"Uso la mia voce per superare le difficoltà"

Mercoledì, 18 novembre 2009 - 15:21:00

di Sonia Bianco

gerry romano
Gerry Romano
Nato a Napoli nel 1963, Gerry Romano ha cominciato la sua carriera ricoprendo diversi ruoli nel panorama radiofonico: tecnico di bassa frequenza, programmatore musicale, disc-jockey, autore di testi e attore di prosa. Ha lavorato a Radio Kiss Kiss dall’82 all’84, a Rai Radiodue, ha presentato diversi programmi su Raitre (Rockottanta, Disco Estate, Disco Inverno). E' nell'informazione dal 1987 ed è giornalista professionista dal 1994. Trasferitosi a Milano nel 1991, ha collaborato con il "Corriere della Sera" e ha lavorato in redazioni radiofoniche e televisive, prima di arrivare a Radio Monte Carlo e poi a Radio 105.

Qual è la volta che ti sei perso?
"Cos'è il perdersi? Sostanzialmente una cosa: smarrire i propri punti di riferimento. Ed ecco che il perdersi diventa: fisico, operativo, metaforico, etico. Non perdersi equivale a non muoversi. Da quando ho scoperto, bambino, che perdere la mamma al supermercato equivaleva ad aver paura del mondo per la prima volta, nei miei smarrimenti successivi quel mondo ho cercato invece di ritrovarlo al mio fianco: come elemento di saldezza. Quel martedì di settembre di otto anni fa (l’attentato alle Torri gemelle del World Trade Center di New York, ndr), quando il mondo sembrò impazzito per follia o per paura, ritrovarmi casualmente a parlare per ore di un'apocalisse che sembrava imminente mi salvò: ero perso, sgomento, ma qualcuno mi ascoltava. Raccontare, indignarsi, ragionare, commuoversi, fare domande, davanti a un microfono che mi portava verso milioni di orecchie in cui ronzava una domanda su tutte: "perché?". Il peggio mi spingeva a dare il meglio, sebbene isolato fisicamente, in un palazzo evacuato per la presenza di uffici diplomatici a rischio, ma costretto a cercare un senso per ciò che accadeva e a renderne conto a persone senza volto. Bere per non affogare, e io bevvi".

La tua voce s’insinua nella quotidianità delle persone, diventando una sorta di “passaporto” per entrare in ogni dove: durante i tragitti in auto verso il lavoro, nei momenti di relax, in un bar sintonizzato sulla frequenza della tua radio e via dicendo…Non hai mai temuto di poter perdere questo tuo prezioso lasciapassare?
"Il timore di perdere la voce non è stato uno spauracchio potenziale, bensì un dato di fatto: adolescente timido, crescevo senza accorgermene e sentivo cambiare in maniera sgradevole i suoni delle mie parole. Inevitabilmente, scattò il rifiuto. Inconsciamente provavo a trattenere dentro di me il timbro acerbo, mentre la natura faceva il suo corso. Le corde vocali si ribellarono e andarono in tilt: diventai afono. Furono la bravura e la sensibilità di una logopedista a farmi accettare il mutamento: nacqui così una seconda volta… Non la dimenticai mai più e, anni dopo, le dedicai la mia prima trasmissione. La mia logopedista mi diceva che la voce conta più dello sguardo: "devi esserne orgoglioso, perché è ciò che più parla di te".

Come vivi, da napoletano, scene come quelle passate in televisione, con la gente del rione Sanità pronta a scavalcare un cadavere e a dileguarsi in fretta, forse per paura?
"Quando si parla di Napoli, il rischio di luogo comune ti attende a ogni angolo: anche se la conosci bene, perché è là che sei nato e cresciuto. Meravigliosa e maledetta, madre e matrigna: per definirla mi affido a stati d'animo, più che a ragionamenti. Tradizionalmente accostata all'immagine del "cuore in mano", anche essa è finita nel tritacarne del cinismo imperante per cui non esiste un'esclusiva geografica. Quella dello scavalcamento di un cadavere è un'abiezione certificata più volte nel nostro paese in anni recenti. Non credo che c'entrino solo la paura di fermarsi davanti a un morto ammazzato o, peggio, la fretta cieca. E’ il precipizio morale di chi vuole scrollarsi di dosso l'imprevisto fastidioso, per quanto deflagrante, come si fa con una manciata di briciole ("per quale motivo dovrei lasciarmi coinvolgere, quando attorno a me c'è qualcun altro che può farlo?"). Tuttavia è proprio la mancanza di coinvolgimento, quello interiore, che ci rende inetti e ci spinge lontano: anche a costo di scavalcare la morte".
 

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