"L'eroe dei due mari" di Giuliano Pavone in libreria in autunno con Marsilio. L'incipit in anteprima

Sabato, 27 febbraio 2010 - 14:02:00

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Libri

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Tutto è partito nel luglio scorso, quando Tommaso Labranca, nella sua rubrica su FilmTv, ha elogiato un manoscritto che aveva avuto modo di leggere: “Pavone (l'autore, ndr) descrive mirabilmente l’entusiasmo calcistico eccessivo, quasi irritante, di alcuni accidiosi personaggi che si muovono sullo sfondo delle decadenze, delle mollezze e dei veleni italsiderei tarantini. Un atteggiamento che potrebbe essere facilmente pantografato su tutto il Paese”. Peppe Fiore (apprezzato autore Minimum Fax), a sua volta ha scritto, sempre a proposito de "L'eroe dei due mari", il romanzo di Giuliano Pavone diventato un autentico caso nella rete già da alcuni mesi e che a ottobre 2010, finalmente, un editore importante, Marsilio, porterà in libreria: “Sembra scritto per essere un film. Nessuna concessione allo stiloso fine a se stesso, e un sacco di trovate molto divertenti anche per chi, come me, non ama il calcio”. Jacopo De Michelis, editor di narrativa italiana di Marsilio, così lo ha presentato ad Affaritaliani.it "Si tratta di un esordio che riteniamo davvero notevole, una spassosa commedia di costume sull’Italia di oggi in uno stile tra gli ultimi romanzi di Gaetano Cappelli e 'Che la festa cominci' di Ammaniti". Insomma, alla fine, soprattutto grazie alle parole di Labranca, Pavone ha trovato un editore. Ora possiamo solo aspettare di leggere il suo libro, per capire se effettivamente merita tanta attenzione. 

giuliano pavone
Giuliano Pavone
Ma di cosa parla "L'eroe dei due mari"? Luís Cristaldi, attaccante brasiliano dell’Inter, è uno dei migliori calciatori del mondo. In ossequio a un insolito voto annuncia di voler giocare una stagione gratis nel Taranto, squadra di serie C1. Taranto, la città dei due mari, dei tre ponti e dei mille problemi. La città della Marina Militare e dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, con record in fatto di inquinamento e morti bianche. La città che ha prodotto il fenomeno Cito e il dissesto finanziario più grave d’Italia. Taranto, periferia da sempre, viene portata dal clamoroso evento sportivo al centro dell’attenzione mondiale, dibattendosi fra velleitari sogni di riscatto e l’immagine inevitabilmente folkloristica che ne danno i mass media.  Cristaldi afferma che Egidio Cardellicchio, discusso santone-predicatore assurto a glorie televisive, l’ha guarito da un male che i medici avevano definito incurabile. “Fratello Egidio”, tarantino, aveva poi chiesto come ricompensa a Cristaldi di giocare nella squadra della sua città. Il Taranto viene ripescato in serie B e grazie alle prestazioni del suo campione sogna di essere promosso in A per la prima volta nella sua storia.

Una narrazione in stile cinematografico segue i personaggi che si muovono attorno alle vicende calcistiche. Una ragazza che viene da un quartiere popolare sta per sposare un “buon partito”, ma non ne è convinta fino in fondo. Paradossalmente lei che è un’accesa tifosa è fidanzata con uno dei pochi uomini che disprezzano il calcio. Il sindaco, progressista e donchisciottesco, elegge a suo consigliere un usciere comunale grasso e scansafatiche il quale, dal “basso” della sua esperienza, gli darà delle salutari lezioni di comunicazione di massa. Un trentaquattrenne disoccupato che vive ancora con i suoi e non esce quasi più di casa, ritrova nel calcio e in una tormentata storia d’amore la voglia di sperare. Un giornalista locale e l’inviato di un grande quotidiano sportivo si guardano in cagnesco, si contendono la stessa donna, ma finiscono per diventare grandi amici. Infine lo stesso Cristaldi, campione dalla personalità debole, che ha un solo slancio di coraggio quando sprona i tarantini a protestare contro l’acciaieria inquinante e pericolosa. E, forte del potere mediatico del calcio, riesce dove la politica e la società civile avevano fallito. Incontri segreti e misteriose conversazioni telefoniche danno alla storia una spruzzata di giallo, tenendo il lettore sulla corda fino alla sorprendente conclusione.  Lo stile, scorrevole e leggero, predilige la chiarezza della narrazione al compiacimento letterario, ed è vivacizzato da “inserti” originali come articoli di giornale e testi di intercettazioni telefoniche.  Un lavoro corale, dove comicità e sprazzi di poesia si alternano a ritmo serrato. Una favola paradossale, ma allo stesso tempo realistica, sui meccanismi dell’informazione, i rapporti fra Nord e Sud, il calcio moderno e quello di provincia. Una storia che diverte, commuove e fa riflettere.

L'AUTORE - Giuliano Pavone (1970) è nato a Taranto e vive a Milano. Giornalista, ha pubblicato libri sul calcio, sul cinema e umoristici.  Con Giovannona Coscialunga a Cannes. Storia e riabilitazione della Commedia all’italiana anni 70 (Tarab, 1999) ha anticipato, fra il serio e il faceto, la moda dei vecchi film comico-sexy con Lino Banfi, Edwige Fenech & C. Pallafatù. Il calcio visto da Taranto (Teseo, 2005), antologia benefica di cui è stato ideatore, realizzatore e co autore, si è rivelato un caso editoriale su scala locale. Interesse e consensi ha raccolto anche Camera con svista. Mirabolanti offerte e colossali bufale del mercato della casa (BUR 2007, scritto con sua moglie Lucia Tilde Ingrosso e Mario Bianco).

LEGGI IN ANTEPRIMA ED ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT L'INCIPIT DEL ROMANZO... (per gentile concessione dell'editore Marsilio)

Quando vide quella distesa blu cobalto sotto di sé, venti metri più in basso, Filippo Panìco si spaventò per davvero. E, altrettanto autenticamente, gli iniziarono a girare le palle. Il Lavoratore Socialmente Utile seduto sulla ringhiera del Ponte girevole – quarantadue anni e novantacinque chili – si era sporto teatralmente verso il vuoto, minacciando un improbabile suicidio, manco il Canale navigabile fosse il Capo di Buona Speranza infestato di squali. Lui, Panìco, che nel tentativo di farlo desistere dall’insano gesto gli aveva cinto il collo col braccio, ora penzolava pericolosamente nel nulla con gli occhi spiritati fissi su una poco godibile vista mare. Fortuna che svariate mani afferrarono l’ellesseù (si dice così, per abbreviare) per il giubbotto della tuta acetata, verde e viola, che lo sventurato indossava a pelle. Il che, nelle riflessioni di qualcuno, dava un senso a quell’abbigliamento, altrimenti inconcepibile in un’afosa mattina di luglio.

Rimessi i piedi sulla terraferma, Panìco fece una rapida stima dei danni: la Lacoste color pesca aveva un piccolo buco lungo la cucitura della manica mentre i pochi capelli, di solito confinati in posizione periferica, si erano selvaggiamente riappropriati della piazza centrale generando un poco dignitoso effetto riporto scoperchiato. I vecchi occhiali con la montatura dorata invece erano rimasti al loro posto. Intanto l’ellesseù era uscito di scena, riassorbito dalla folla fra urla e recriminazioni. Panìco non era neanche riuscito a memorizzarne la faccia. Gli era rimasto impresso un solo particolare: il collo, paonazzo, butterato e adornato da una catena d’oro.

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