Targhetta, perché un romanzo in versi su questi anni difficili... L'intervista

Arriva in libreria l'esordio di Francesco Targhetta: "Perciò veniamo bene nelle fotografie" (Isbn edizioni) è un esperimento letterario coraggioso. Un romanzo in versi che racconta la crisi e le difficoltà dei giovani attraverso una nuova forma di poesia. L'autore racconta: "È stato un lavoro di due anni. Ogni verso è stato pensato, riscritto con un labor limae molto intenso. Il modello crepuscolare c’è, soprattutto nel modo di inserire i dialoghi o il gusto per i cataloghi, tipici di Gozzano. Poi sono confluite molte passioni del Novecento, più sperimentali come La ragazza Carla, la neo-avanguardia, Bianciardi...". E sulla precarietà descritta nel libro: "Si scrive di ciò che si conosce. E io la precarietà la conosco bene... per scrivere bisogna essere un po’ incazzati". Quindi Targhetta parla del nepotismo nelle università, di Padova in cui il libro è ambientato, del rapporto "complicato" tra i giovani e il Governo Monti, e di Andrea Zanzotto ("Ho avuto il piacere di incontrarlo due, un maestro indiscusso..."). L'INTERVISTA, LA RECENSIONE E DUE ESTRATTI

Venerdì, 17 febbraio 2012 - 08:32:00

 

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La provocazione/ L'esordiente che racconta crisi e precariato in un romanzo in versi...


Dal 16 febbraio sarà in libreria l'esordio del 32enne Francesco Targhetta ("Perciò veniamo bene nelle fotografie", Isbn): non si tratta dell'ennesimo romanzo sul precariato. La novità, infatti, è che l'autore (ricercatore all’Università di Padova, con un dottorato in italianistica alle spalle), ha scritto un romanzo in versi. Con un'attenzione accademica alla metrica e al "suono". Targhetta dimostra che forse si può ancora creare una nuova lingua letteraria, allo stesso tempo classica e contemporanea, capace di entrare dentro a un presente complesso al limite dell'ineffabile... LEGGI I PARTICOLARI E DUE ESTRATTI

 

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di Alessia Liparoti

Aspiranti professori impiegati nei call center, giunti nella grande città dalla remota provincia carichi di vacillanti ideali. Una storia già sentita? Forse, ma di certo non in "questa" veste. Sì, perché a metà tra il Bildungsroman e la "poesia delle piccole cose" di crepuscolare memoria, Francesco Targhetta, classe 1980, esordisce con un esperimento coraggioso ma riuscitissimo, un romanzo in versi: "Perciò veniamo bene nelle fotografie".

Si tratta di un'operazione letteraria inedita, al cui centro c’è la storia di un dottorando e dei suoi altrettanto precari coinquilini immersi con ironica ossessione per i dettagli, nei luoghi di una Padova dal "corpo bisunto", dove si alternano appartamenti congestionati a megastore e a "turbofolk moldavi". Una città multietnica dove amicizia, amore, lavoro e ambizione restano sempre sul filo della precarietà. Come i "sogni di rock’n’roll" che alleviano le ferite di un’esistenza in cui la redenzione, forse arriverà, ma col sapore di rivalsa su chi verrà dopo di noi. Il 32enne Francesco Targhetta, laurea in Lettere, dottorato in Italianistica, insegnante (supplente) per quattro anni e ora assegnista di ricerca all’Università di Padova, forgia con rara capacità descrittiva e con un’attenzione minuziosa a lessico e sonorità, una lingua originale, poetica e impoetica al tempo stesso, dove anche il Pm10 e i CFC diventano degni di entrare in un verso. Mentre studia i poeti simbolisti di fine Ottocento - "loro si lamentavano di tutto, ma intanto erano ricchi e non dovevano preoccuparsi di lavorare" - Targhetta, oltre a suonare l’ukulele, ama scrivere recensioni musicali. Tuttavia alla domanda se voglia prima o poi condensarle in un libro, sulla falsa riga del britannico Nick Horny, non esita: "No, non potrei pensare di applicare alla musica lo stesso scandaglio che uso con la poesia. Deve restare un momento di svago".

TarghettaIsbnEdizioni
E allora perché la poesia, Targhetta?
"È stata Isbn a chiedermelo. Avevano letto il mio libro di poesie (Fiaschi, edito da ExCogita, ndr) e apprezzato la linea narrativa. Hanno pensato che quella del romanzo in versi fosse una soluzione che da tempo non si provava e si prestava all’argomento. È un 'romanzo senza posto fisso', in cui ho dovuto ricominciare ad ogni verso e paragrafo, espressione del precario che deve ogni volta iniziare daccapo con un nuovo impiego. L’idea era infatti di raccontare l’epica quotidiana. Noi ci raccontiamo in continuazione, dai social network ai colloqui di lavoro, perché non farlo anche in rima?".

