Gilda Policastro-Serino: due modi opposti di 'fare' critica letteraria... L'intervista di Affaritaliani.it
| LO SPECIALE
|
Ha ancora senso la critica letteraria ai tempi di Facebook, di aNobii e dei blog letterari? Le recensioni firmate da professionisti del mestiere sono ancora necessarie? L'abbiamo chiesto a due critici letterari di professione, Gilda Policastro e Gian Paolo Serino, che hanno due modi (come minimo...) opposti di intendere il proprio lavoro, in cerca risposte non banali e, magari, anche di inattesi punti di contatto.
Gilda Policastro, che ha appena esordito nella narrativa con il romanzo "Il Farmaco" (Fandango), ha una visione decisamente più "classica" del suo lavoro. L'amato-odiato Gian Paolo Serino, fondatore del trimestrale di recensioni "soddisfatti o rimborsati" "Satisfiction" (edito da Vasco Rossi), si definisce un critico rock, è fin troppo presente sul web (e su Facebook), rifiuta la "tradizione" e potrebbe essere il primo critico letterario "naufrago" alla prossima edizione del reality di Simona Ventura "L'Isola dei famosi".
Cosa significa fare critica letteraria oggi?
![]() Gilda Policastro |
POLICASTRO: "Nulla di così diverso dalle sue origini: “krino”, etimologicamente, è innanzitutto “discerno” e poi “giudico”. Va da sé che, nel caso della critica letteraria, non si debba trattare di un giudizio estemporaneo: sebbene la critica non si possa considerare una scienza esatta, esistono comunque delle condizioni preliminari da soddisfare, perché un discorso su un’opera si faccia discorso culturale rivolto a una comunità. La critica ha infatti una funzione di mediazione irrinunciabile, cui però negli ultimi decenni si è andati via via abdicando, soprattutto per la marginalizzazione sociale della letteratura in generale, e poi per la pretesa via via crescente da parte degli scrittori di potersi presentare ai lettori saltando la mediazione critica, passando automaticamente poi dall’autovalutazione all’autocanonizzazione. Un’opera come 'Lettere a nessuno' di Moresco, alla fine degli anni Novanta, ha fatto scuola inaugurando la pretesa dello scrittore di giudicarsi da sé, e tra l’altro lasciando coesistere un po’ contraddittoriamente la delegittimazione del critico come figura di mediazione e la richiesta implicita di un riconoscimento di valore".
SERINO: "Comprendere che siamo nel 2010. Quindi entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo. Credo che sia inutile e dannoso non entrare in sintonia con quello che è il linguaggio (im)mediato di oggi. Catabasi e paratassi li lascio volentieri ai filologi. O a quei tanti critici ancora convinti di scrivere per studiosi che trascorrono tutta la giornata con i tappi nelle orecchie a leggere Eschilo mentre la nave della vita passa fuori dalle loro finestre. Oggi troppi critici credono di scrivere. Non bisogna scrivere. Bisogna consigliare libri. Che è diverso".
Il web ha cambiato la critica?
POLICASTRO: "Al web va senz’altro riconosciuto il merito di aver rivitalizzato il dibattito critico, che languiva da almeno 20 anni (se si vuol porre come terminus a quo Notizie dalla crisi di Cesare Segre, del ‘93, e ad quem, invece, Eutanasia della critica di Mario Lavagetto, del 2005). La nascita di un lit-blog come 'Nazione indiana', nel 2003, e degli altri blog di discussione letteraria che l’hanno seguita, ha fatto emergere senza dubbio un bisogno di confronto collettivo su argomenti letterari, ma non sempre a questo bisogno si accompagna una preparazione adeguata e gli strumenti necessari a sostenere un discorso critico. Così a volte sembra proprio di trovarsi in un dialogo tra sordi, tanto più che negli spazi di discussione dedicati ad un singolo libro, ad esempio, ci si trova a dibattere con commentatori che dichiarano orgogliosamente di non averlo letto, quel libro di cui si sta discutendo, ma di voler dire comunque la loro: comportamento che nei contesti critici tradizionali sarebbe considerato illegittimo e, oserei dire, criminale".
![]() Serino |
Nell'era di internet e di Facebook, in cui (quasi) tutti (s)parlano di tutti (accade anche tra chi si occupa di cultura...) per un critico letterario "urlare" diventa inevitabile per attirare l'attenzione?
