Il fantasy/ La vita e la morte al tempo di Micene...

Lunedì, 6 dicembre 2010 - 10:30:00

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Fabio Calenda, nato a Parigi (ma vive
a Roma), in passato ha diretto studi finanziari e la
sua formazione è avvenuta in una banca d’investimento. Un economista, dunque, che per il suo romanzo d'esordio, "La porta del tempo. Micene, 1184 a.C." (in libreria per Einaudi Stile Libero), ha scelto il tanto gettonato genere fantasy, ma con una connotazione molto particolare.

IL ROMANZO - Nelle viscere di Micene c’è un mistero. Ha a che fare con gli Asterii, scomparsi da tempo immemorabile. Un uomo di oggi, Robert Zardi (il personaggio, ha spiegato l'autore, ha preso forma durante un soggiorno in Grecia nell’isola di Siros) , in crisi con se stesso e incapace persino di accettare un figlio, si troverà a sfidare il mistero e a vivere nella Grecia di Omero. Che non è la stessa studiata sui libri di scuola. È ancora piú dura e feroce. E Omero è solo il capo degli scribi, e non è cieco. Lí, forse, guidato da un’oscura profezia, a fianco della regina Clitemnestra contro il potere arrogante di Agamennone, Robert imparerà ad amare la vita. E si troverà con Ifigenia nell’estremo pericolo, quando la flotta degli Achei è bloccata ad Aulide, e solo un sacrificio umano può stregare i venti e far partire le navi verso Troia.

LEGGI IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL LIBRO
© 2010 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Scendendo

La pietra scorre uniforme lungo il fascio della torcia; nessuna sporgenza increspa i blocchi della parete. L’uomo rabbrividisce per il rivolo di sudore che gli incolla la camicia alla schiena. Si ferma, deterge nuca e collo. Corpulento com’è, fatica a respirare, avverte la scarsità di aria nel budello. Pensava di girare in tondo, invece sta scendendo per una diramazione sconosciuta del labirinto, ancora più inquietante poiché riteneva di avere già esplorato a fondo i sotterranei. Mi sono perso. Sono un pazzo a essere tornato qui. Kostia Strapoulos maledice il momento in cui ha deciso di sfidare di nuovo la sorte, dopo che il destino lo aveva benedetto con scoperte clamorose. Decenni di delusioni ripagati in un solo colpo. Armi. Scheletri. Tavolette di argilla incise. Lo scheletro e le armi di un re. Le tavolette che narrano in presa diretta la guerra di Troia. Al di là delle più folli aspettative… Uno solo di quei reperti straordinari sarebbe bastato per assicurargli una fama ormai del tutto insperata. Eppure la smania di trovare un altro pezzo di quella sconvolgente rivelazione ha prevalso su ogni cautela. Nuove sorprese potrebbero celarsi nel sotterraneo. Affanno e disorientamento non lo faranno desistere ora. Kostia prende fiato, prima di proseguire per la discesa. Punta la torcia sul polso; l’orologio è fermo. Teme di perdere il controllo del tempo: un motivo di più per cercare una via di uscita. Torna indietro. Non ha senso rischiare proprio adesso. Invece insiste. Continua a scendere. Ansima, deve appoggiarsi alla parete, che d’improvviso sembra cedevole. Procede in un cunicolo in cui non ricorda di essere entrato, che dopo un gomito inizia a risalire. Ha perso l’orientamento, segue una spirale senza fine, avvitata verso l’alto. Non c’è spazio per girarsi. Il rimbombo del cuore sembra provenire dall’esterno. Non avverte più il gelo del sudore. La torcia sfugge dal tremolio delle mani: la vede cadere, rimbalzare, illuminare per un attimo una sorta di pozzo, prima di scomparire. Da un punto in lontananza, che di colpo appare vicinissimo, risuona un fragore di metallo. Non può essere la torcia che cade. Non questo frastuono… Lo strepito cresce, satura il sotterraneo. Armi che cozzano? Sto diventando pazzo. Il frastuono scema; mentre sta per spegnersi, muta e rinvigorisce. Il fragore di lame lascia posto a una nenia corale, ipnotica, che monta con lentezza, ma presto prorompe nella cacofonia di un delirio di voci, nel clamore di un rituale selvaggio. Kostia si rannicchia in un anfratto. Stringe il capo fra le mani, chiude gli occhi. Quando li riapre, lo abbaglia un riflesso adamantino che erompe da un angolo della grotta. Il canto cessa. Esplode un urlo di donna, echeggia tra le pareti e soffoca in un rantolo. Fragore di tuono. Scrosci di pioggia. Un lampo squarcia l’oscurità. Kostia vede una giovanetta stretta da lacci come una capra. Viso stravolto da un bavaglio. La gola bianca è esposta. Una lama sta per calare. La visione si dissolve nel nulla da cui è scaturita. Kostia balza nel cunicolo e fugge terrorizzato, sbattendo contro la pietra, ferendosi capo e braccia; non sa come ha fatto a ritrovare la via, lungo il dedalo di passaggi, budelli e svolte che lo conducono verso la luce. Quando filtra il chiarore, gli sembra di poterlo afferrare. Rintanato nella sua stanza, curvo sulle tavolette, quell’urlo di donna seguita a trapanargli il cervello. Quel viso stravolto lo ossessiona. Guarda la camicia segnata da strappi e macchie di sangue, appallottolata da quel giorno in un angolo. È stato troppo facile sbagliare la diramazione del labirinto e, anziché tornare al luogo dove aveva scoperto le armi e lo scheletro, finire in quell’orrore. C’è molto di più che spade e ossa, là sotto. Che mistero nascondono le viscere di Micene? Lo sorprende un nuovo pensiero. Perché mi è apparsa proprio lei? Gli pare che sia trascorso un secolo, invece tutto è cominciato soltanto un mese prima. (continua in libreria...)

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