Gli echi sono quelli dei crepuscolari cui ha dedicato tesi e ricerche. Temi, stile, linguaggio, suono, struttura: c’è tutto nella sua poesia. Come è stato il lavorio su tutti questi aspetti?
"È stato un lavoro di due anni dal giorno in cui l’ho iniziato. Ogni verso o quasi è stato pensato, riscritto con un labor limae molto intenso. Il modello crepuscolare c’è, soprattutto nel modo di inserire i dialoghi o il gusto per i cataloghi, tipici di Gozzano. Poi sono confluite molte passioni del Novecento, più sperimentali come La ragazza Carla, la neo-avanguardia, Bianciardi, Giudici… L’interesse per il linguaggio e per il piacere di un vocabolario ampio nascono dalla voglia di allargare il più possibile lo spettro del dicibile, esperimento che può riuscire grazie a una poesia che non disdegna anche di “abbassarsi”. Giudici diceva che 'L’impoetico nutre la poesia molto di più del poetico'. Credo che sia verissimo e che ci sia molto di impoetico nel periodo che stiamo attraversando".


 

Targhetta Isbn
Eppure nella parte iniziale del suo romanzo scrive: "Ma ci sarà, ci sarà la redenzione / e saprà di rivalsa, rivendicazione". Come la vede la sua rivalsa?
"
È più un timore che una speranza. La rivalsa sarebbe di fare ciò che vogliamo, ciò per cui abbiamo studiato. Soprattutto nella seconda parte, nasce il timore che questa rivalsa si tramuti in una vendetta della nostra generazione su quella successiva. Ma spero che la rivalsa non sia questa".

Le descrizioni di Padova, dell’appartamento condiviso, della realtà multietnica e di ciò che il protagonista osserva dalla finestra: come è arrivato a uno scandaglio così puntuale e ironicamente malinconico dei luoghi che la circondano?
"
L’interesse per i luoghi l’ho sempre avuto e soprattutto per 'certi luoghi, quelli apparentemente più lontani dalla poesia. E forse essi rappresentano la vera cosa nuova che può dire la poesia di oggi. Solo a inizio Novecento sembrava impossibile dedicare dei versi a una cavalcavia. Oggi si può e si deve fare. Si deve guardare con occhio particolare a una certa marginalità in poetica. E poi c’è il senso di farsi vivere dai posti in cui siamo immersi. Sono le suggestioni della psico-geografia e del suo assunto principale: i posti che frequentiamo condizionino il nostro modo di essere e di vivere".

Vargas Llosa nel 2008 affermava come la crisi avrebbe avuto almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura. Secondo un suo quasi coetaneo, lo scrittore Giorgio Fontana esistono fondamentalmente tre modi per raccontare la crisi, escludendo quello secondo lui ormai un po’ logoro del realismo ad ogni costo: la letteratura impegnata, l’ironia e la fiaba. Lei ne ha trovato un quinto che in parte li ingloba tutti…
"L’aspetto civile in realtà a me non interessa molto e di solito non viene fuori dalla poesia. Credo che avere eccesso di intenzione nella poesia non sia una buona guida. Il romanzo non è nato infatti con una grande programmazione. Prevalgono l’aspetto ironico e quello realistico-mimetico. Questo genere letterario fa sì che la tematica affrontata assuma un taglio diverso. Sì, parla di situazioni tipiche già approdate alla forma narrativa, ma a me interessava partire proprio da storie comuni, già raccontate, ma che attraverso la lente della poesia, assumono una dimensione nuova. E nel fare questo la poesia ha una densità in più".


Alessandro Beretta lo scorso mese sulla Lettura si interrogava su come la narrativa italiana stia raccontando la crisi. Tante sono state le prove degne di nota a partire da Michela Murgia con Il mondo deve sapere (edito proprio da Isbn). L’idea è però che, salvo il caso di Storia della mia gente di Edoardo Nesi, non vi sia stata ancora una rielaborazione letteraria significativa della crisi aldilà del tema del precariato. Per quale motivo secondo lei?
"
Si scrive di ciò che si conosce. E io la precarietà la conosco bene. Forse la risposta sarà banale, ma credo sia di carattere generazionale: ci sono notevoli difficoltà per uno scrittore emergente di farsi notare e magari aiutarsi affrontando problematiche alla luce del sole può essere una soluzione. Sebbene io segua più da vicino il mondo della poesia, forse è solo questione di tempo per il romanzo, affinché ciò che ora è solo sotto-traccia, possa esplodere definitivamente. Sono d’accordo che la crisi possa essere un elemento stimolatore. È sempre stato così. Non è un caso che molte di queste proposte letterarie vengano dalle Provincie, anche quelle abissali come Treviso che sembrano distanti dalla letteratura, così concentrate sulla produttività e a volte stranianti, in cui pare così complicato trovare il proprio posto. E allora si scrive. Sì, perché per scrivere bisogna essere un po’ incazzati".