POLICASTRO: "Più che altro il critico letterario 'cartaceo', cioè colui che venga da una formazione e da una prassi dialogica di tutt’altra natura (il convegno, il dibattito redazionale di una rivista, il confronto coi redattori di un supplemento culturale), si trova spesso coinvolto suo malgrado in risse dai toni violenti: il critico tradizionale per i blogger è un vero e proprio nemico, e dunque la condotta più tipica dei partecipanti a una discussione in rete è l’accerchiamento dello specialista nel tentativo di delegittimarlo, a tutto vantaggio della possibilità di abbandonarsi alle proprie impressioni estemporanee e alle proprie notazioni emotive, nel migliore dei casi. Urlare è quasi sempre una reazione violenta ad altra violenza, come in quei dibattiti televisivi dove alla fine persino il più mite dei politici (ammesso che ne esistano ancora, di miti e di politici) si lascia andare a qualche intemperanza di troppo, travolto dal tifo avverso o dal cosiddetto rumore di fondo".
SERINO: "Non si tratta di 'urlare', ma di far vedere attraverso le immagini della parola. Comunicare non a spot ma a flash: che è diverso. Ci era già arrivato Céline. Quando qualcuno, ad esempio, gli chiedeva cosa ne pensasse di Proust era solito rispondere: 'Sarà anche bravo ma vorrete ammettere che 80 pagine per dire che la vuoi prendere nel culo sono un pochino troppe'...".
Da critici letterari vi ponete un "problema di linguaggio" nei vostri articoli, nelle vostre recensioni e nei vostri saggi? Qual è la lingua più "giusta" oggi per la critica letteraria?
POLICASTRO: "Rispondo a partire dalla fine: anche in questo caso devo dire che la lingua della critica letteraria non è mai cambiata, nel senso che è una lingua specifica (proprietà e precisione, raccomandava Leopardi nello Zibaldone, rispetto all’oggetto considerato), che utilizza un codice condiviso dalla comunità dei “sapienti”, per dirla alla Fortini, cioè non i critici di professione, che in realtà non esistono o non esistono più, ma coloro che abbiano dedicato la loro formazione all’apprendimento di più discipline indispensabili a comprendere un testo e a coglierne il significato più ampio e profondo. L’ermeneutica non è una scienza esoterica, ma elitaria forse sì: nel senso che per accedervi bisogna entrare in possesso di strumenti interpretativi, per riuscire a trasmettere determinati contenuti attraverso una lingua esatta, scientifica nella misura in cui non asseconda i vezzi o le idiosincrasie personali ma va dritta ai problemi, senza allusioni o ammicchi di sorta. Chiaro che questo è un modello a cui tendere, e che non sempre si riesce a non farsi prendere la mano dall’estro o dall’adesione “emotiva” alla materia. Ma l’equivoco principale invalso nei commentari in rete è proprio questo: l’idea che una lingua immediata sia più democratica, quando invece non si dà vero scambio dialogico senza la condivisione di un codice comune, che valga a valorizzare certi testi e, attraverso di essi, a comprendere il mondo in cui viviamo".
SERINO: "Io adotto, da sempre, uno stile che sia più veloce possibile. Credo nelle recensioni emotive. Il che non significa che siano istantanee, anzi: essere diretti è più complicato. Arrivare al cuore del lettore senza spegnerlo non è facile".
Da critico letterario, a quale pubblico si rivolge?
POLICASTRO: "Torniamo al discorso sul linguaggio, inevitabilmente, dal momento che è il medium attraverso cui si raggiunge il cosiddetto pubblico. Facciamo un esempio: in questi giorni è vivo il dibattito circa la trasmissione tv rea di non aver rispettato la tragedia di una madre dandole in diretta la notizia del ritrovamento del cadavere della figlia. I sostenitori strenui del diritto di cronaca hanno difeso la trasmissione riflettendo tra l’altro sui dati auditel: non un spettatore si è allontanato dallo schermo, e anzi a quanto pare lo share si è impennato. Ma è proprio vero, mutatis mutandis, che bisogna tendere a un livellamento verso il basso? Non sarebbe più opportuno, invece, cercare di invogliare a guardare il mondo e dunque a leggerne, anche, forme diverse di rappresentazione, con più strumenti e dunque con più consapevolezza, aiutando a scegliere letture più impegnate dei gialli-rosa-neri verso cui ci indirizzano le pile delle librerie o il battage pubblicitario attorno a certi (e solo a certi) libri? Una volta il critico Andrea Cortellessa ha usato la metafora della scala per raggiungere l’albero: più fatica si fa, più soddisfazione c’è. Mi rivolgo, dunque, a quel pubblico che abbia voglia di inerpicarsi su quella scala, senza scorciatoie o agevolazioni di sorta".
SERINO: "Credo che il segreto sia 'parlare' su più piani interpretativi. Oggi sono necessarie recensioni multitasking. Voglio dire: una recensione deve essere stimata dall'accademico ma al contempo essere compresa anche da chi non ama leggere. Tutto il resto sono barriere architettoniche da 'accademia'...".
