"Facebook e Leibniz? Maybe": Civati racconta l'amore ai tempi di Facebook

Giovedì, 12 marzo 2009 - 18:00:00

Civati ad Affari: "Bassolino? Allucinante. Occorre un'operazione-sincerità"

“Il giochino è molto semplice. Leibniz parlava di un'armonia prestabilita, costituita da monadi (particelle infinitesimali, ndr) senza porte né finestre, nella quale si inserisce il disegno del mondo. Bene, Facebook non è diverso. C'è una struttura molto rigida, costituita da gabbie che tengono tutto insieme: ogni mossa è precisa e predeterminata. Ma, allo stesso tempo, tutto si movimenta imprevedibilmente, grazie alle persone che ci stanno dentro, che vivono di relazioni tra di loro”.

Tutto è chiaro, Elogio della follia di Giuseppe Civati. Un consigliere regionale lombardo, 34 anni, originario di Monza. Risultato, in un recente sondaggio, il più gradito dall'elettorato di centro-sinistra per la carica di segretario del Partito Democratico. Che straparla della teoria leibniziana applicata al social network più diffuso al mondo. Senza neanche improvvisare, magari in preda a un riflusso dei suoi studi filosofici all'Università di Milano: il tema è veramente al centro di un intero capitolo del suo ultimo libro, L'amore ai tempi di Facebook.

Visto che su Facebook ha già detto, ora passa all'amore. “Sì, si tratta dell'amore consegnatoci dalla filosofia italiana. In questo libro ci riferiamo sia all'innamoramento mondano che al flirt, sia alla ricerca della felicità che al contatto con le altre persone, allo scambio intellettuale, alla voglia del dibattito”.

Ok, ma l'amore online è un cliché piuttosto vecchio che non ha mai funzionato.
“La conoscenza di una persona tramite Facebook ha tutti i limiti di una relazione normale. Puoi diventare amico di qualcuno/a in un quarto d'ora. Ti puoi permettere un linguaggio immediato. Ma è come se crei un'alpha scena”.

Un'alpha che?
“Un'alpha scena, come si direbbe nel linguaggio psico-analitico. Cioè non sei di fronte a una scena del mondo reale. È proprio quando devi passare alla vita reale che hai la vera difficoltà. Anche perché ti sei costruito un'immagine molto documentata della persona con cui stai parlando. Sai come si chiama, hai letto le sue passioni, sai i suoi hobby, hai visto centinaia di sue foto, ecc.”.



A proposito di foto. Su Facebook ogni scatto ha dei tag, che indicano le persone che appaiono in quell'immagine. Un capitolo del libro si chiama: Staggati, se hai coraggio. È vero che nessuno si stagga?
“Sì, c'è una piccola contraddizione che nessuno ammette. Da un lato tutti si dicono preoccupati di essere guardati. Dall'altro non fanno nient'altro che mettersi in mostra. Il vero problema non è che tutti spiano la vita degli altri, ma che tutti gli altri vogliono farti sapere che cavolo fanno, detto brutalmente”.

È la Generation Me, di cui tu parli.
“Sì, ognuno racconta se stesso. Ma attenzione: lo fa in termini pubblici, sapendo che c'è qualcuno che lo studierà. Non è proprio il Grande Fratello. È una situazione più sottile. Tutti noi ci raccontiamo come personalità, non come personaggi. Proprio come ha fatto Obama”.

Sì, Obama. E, a rimorchio, tre quarti dei politici italiani.
“Lasciamo perdere guarda. Il problema è che la politica italiana, essendo fatta da persone mediamente stupide, non capisce che ci vuole tempo. Devi coltivare i rapporti, aggregare le persone, rilanciare con calma, sviluppare i contatti. E dopo, solo dopo, ti puoi permettere gli allunghi e le sparigliature del caso. Non devi pensare che fai un evento su Facebook e sei subito multimediale. Se no fai la figura del precipitoso, di quello che chatta con una ragazza e dopo due minuti le chiede di fare sesso insieme”.

Sarà che su Facebook devi saperti prendere in giro?
“Sì, in tutto il social network, regna un grande canone: l'ironia. Che se ci pensi è un po' sfuggita dalla realtà. Su Facebook sei costretto a scendere dal piedistallo”.

E i politici italiani?
“Ma va. Non ce la fanno. Io l'altro giorno nel mio status ho proposto 'Fabio Fazio leader del Pd', così per scherzare. Ma lo sai che in un lampo hanno cominciato a chiamarmi tutti? Hanno iniziato a chiedermi se volevamo accostarci alla strategia di Berlusconi, ecc. Ma io stavo solo cherzando! Pochi politici potrebbero affrontare le masse a petto nudo. La maggior parte si prenderebbe delle sassate epocali”.

Proprio in questi giorni, la polizia postale ha chiuso l'account falso di Pierluigi Bersani.
“Mhm, vabbè. Io pensavo fosse stato cancellato dalla politica italiana. Comunque l'ho già preso in giro sul mio blog”.

Per la cronaca. Sul suo blog, il settimo più seguito in Italia, Civati ha scritto un post, dal titolo 'Chiedo Venia': Non avevo capito che il Bersani che si era candidato quando ancora c'era Walter, durante i giorni di Eluana e prima del voto in Sardegna fosse un fake di Facebook. Ora il finto Bersani è stato smascherato. Scusate: aveva tratto in inganno anche me e il Gorilla del Crodino.

Un'ultima domanda. Che diavolo significa, maybe?
“Maybe è il condizionale. E il condizionale è il trionfo di Facebook. Insomma, Facebook funziona perché il mondo gli assomiglia. E allora, maybe. Forse. Né sì né no. Quest'idea del 'maybe mi faccio sentire io', del 'maybe parteciperò a quest'evento'; 'maybe verrò a cena con te'; 'maybe appoggerò questa causa'”.

Come nel mondo reale?
“Sì. Col maybe si sfugge ad ogni schematizzazione, si sdrammatizza e ci si prende meno sul serio. Qualcuno dovrebbe farne una scorpacciata, di maybe. Anche la vita reale è tutta un maybe. I rapporti personali sono tutto un maybe. Anche il matrimonio ormai: maybe, no? E ne sei fuori”.

di Francesco Oggiano

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