Ma la soluzione può essere la rivolta? Lo scriveva già nella sua prima raccolta poetica, Fiaschi: "Facciamola insieme la rivolta,/ all’angolo del Blockbuster, coi cartoni delle pizze accatastati ai bidoni,/ con la notte che striscia, che si accascia/ sui cani, e non ci vede qui, rinchiusi/ nei cessi, sbronzi comatosi/ di nuove paure, piegati sulle tazze/ a vomitare i nostri sogni». Cosa è rimasto di queste suggestioni in «Perciò veniamo bene nelle foto"?
"La rivolta lì non era tanto politica quanto generazionale ed etica. È passato troppo poco tempo. Il tema continua in questo romanzo, l’ultima poesia di Fiaschi lasciava l’ambiguità che prosegue qui, dove torna il finale aperto da interpretare in vari modi: una rassegnazione e una sorta di appiattimento alla realtà che sembra farci dire: 'Se questa vita ci vuole sciacalli, allora lo saremo'. Comunque è utile ricordare che si scrive in poesia per non essere creduti".

Ma quanto c’è di vero nel romanzo rispetto al mondo universitario che lei vive nella veste di assegnista? La figura del relatore del protagonista, il Professor Pacchioni è descritta come un «creatore, Nume, solo possibile risolutore» ma per cui si nutre una «forma violenta della sindrome di Stoccolma». Studenti e professori come vittime e carnefici… E dei presunti casi di “nepotismo” della Sapienza e di altri noti atenei cosa ne pensa?
"Il tema è delicato perché il caso ha voluto che quando ho vinto l’assegno, il romanzo lo avevo già scritto. Quello universitario è un ambiente che per una serie di motivi porta facilmente a una sorta di disumanizzazione. Ci sono sempre meno posti per cui bisogna lottare anche in età già avanzata e questa concorrenza in là con gli anni umanamente è dura. Se la Riforma Gelmini aveva il merito di cercare di abbattere la cosiddetta parentopoli, alla fine sta risultando negativa perché ora anche il ricercatore è diventato un precario. Bisogna lottare contro le dinamiche di nepotismo, ma non è facile…".

E lei cosa spera di fare? Oltre ovviamente a vivere di poesia…
"(Ride). Certo… Allora, l’aspirazione sarebbe quella di ottenere un giorno una cattedra in università, ma non mi faccio illusioni. Altrimenti tornerò a insegnare alla scuola superiore che mi è piaciuta molto. Inizialmente come supplente, nella speranza che qualcuno vada in maternità o magari in malattia. Lo so, è brutto dire così, si appare come avvoltoi, ma siamo arrivati a questo…".

Forse il problema è altrove. Le nuove generazioni, come ha dichiarato il Premier Monti, vivono troppo nel mito del posto fisso, che è così monotono…
"Sembra si trascini l’immagine dei 'bamboccioni' di Padoa Schioppa. L’impressione della frase di Monti è che i 'professori' siano gli ultimi a non aver capito la situazione. Come le banche per i mutui o gli amministratori nelle case. Dobbiamo appoggiarci ai nostri genitori perché non vediamo altre alternative. E poi cambiare un lavoro che ti piace non è per niente bello".

E provare all’estero, come fanno molti ricercatori?
"Mi è venuto in mente, ma sarebbe un grande sacrificio. E poi mi chiedo: perché dobbiamo andarcene se ci troviamo bene qui? Sono stato in Erasmus ed è stata un’esperienza positivissima, che mi ha fatto crescere, ma trasferirsi all’estero, lasciare tutto e tutti… Non me la sento".

Come il vate suo conterraneo, recentemente scomparso, l’attaccamento alla propria terra e alla sua preservazione dalle brutture moderne la accompagnano. La poesia di Andrea Zanzotto docet…
"Sebbene i riferimenti siano diversi, per me e per tanti altri poeti del Trevigiano, è stato il maestro indiscusso. Io ho avuto il piacere di incontrarlo due volte. I suoi discorsi intorno al paesaggio, le ultime battaglie per la sua preservazione contro le devastazioni della cementificazione le ho trovate molto vicine. E poi abbiamo avuto in comune la passione per Govoni. Quando l’ho incontrato, gli ho consegnato una raccolta del 1907 'Gli aborti' di cui avevo curato l’edizione: al giovane Zanzotto piaceva molto Govoni e mi sembrava un bel pensiero omaggiarlo di quel volumetto".


 



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