Libri/ Federico Russo, il nuovo Fabio Volo?

Una storia di amicizia. Per il suo romanzo d'esordio ("Ci si mette una vita", Einaudi Stile Libero - su Affaritaliani.it leggi l'incipit del libro), Federico Russo, fiorentino classe '80, ha scelto di raccontare la generazione dei 30enni, la sua. L'editoria italiana ha forse trovato il "nuovo Fabio Volo"? Con l'attore, conduttore e scrittore di bestseller, Russo non ha in comune solo la passione per la radio...

Lunedì, 17 ottobre 2011 - 16:20:02

 

 

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CiSiMetteUnaVita
Un incidente riunisce quattro amici di infanzia nella loro città natale. E dà loro le risposte che cercavano da sempre. Quando Rubens, redattore sportivo alla soglia dei trent'anni, scopre che Carlo è grave in seguito a un tuffo, lascia Milano e la carriera in ascesa per tornare a Firenze. Si porta dietro solo l'ossessione per Anita: la sua ex l'ha mollato da mesi ma lui continua a sognarla ogni notte con una faccia diversa. Insieme a Gazza e Pico, tornati anche loro, passa una strana, lunga, irripetibile estate accanto a Carlo. E tutto sembra di nuovo come prima, o quasi. Al centro traumatologico si forma un'inattesa e sghemba comunità, affollata di buffi personaggi: un cinese che non sa una sillaba di italiano ma si lamenta tutta la notte, un coatto che suona in un gruppo ska dal nome improbabile, una loquace e devota signora peruviana, un'infermiera maggiorata... Tra corse in sella all'intramontabile vespa Monica Vitti, fughe dall'ospedale con Carlo come ostaggio, litri di Guinness, notti insonni e la vittoria italiana ai mondiali di calcio, Rubens e i suoi amici fanno per la prima volta i conti con quel che hanno perso e quel che non avrebbero mai immaginato di ritrovare. E decidono finalmente di crescere...
FedericoRusso fotoGiuseppeRomano
 L'AUTORE - Federico Russo (Firenze 1980) è una voce molto nota della radio e un volto emergente della Tv. Ha lavorato a Mtv, Deejay Tv, Rai 2 e Sky. Conduce un programma quotidiano su Radio Deejay. Per Einaudi ha pubblicato Ci si mette una vita (Stile Libero Extra 2011)

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT DEL ROMANZO:

© 2011 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

A pensarci bene, non credo di aver mai sognato Anita cosí com’è nella realtà. Intendo fisicamente. In sogno so che è lei quella davanti a me, ma la faccia è diversa. Cambia ogni volta. Può avere le sembianze dell’attrice che ho visto la sera prima al cinema o in dvd, della fornaia sotto casa, della signora della pasticceria che ogni mattina mi tiene da parte il cornetto alla crema, della cassiera del supermercato che gentilmente mi ha aspettato per chiudere la cassa, di una ballerina, un’annunciatrice o un’inviata che ho visto in tv, di Lilli Gruber, di uno squalo martello visto su National Geographic. Ma è lei, lo so.

Quella notte però i lineamenti del viso mi sembravano molto vicini a quelli reali. Almeno mi ero risparmiato il sacrificio di limonare con il predatore degli abissi, tanto per fare un esempio.

Ricordo di averla stretta fra le braccia, di averla trattenuta per non farla andare via, ricordo che le cantavo sottovoce qualcosa nell’orecchio, After Hours dei Velvet Underground forse. Sorrideva, mi baciava, ma poco altro. «If you close the door the night could last -forever…» Il fatto è che sognare ripetutamente una persona non ti aiuta a mettere a fuoco le trame dei singoli sogni. Alcuni dettagli che mi tornavano in mente al mattino, come le sue scarpe rosso garofano, identiche a quelle che le avevo regalato, forse facevano parte del sogno di un paio di notti prima.

Già lo sapevo: avrei trascorso l’intera serata a fissare un punto a caso di un ristorante del centro, ripensando al sogno della notte passata. E non sarebbe stata la prima volta.

Quella sera mi toccava una cena importante. Col mio capo avremmo incontrato il direttore e altri ingiacchettati per parlare di «sviluppi da settembre in poi», e c’era tanto aria di promozione al giornale. Pur non essendomi mai ammazzato di lavoro, di recente avevo fatto cose buone, specializzandomi soprattutto in articoli sportivi. Il giornale pagava bene, in piú riuscivo di tanto in tanto ad arrotondare scribacchiando sotto pseudonimo per qualcun altro, infischiandomene di penali, esclusive e altre pugnette contrattuali. Per essere un giovanotto di ventisette anni mi si prospettava una carriera niente male: grasso che cola, se si considera che sono laureato in Media e giornalismo, facoltà dove non ti fai certo il mazzo che si fanno a Ingegneria, Giurisprudenza, Medicina e via dicendo. Con la laurea da novantasette e lode avevo anche provato per un po’ a pulirmici il culo, come consigliavano la maggior parte dei datori di lavoro incontrati sulla mia strada, ma alla fine ero sempre rimasto fedele ai quattro morbidi strati della Scottex. Trovai poi casa in uno scialbo quotidiano nazionale gratuito, apolitico, neutrale come la Svizzera, ambizioso. Dopo lo -stage «caffè e fotocopie», da un paio d’anni facevo parte della redazione a tutti gli effetti.

