La quaresima ai tempi del 2.0
di Francesco Pira
Fino a qualche anno fa le privazioni potevano essere tante: i dolci, i gelati, le pizze, la coca cola, le caramelle…Adesso tutto è cambiato. Di moda ci sono i “fioretti tecnologici”. E’ tempo di Quaresima e quando occorre fare un fioretto cosa meglio del pc, della play station, di un cellulare…possono privare di qualcosa d’indispensabile il pre-adolescente o il bambino? Nulla. I digitali nativi vivono per chattare, per mandare sms, per scaricare musica.
Per loro non ci può essere penitenza peggiore che rinunciare a questo prolungamento del corpo per un periodo. E’ di qualche giorno fa la notizia che in sei oratori della provincia di Pisa ai 300 bambini e ragazzi che frequentano le strutture gli è stato chiesto di limitare l’uso delle tecnologie. Il coordinatore di uno degli oratori ha dichiarato, giustamente: “Chiedere di non mangiare la classica caramella ci sembrava una cosa superata e non così carica di significato”.
L’operazione degli oratori pisani non è stata certo indolore per tutti i bambini ed i ragazzi che vivono l’esperienza di aggregazione all’interno di queste agenzie educative. Una scelta che forse ha fatto anche storcere il naso a qualche genitore, ma una scelta che potrebbe anche essere seguita da altri oratori in altre parti d’Italia.
Ma a pensarci bene i genitori da un’operazione di questo tipo ci guadagnano. Avere i figli che non usano il telefonino per qualche giorno è un bel risparmio in ricariche. Così come dal punto di vista religioso le “nuove anime” pure dei bambini non navigando qualche sito “vietato” o non giocando con videogame da adulti forse faranno qualche peccato in meno. Per esempio non dedicare buona parte della giornata al nuovo mito dei pre-adolescenti il social network Facebook è un risultato eccellente.
Ma il problema nasce dal fatto che non sempre gli adulti capiscono quale e quanto forte può essere il distacco per esempio per un bambino o un ragazzo dal proprio pc o videogioco.
Sia il percorso di studi e di ricerche sul campo al quale mi dedico ormai da diversi anni sul rapporto tra infanzia media e nuove tecnologie, e le evidenze di molti altre indagini scientifiche realizzate sia in Italia che all’estero concordano nel seguire un approccio di studio della relazione con gli strumenti in quanto tali. Oggi le ricerche più recenti ci mostrano come quell’approccio è ancorato al modo con cui gli adulti, “gli immigrati digitali”, percepiscono le nuove forme di comunicazione, con una distinzione tra reale e virtuale, mentre i “nativi digitali” come sostiene anche D. Boyd sembrano aver superato questa distinzione. Il virtuale diventa parte integrante del sè come un digital body. Non più relazione con lo strumento ma relazione all’interno di questo ambiente che è parte integrante dell’universo sociale dei digitali nativi.
Una distinzione fondamentale, due universi paralleli come abbiamo più volte sostenuto, con il mondo degli adulti alla continua ricerca di chiavi di interpretative per comprendere l’universo di ragazzi e adolescenti. Una sorta di digital divide generazionale che alimenta le paure degli adulti, perché l’elemento che più si evidenzia è il gap legato alla naturalezza con la quale le nuove generazioni si muovono in questo ambiente relazionale, mentre ancora molti adulti hanno incertezze e non ne comprendono appieno le potenzialità.
E quindi forse anche i “fioretti” devono essere riconsiderati e consequenziali ai tempi in cui viviamo. Ed allora siamo sicuri che togliere ai digitali nativi un “pezzo del loro corpo” è il miglior fioretto? Forse il più efficace ma non il migliore. O quello più adeguato.
Su questo apriamo il dibattito. Magari saremo pronti per la prossima Quaresima.



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