"Uomini nello spazio" "(Isbn edizioni) di Tom McCarthy. Un estratto in anteprima su Affaritaliani

Martedì, 10 novembre 2009 - 13:53:00

Ivan sa già  di quella festa. Lo sanno tutti. Ci suonerà il gruppo che hanno appena visto al Futurum. Avevano una canzone che parlava di girare in tondo: gli torna in mente la melodia mentre guarda la bocca di Tyrone che si muove, e la sua mano posata sulla spalla del ragazzo biondo, poi alza gli occhi alle stelle luminose. Quel giorno su a Šárka era rimasto sdraiato con Klárá a lungo, a guardare le stelle del cielo e a cercare di calcolare su quante rivoluzioni avevano scintillato... Lui e Klárá avevano discusso del colore del cielo buio, se era nero o blu: in senso stretto, dal punto di vista dei pigmenti...

Si apre la porta del Denni Bar ed entra a grandi passi Hájek. Ha i capelli lunghi in disordine e un ghigno scontroso che ricorda a Ivan suo fratello. Nota Jan e Ivan, ferma il cameriere e ordina da bere, poi va a sedersi da loro.

«Salve, gente.»

Non si scusa. Non ne ha bisogno: ha la roba.

«Dove sei stato stasera?» chiede Jan.

«Su al Pod Stalinem.»

«È dove farai il tuo spettacolo» dice Jan a Tyrone, in inglese.

«Che cos’è?» Tyrone è impegnato ad accarezzare la testa a Karel che dorme, appoggiato sulla sua spalla.

«Il tuo spettacolo teatrale. Nel locale sotto il vecchio monumento a Stalin. Dove ora c’è il metronomo gigante.»

«Ah, sì! E sai una cosa? Voglio che ci sia anche Karel dentro! Karel! Svegliati!» Con la spalla respinge la testa di Karel; lui si sveglia di soprassalto, vede Hájek e poi guarda tutti loro, con l’aria confusa. Hájek gira la testa all’indietro; guarda le costellazioni sul soffitto, poi riporta il viso in linea orizzontale e annuncia: «C’è un cosmonauta sovietico bloccato nella sua astronave».

Cala un silenzio improvviso; Jan, Ivan e Karel alzano lo sguardo verso il soffitto.

«Ma no, non qui!» li deride Hájek. «Intendo sul serio. Il tipo è partito da cittadino sovietico, per una normale missione spaziale, e quando era lassù l’Unione Sovietica si è disgregata. Adesso nessuno vuole più farlo scendere.»

«Perché no?» chiede Jan.

«I russi dicono che non è un problema loro» spiega Hájek. «È decollato dall’Ucraina, quindi dicono che deve tornare là.»

«Mi sembra giusto» dice Jan.

«Gli ucraini non sono d’accordo» gli dice Hájek. «Dicono: “Fanculo! Era un progetto spaziale sovietico, sovietico vuol dire russo”.»

«Questo è vero» concorda Jan. «Di che nazionalità è il cosmonauta?»

«Sta qui il problema» dice Hájek. «È lituano, o qualcosa del genere. E così gli ucraini e i russi sono lì che dicono ai lituani: “Siete voi che dovete sostenere le spese”. Milioni di dollari, avete presente?»

«E con cosa pagano?» chiede Jan mentre il cameriere appoggia un bicchiere davanti a Hájek. «Con le patate?»

«Giusto!» Hájek fa un mezzo salto sulla sedia. «Non hanno nemmeno un programma spaziale! E mentre succede questa roba, tutte queste trattative, quel povero sfigato è bloccato lassù.»

«È una storia vecchia!» li schernisce Sláva dall’altra parte del locale. «L’ho già sentita mesi fa.»

«Ovvio che l’hai sentita!» dice Hájek. «È ancora lassù. Ormai è lassù da mesi!»

«Ma di cosa si nutre?» chiede Jan.

«Di provviste» risponde Hájek. «Hanno quella roba, hai presente, tutta compressa, disidratata...»

«E tu, ce l’hai la roba?» gli chiede Ivan. Un razzo ormai spento gli atterra sulla spalla; lo spedisce per terra con un gesto della mano. Hájek lancia due pacchettini sul tavolo.

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