In quel periodo nella hit parade delle cose importanti la carriera aveva una posizione elevata, non sono mica un irresponsabile, ma Anita rimaneva sempre in vetta a qualsiasi graduatoria, specialmente quel giorno. Mi bastava pronunciare la prima sillaba del suo nome per sbriciolarmi come una fogliolina secca di alloro in centinaia di coriandoli. Dopo aver provato invano a ricostruire l’ennesimo sogno su di lei per tutta la giornata in redazione, non desistetti neanche la sera mentre frugavo nel mio guardaroba.

La cingevo con il braccio sinistro, la mano destra nella sua, ci muovevamo lentamente seguendo il ritmo strampalato della mia voce. Sussurravo le parole della canzone dei Velvet Underground, stonando, e a tre centimetri da quelle parole le sue labbra sorridevano divertite. «All the people are dancing and they’re having such fun I wish it could happen to me…» Dove eravamo? Forse in una palestra, forse in uno stadio, un’officina, una sala d’aspetto, un supermercato, un garage, una chiesa, un liceo? E chi se lo ricordava. E poi che sogno era? Come sarebbe continuato, con un passo a due? L’avrei fatta volteggiare in aria prima di riprenderla al volo? Avrebbe alzato la gamba toccandosi la fronte con la tibia come Heather Parisi, prima di baciarmi nel piú sensuale dei casqué?

Rischiavo di fare tardi, e non sarebbe stata la strategia giusta per un settembre migliore. Acchiappai i primi pantaloni a portata di mano. Me li aveva regalati lei un anno prima. Sull’etichetta c’era scritto: «Lavare al rovescio a trenta gradi. Stirare al rovescio. Indossare possibilmente dritti». Che mattacchioni questi stilisti emergenti del ventunesimo secolo. Non sono modaiolo, e per chi mi frequenta non deve essere poi difficile intuirlo. Nonostante mi fossi trasferito da Firenze a Milano ormai da cinque anni, i miei interessi per la moda erano rimasti gli stessi di sempre: nessuno.

Completai il mio look con una camicia scura e un paio di anonime scarpe da ginnastica, e mi diressi all’appuntamento.

Prima di uscire di casa mandai un messaggio ad Anita, cosí, per passare il tempo sul taxi a mangiarmi le unghie aspettando la risposta che, come sempre, non sarebbe arrivata. Sulla tastiera del cellulare digitai qualcosa come: «Ti ho sognata stanotte, ma di questo passo il tuo viso rischio di dimenticarlo». Non sono mai stato cintura nera di sms, ma mi auguro questa non sia stata una delle cause della sua dipartita, santo cielo. Se ne era andata via di casa da tre mesi. Due sere prima guardavamo un film in dvd, rannicchiati sul divano, prima di iniziare a fare l’amore sui titoli di coda. Neanche quarantotto ore dopo mi ritrovavo con due ante dell’armadio libere, tre mensole vuote, e un affitto raddoppiato sul groppone.

«Guardaci Rubens, non funziona piú, non facciamo piú niente insieme, non ci sorprendiamo piú. Credimi, farà bene a tutti e due. Rischieremmo solo di peggiorare la situazione. Discutiamo per cose stupide, sembra che stiamo insieme da trent’anni e invece sono solo tre. Mi dispiace, ma ho paura di continuare, paura che tutto finisca in modo peggiore». Quante volte si sentono queste frasi nei film adolescenziali? Non era mai stata cosí scontata. Irriconoscibile.

Ricordo di aver provato una breve esperienza di depersonalizzazione, come se per pochi istanti fossi uscito dal corpo e avessi guardato ridendo quel ragazzo ammutolito come un babbeo davanti ad Anita: e adesso voglio proprio vedere cosa le dici, caro Rubens. Ricordo poi la sensazione di freddo e caldo allo stesso tempo, il leggero tremolio delle gambe, l’aria finta di chi incassa il colpo con signorilità pur non aspettandoselo minimamente, ma quello che bofonchiai in risposta proprio non mi torna in mente. Alcune parole mi rimasero in gola, sgretolandosi come grissini. Non ci sorprendiamo piú? A cosa si riferiva? Dovevo forse farla addormentare ogni notte invitando Leonard Cohen a suonare dal vivo in camera da letto per addolcirle il sonno? Svegliarla ogni mattina con la colazione internazionale degli alberghi a cinque stelle?

E se si fosse riferita invece al bisogno di stupirci sessualmente? Non mi sembrava che le cose andassero poi tanto male da quel punto di vista, anche se a noi maschietti sfuggono spesso certi dettagli, ma il mio pedigree mi rendeva fiducioso.

«Ti rendi conto che da mesi dormiamo dandoci le spalle?» mi aveva detto un giorno.

«Sí, ma quando siamo svegli no».

Come obiezione potevo senz’altro trovare di meglio.

Fate attenzione, per l’amor di Dio: dormire dandosi le spalle è sintomo che le cose non stanno andando proprio d’amore e d’accordo come fra Renzo e Lucia.

«Tornerò a prendere la mia roba, – aveva aggiunto, – per il momento non chiamarmi. Ti voglio bene Rubens, non è solo colpa tua…»

Grazie al cazzo, avrei voluto aggiungere. Me lo impedí il fatto di essere rimasto inebetito, con il cuore tritato come un hamburger.

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