. Dirti una frase sarebbe non renderti conto di un’altra dal senso e dal ritmo opposto, magari, ma altrettanto “significante”.
Copertina e stile molto simili a Einaudi: ma ti rendi conto che sei a Fandango?
Sì, me ne rendo conto quando non mi trovo in libreria, quando mi guardo intorno e di libri Einaudi ne vedo tanti, anche se non sempre di qualità, come nella tradizione storica della casa editrice, o di ricerca, come nella stagione più recente dei “cannibali”. Però sono molto fiera di avere, come tratto distintivo, il gallo silvestre di leopardiana memoria in copertina...
Perché i nomi di donna cominciano con la lettera E?
Questa è una contrainte che mi sono data: il romanzo è una forma di narrazione troppo più libera rispetto alla poesia, da cui provengo. Siccome per me l’arte è anche applicazione pratica di principi teorici, mi sono interrogata preliminarmente sulla concezione delle donne, prima che nel mio libro nella mentalità diffusa. Le donne sono ancora considerate “animali da riproduzione”, cosa che dico a un certo punto del libro esplicitamente, citando peraltro l’affermazione di una mia coetanea ideologicamente contraria all’idea della maternità. Le donne atte alla maternità hanno i fianchi larghi, cioè sono donne costituzionalmente “a forma di pera”. Le donne perE sono diventate le donne che cominciano per “E”, ovvero con la lettera E. Un gioco, ma fino a un certo punto, dunque.
Citazione da p. 115: ''Quello che la salva è quello che l'ammazza'': non pensi che questa frase ammazzi anche te?
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No, non lo penso: è invece un momento drammatico del libro, in cui si riflette sull’ambivalenza delle relazioni tra gli esseri umani, in particolare delle relazioni affettive in cui il legame stesso, che potrebbe salvare dalla solitudine e dalla paura della morte, è ciò che invece finisce con l’ingabbiare e dunque con l’uccidere l’individualità e la singolarità.
Perché hai quest'atteggiamento snobistico, nel romanzo, nei confronti della televisione?
I personaggi del 'Farmaco', come ha giustamente notato qualcuno, non sono dei pensatori o degli intellettuali, e dunque la televisione è nient’altro che il simbolo, nel libro, dell’immissione di un pensiero acritico nelle loro esperienze quotidiane. In realtà poi la televisione compare ben poco nel libro: c’è il riferimento ai programmi di matematica che vanno in onda di notte, e alla trasmissione della De Filippi con le donne che si accapigliano per i “tronisti”. A far problema, in quest’ultimo caso, non è il format in sé, che in fondo racconta l’eterna storia del corteggiamento di cui parlano i libri e i film di tutti i tempi, ma l’assoluta ripetitività delle formule linguistiche (“facciamo entrare Tizio”, “Tizio per te c’è Caia”, e poco altro), oltre che l’assoluta latitanza di qualsivoglia consapevolezza delle mediazioni necessarie a un discorso comunitario, dal momento che questi corteggiamenti si svolgono poi in uno studio televisivo concepito come un’arena, in cui si urla in modo inintelligibile, dissipando qualunque contenuto, anche primordiale, come il pettegolezzo sui protagonisti.
Cosa volevi dare al lettore, "scrivendo" Il farmaco? 
Qualcosa che trovo più nei classici che nei miei coetanei: il racconto degli aspetti meno levigati e plastificati dell’esistenza, la corruzione del corpo e la malattia, certo, visto che siamo in un ospedale, ma anche i sapori, gli odori, una materialità dei sensi, che la scrittura ambiva a restituire facendo spesso violenza a sé (a una sintassi o ad un lessico regolari o “medi”, diciamo) e al lettore, in qualche caso.
Non pensi che "Il farmaco" per i lettori sia un po' una catabasi?