Gilda Policastro, su Facebook, riferendosi agli interventi di Serino, lei ha scritto: "La critica non sia slogan pubblicitario o formuletta impressionistica, per non dire emotivo-empatica, ma svelamento del significato del testo in sé e 'per noi' (citando Benjamin), o smontaggio del testo, cioè della sua 'forma del contenuto' (citando Hyelmslev), e analisi delle sue funzioni costituive a partire dalla lingua". Quali sono i principali limiti delle recensioni "emotive" di Serino?
POLICASTRO: Da quando scrivo nel web ho ingaggiato una vera e propria battaglia contro chi accusa i critici cartacei di elitarismo, in realtà non accorgendosi del paradosso: se il web è di tutti, allora è anche “mio” o “nostro”, nel senso di tutti coloro che hanno la mia stessa formazione, il mio modo di esprimersi, la mia “visione del mondo” (una volta si poteva dire “ideologia”). Ora, il mio obiettivo polemico, in quel caso, non erano tanto le recensioni di Serino, quanto la sua ostinata rivendicazione del diritto del critico a stabilire un legame empatico coi lettori, toccandone esclusivamente corde emotive. Ma perché, gli ribattevo, ritieni che la tua emotività sia più democratica e comunicante della mia adesione a un’idea del mondo (vogliamo dire ideologia del testo?) dichiarata e condivisibile attraverso un linguaggio non dirò più esatto ma meglio argomentante e partecipabile? Poi ci si è trovati d’accordo, infine, su quel passaggio del Parini di Leopardi in cui si attribuisce al giudizio umano un valore assai transitorio, dal momento che i gusti su un determinato libro possono mutare addirittura a seconda delle ore della giornata".
Quali sono i critici letterari italiani che rispetta di più e perché?
POLICASTRO: "Romano Luperini, un 'padre' e Andrea Cortellessa, un 'fratello maggiore': il primo è un referente intellettuale fondamentale negli anni della mia formazione: da lui ho appreso ad analizzare i testi secondo il metodo “allegorico”, cioè nel loro aspetto per l’appunto non solo testuale, ma attraverso una catena di rinvii al mondo di cui i testi ci parlano e, soprattutto, al nostro mondo (il 'significato per noi', cui facevo riferimento nel dibattito su Fb). Il secondo vorrei mi contagiasse la curiosità onnivora, oltre che la tenuta dialogica anche in contesti programmaticamente ostili come il web. Ricordo la dura battaglia estiva 'contro' i Wu Ming nel sito di Loredana Lipperini sull’idea di “letterario”: ci chiedemmo, alla fine, ma ne è valsa veramente la pena? La risposta credo fosse positiva per entrambi, nonostante la fatica sostenuta: tant’è che perseveriamo".
SERINO: "Tommaso Pincio ed Emanuele Trevi. Ogni loro recensione è emotiva ma al contempo quando finisci di leggerli hai sempre imparato qualcosa. C'è spessore dietro i loro articoli. In troppi impongono, invece, l'essenza della (propria) apparenza o appartenenza".
Il mondo della critica letteraria è in prevalenza composto da uomini. E' anche un mondo maschilista?
POLICASTRO: Nominavo prima Loredana Lipperini: ecco, parafrasando il titolo del suo ultimo libro, 'Non è un paese per vecchie', direi che questo non è un paese per donne, in generale. Se non per donne riconducibili a stereotipi antichi e risibili, ormai: vale per le donne scrittori, come per le donne critici (peraltro pochissime: mi sarebbe piaciuto citarne qualcuna, per rispondere alla sua domanda, ma la loro presenza militante è davvero ridottissima). Eppure le donne, da Boccaccio in poi, sono le destinatarie privilegiate della letteratura: ancora oggi qualunque editore può confermare che lo zoccolo duro dei lettori è costituito da donne. Ma anche in questo caso le si pensa stereotipate: lettrici della Mazzantini e basta. “Non ci sono le lettrici”, mi diceva qualche tempo fa un’amica: “ci sono io, c’è la mia collega traduttrice, ci sono le mie studentesse: nessuna di loro è uguale all’altra”. In questo specifico non si crede, non ci si investe. Quanto al maschilismo, anche in questo caso allargherei il campo: credo sia connesso alle dinamiche di potere e conosco donne talmente ostili ad altre donne da poter concorrere coi più accaniti misogini.
SERINO: "Uomini e donne è una categoria che lascerei alla De Filippi".



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.




















