Arte della seta/ "L'innamoramento? Un'intensità del corpo". Lo scrittore Erri De Luca ad Affari
Di Ariela Baco 
Erri De Luca
Ci accoglie nella sua piccola casa, circondata da alberi di mimosa fioriti. Le stanze sono poche e minuscole, sviluppate in verticale, una sopra l’altra. Lui è agile, silenzioso, ha un fisico sottile che sembra anche forte, come di chi è abituato a stare all’aria aperta. Erri de Luca, invece, da molti anni fa lo scrittore e da qualche giorno è uscito il suo ultimo romanzo Il giorno prima della felicità, edito da Feltrinelli. “Scrivere è un buon modo per tenermi compagnia: per questo non conosco la solitudine. Se capita, poi, frequento anche gli altri. Il mio stare da solo è molto rumoroso: sento continuamente le voci; le ascolto con attenzione.” Sono le voci delle persone che ha incontrato e poi trasformato in parole sulla carta resistente dei libri., che lui dice sopravvivere anche agli incendi delle guerre. “I personaggi delle mie storie sono tutti persone che ho conosciuto. In realtà io non sono l’inventore, ma solo il redattore dei racconti inventati dalla vita. Quindi scrivere è per me anche un modo per rievocare gli assenti. L’esperienza non serve ad altro se non ad essere laboratorio di utensili per la scrittura. Altrimenti non è che un inutile deposito di cianfrusaglie. Perciò non soffro per le mancanze, non soffro di nostalgia.” Il suo tono è sicuro, la sua voce bassa. Gli occhi sono sempre oltre il vetro della finestra, forse sulla campagna di fronte. Noi siamo lì accanto, ma lui non ci guarda. “Però scrivere un libro non è compiere un’opera: è costruirne solo metà. L’altra metà, quella necessaria alla sua interezza, gliela dà il lettore: è lui che finisce la storia; portandola nel suo pensiero, nella sua esistenza.”
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La riempie e la sintetizza con la propria esperienza. La legge, appunto. “ Uso sempre l’io narrante, scrivendo, perché non ho uno sguardo panoramico. Non ho distanza da ciò che scrivo: ho un solo angolo acuto da cui guardo, un solo punto di vista.” Mentre parla si muove pochissimo e anche l’intonazione della voce non varia. Lo ascoltiamo non come se esprimesse le verità di un saggio antico, ma come chi, con semplicità, dignità e chiarezza, esprime se stesso. “Mi chiamo Erri perché l’ho scelto io. Mia nonna era americana ed io avevo avuto il nome Henry, con tutte le lettere all’inglese. Ma a Napoli, dove sono nato nel dopoguerra, la presenza americana era fin troppo evidente, così ho modificato il mio nome, l’ho reso italiano. Poi da ragazzo ho anche lasciato Napoli e la cultura borghese della mia famiglia. Ho avuto a Roma la mia storia politica e seguito gli insorti fino alla fine, fino alla coda… : la parte che i macellai dicono essere la più dura da scorticare… Finché quella sinistra non ha perduto anche la coda.” Le sua fermezza fisica non è immobilità, ma solo concentrazione. “ L’unica passione che vivo è quella per l’alpinismo. Che di per sé è una passione individuale. La si può fare anche in due, ma poi in cima si resta da soli. Per il resto ho delle preferenze: potrei dire di avere delle impressioni; più o meno forti o violente: le chiamerei così, non passioni. L’innamoramento per esempio è un’intensità del corpo, di tutte le sue manifestazioni fisiche. Persino tutto quello che ho capito è passato per il mio corpo. Quando studiavo filosofia era un vero tormento… Anche in politica, pur avendo visto l’odio, ero passivo a questo sentimento. Ma con le persone ho scambiato alcune esperienze solenni: rischi, agguati. A Belgrado, sotto i bombardamenti, oppure in Africa… esperienze urgenti ed estreme.”
(Segue - Nè radio, nè tv a casa di Erri De Luca...)



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