Assolutamente sì, proprio per questo aspetto fisico-materico cui accennavo. Dante è il primo autore di catabasi ad affrontare la questione dei corpi: coi dannati addirittura, in qualche caso, finisce col “rissare”. Poi è vero che la mia non è una catabasi orientata secondo un cronotopo verticale, come dice Bachtin di Dante, ma è piuttosto un percorso a spirale, nel senso che non c’è un approdo religioso al bene attraverso il male, ma un’esperienza tutta laica del dolore e della sofferenza.
Quali scrittrici ami?
Agota Kristof e Alice Munro. Ma anche Teresa Bandettini, l’ “Amarilli etrusca” dell’Arcadia sette/ottocentesca: la prima poetessa ad aver rappresentato, ante litteram, l’amore ai tempi della chat: in una delle sue canzonette più celebri affronta il problema “se sia meglio veder l’amata e non poterle parlare o parlarle e non poterla vedere”.
Cosa pensi di chi ti attacca per un canone estetico che è certo quello di Bloom?
Credo di contravvenire al senso comune sulle donne, sottraendomi ai più diffusi cliché: a una femminilità che non sia autocastrante e comunque a una donna in una certa misura realizzata o almeno soddisfatta di sé, peggio se non accostabile a una figura maschile di “amico-amante”, per citare Munro, si associano sempre e comunque chissà quali stranezze o percorsi contorti: io ho sempre lavorato in molti ambiti, la rete e poi il romanzo mi hanno dato una visibilità minima, ma non è che i lavori che ho fatto finora, quando nessuno mi leggeva e dunque non ero sottoposta ad attacchi, non esistano. Ho fatto come la formica della fiaba, ho lavorato e messo da parte: le provviste mi servono anche a ripararmi dagli attacchi dei rancorosi e dei frustrati, che dilagano soprattutto nella rete. La facilità con cui ci si può aprire un blog personale e regolare i propri conti in una forma pubblica, non rende automaticamente scientifico e credibile il pensiero di chi mi attacca, spesso senza nessun tipo di competenza nel merito.
Qual è il tuo rapporto con il sadomasochismo, molto presente nel libro?
Sul sadomasochismo ho riflettuto molto, studiando Salò e Petrolio di Pasolini per il mio primo libro, quello appunto sulle catabasi, cui alludevi tu prima. Mi ricordo che trovai in archivio a Bologna un articolo, tra i primi usciti su Salò, con un riferimento al cosiddetto esperimento di Stanford, in cui agli studenti era stato affidato vicendevolmente il ruolo di carcerieri o di vittime, entro una finzione didattica. Bene, l’esperimento svelava come inefficace la distinzione fra le diverse “nature” (buona o cattiva, per dirla semplicemente), e come invece la singola natura si accomodasse di volta in volta nello specifico ruolo, portando a galla le medesime pulsioni in connessione ad esso. Ecco, credo di aver compreso leggendo quell’articolo anche la natura dei rapporti d’amore, in cui le nature si possono di volta in volta mutare o invertire, e, come nel Groddeck che cito all’inizio del libro, nell’amante possa talvolta svilupparsi il desiderio di far male all’amato.
Nel libro gli uomini sembrano fare da zerbino alle donne, mentre il desiderio oltre il sipario narrativo sembra quello di una protagonista che crede nel cavalier cortese.
Credo che in tutti gli esseri umani ci sia questo desiderio di “accudimento” anche un po’ servile, se vogliamo definirlo così. Al tempo stesso, però, l’aspirazione comune è quella all’amore puro, possiamo dire “cortese”, sì, quintessenziale, liberato dall’ingombro dei corpi e dalle necessità stringenti (nel libro le chiamo le “responsabilità”, di solito connesse a un’idea costrittiva di coppia e di famiglia). Quello che una volta era l’amor de lonh dei poeti provenzali, ispiratori della nostra prima poesia d’amore in volgare, oggi è l’amore virtuale, delle chat e dei telefoni cellulari.



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