La maturità rilancia il dibattito sugli extraterrestri. L'intervento su Affari del filosofo Magno
di Pietro Magno
Innanzi tutto occorre fare una distinzione: quando si parla di vita extraterrestre, il riferimento, anche per l’immaginario collettivo, riguarda sempre quella intelligente. Distinzione che prevede un salto di qualità abissale tra forme di vita primordiali o anche più evolute ma sempre istintive, ed individui dotati di discernimento e coscienza. Solo questi sono da considerarsi extraterrestri, detti pure alieni.
Limitandoci al nostro sistema solare è ormai acquisito che unicamente sulla Terra si sono sviluppati e vivono esseri intelligenti, ossia noi uomini. Al massimo non è da escludersi su Marte in epoche remote la presenza di cellule e di microrganismi, rimasti tali, mentre sugli altri pianeti le condizioni ambientali non hanno permesso nessuna forma organica.
E qui ci fermiamo come dato sicuro. Allo stato attuale sono solo supposizioni se ci spingiamo oltre. Si sa che intorno alle stelle più vicine ruotano dei pianeti, alcuni dei quali, per grandezza e posizione, simili al nostro. Ma manca qualsiasi altro dato, né si è riusciti a captare alcun segnale artificiale proveniente da essi. Inviare delle sonde è impresa inutile, perché, ammesso che riescano a raggiungere tali destinazioni e a funzionare ancora, il loro viaggio, alle velocità di cui ora la tecnologia dispone, durerebbe decine e decine di migliaia d’anni.
Pertanto si può solo contare sul dato statistico, indubbiamente tutto a favore dell’esistenza di forme intelligenti simili alla nostra. Anche ammesso, per analogia col nostro sistema solare, che per ciascuno degli altri sistemi, soltanto un pianeta possa ospitare una vita intelligente, e, siccome solo dopo venti anni luce si è trovato un pianeta che si avvicina come conformazione alla Terra, una tale riduzione porterebbe pur sempre alla cifra sbalorditiva che nella nostra galassia, formata da miliardi stelle, vi sarebbero almeno qualche centinaia di milioni di luoghi in grado di produrre vite intelligenti. E di galassie ve ne sono miliardi!
Eppure si tratta sempre di una possibilità, come avviene per un dato statistico, non di una certezza. Le forme in natura simili fra di loro sono quelle che trasmettono le caratteristiche attraverso la specificità del genere: da un albero di ulivo nasce un altro albero di ulivo, da un cane un altro cane, da un uomo un altro uomo. Ma da un pianeta nulla fa credere che sia nato un altro pianeta distante venti anni luce. Manca la possibilità della congiunzione. E quindi, pur se simili per misure, che sono una costante dell’universo, possono essere dissimili per quanto si è formato in essi.
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Per trovarvi punti di contatto, dovrebbero aver percorso gli stessi gradi di sviluppo ambientale, temporale, fisico-chimico e climatico, pur non avendo in comune il genere specifico, eccetto quello di pianeta come massa solida. Ma, in questo caso, le possibilità di medesime condizioni favorevoli allo sviluppo di vite intelligenti diminuirebbero enormemente. Solo una prova decisiva ne confermerebbe con sicurezza l’esistenza, ovvero, se non possiamo andare noi da loro, che questi alieni, in quanto dotati di tecnologie incomparabilmente più evolute, venissero da noi manifestandosi. È quello che da anni gli ufologi di tutto il mondo vanno asserendo essere già avvenuto, servendosi degli avvistamenti e degli incontri ravvicinati.
Tuttavia, nonostante il gran numero di testimonianze e di filmati, nessuno extraterrestre ha fatto finora quello che qualsiasi viaggiatore fa, ovvero arrivare e farsi conoscere. È come se Cristoforo Colombo, sbarcando sulla costa americana, fosse rimasto nascosto.
È il limite per la credibilità di tali presenze.
Perché dovrebbero rimanere nascosti? Il loro concetto di comportamento impedisce che si manifestino attraverso ciò che a noi sembra normale, ossia in modo visibile? Non vogliono interferire sulla causalità della vita terrestre? Basta loro osservarci? Sono troppo diversi da noi? E si potrebbe continuare. Inoltre verrebbero da un unico lontano pianeta od ogni volta che appaiono, rappresenterebbero civiltà differenti di alieni? Per il numero altissimo, come abbiamo visto, di luoghi adatti ad ospitare vite intelligenti extraterrestri, la seconda sarebbe la soluzione più confacente al calcolo delle probabilità, ma allora come spiegare questa decisione di non manifestarsi chiaramente, comune a esseri distanti decine o centinaia di anni luce? Possibile che solo nell’uomo ci sia la tendenza a conoscere e a farsi conoscere?
Eppure bisogna concedere che molti di coloro che vedono o credono di vedere qualcosa, siano in buona fede. Giochi di luce, palloni sonda, satelliti, effetti tipo fata Morgana, scariche elettriche, esperimenti tenuti segreti ecc. ecc. sono in grado di creare un effetto ufologico. E si può andare oltre, ipotizzando leggi fisiche o dimensioni sconosciute che per pochi istanti fanno intravedere quello che normalmente non si vede. Però tutto ciò non ha nulla a che spartire con un vero contatto. Rimane il dato statistico quale indizio (ma non la prova certa) per prospettare altre vite intelligenti nel cosmo.
Pietro Magno, nato a Torino nel 1949, è autore di numerose opere di critica letteraria e filosofica. Ha compiuto studi di Galateo, Ignazio Ciaia, Joseph Tusiani, la poesia cosiddetta "barbara" e soprattutto, Leopardi. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste specializzate, Atti di convegni e Miscellanee. Per Sceha editore dirige le Collane "SApientia" e "Polimnia". Dal 2000 al 2006 ha insegnato Elementi di lingua latina e metrica latina all'Università di Lecce. È docente di filosofia nel Master di II livello in "Bioetica e Consulenza filosofica" all'Università di Bari.



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