Enrico Palandri ad Affaritaliani.it: "Non odio più 'Boccalone'..."
LO SPECIALE
di Antonio Prudenzano

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"Altri libertini"
(1980) di Pier Vittorio Tondelli e "Boccalone" (1979) di Enrico Palandri, entrambi citatissimi libri d'esordio, hanno rappresentato uno spartiacque per la letteratura italiana. Rompendo violentemente con gli schemi narrativi del dopoguerra, hanno infatti aperto la strada a una nuova generazione di autori. Tondelli è scomparso a 36 anni nel 1991. Il suo amico Palandri, invece, subito dopo l'uscita di "Boccalone" si è trasferito a Londra, continuando a scrivere libri spesso riusciti (da "La via del ritorno" ad "Allegro fantastico", fino a "L'altra sera"), costretto ogni volta a fare i conti con la presenza del "fantasma Boccalone"... Ora Bompiani manda in libreria il suo nuovo romanzo, "I fratelli minori". Racconta la storia di Julian e Martha, due fratelli veneziani con un padre cantante lirico di cui non è stato difficile essere i figli. Julian ha trovato la sua strada grazie a Sara, trasferendosi a Londra. Martha, invece, ha seguito le orme del padre sotto lo pseudonimo di Daniela Varga. Ma il suo matrimonio è fallito, e un amore giovanile, Giovanni, militante di estrema sinistra, l'ha strappata alla carriera. Anni dopo, un musicologo in cerca di scoop scoprirà, e ricostruirà in un libro biografico, la doppia vita di Martha/Daniela, e rischierà di distruggere il fragile equilibrio di Julian e di sua moglie...
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"Il titolo, 'I fratelli minori', spiega bene il senso profondo del romanzo e la mia idea del passaggio dalla fase del pre-terrorismo, cominciata sin dal dopoguerra, a quella della globalizzazione dei primi anni del 2000. Se pensiamo infatti alla società come a una famiglia, diventano accettabili i conflitti, presenti in tutte le famiglie come in tutte le società. Essi sono la forza di una comunità, non vanno nascosti. I conflitti paradossalmente creano fraternità. Nel libro ho cercato di far emergere proprio queste ferite, le stesse che possono esserci tra due fratelli. L'Italia, nel corso del '900, ha visto esplodere tanti conflitti facendo di tutto per coprirli. In questo modo non ha fatto i conti col suo passato".
Nell'Italia di oggi, soprattutto in politica, il conflitto sembra essere l'unica condizione possibile...
"Nel romanzo non mi riferisco ai conflitti della politica, che anzi tende ad appiattirne lo spessore. ".
Lei si è trasferito a Londra nel 1980, e lì ha vissuto fino al 2003, per poi tornare a Venezia. Che idea si è fatto dell'Italia negli anni trascorsi all'estero?
"Negli anni in cui ho vissuto in Inghilterra l'Italia è cambiata molto dal punto di vista economico e sociale. A salvarla da una possibile deriva autoritaria è stata senz'altro la vicinanza all'Europa".
E dal punto di vista culturale, come si è trasformato il nostro Paese?
"Posso solo dire che la distanza mi ha fatto apprezzare i grandi risultati del romanzo italiano del dopoguerra, penso a Levi, allo stesso Calvino, e ad esempi più recenti. Gli italiani e soprattutto i critici che non hanno vissuto all'estero, fanno più fatica a capirne il valore".
"C'è stato un periodo in cui non ne potevo più del continuo confronto con il mio romanzo d'esordio, poi mi sono riappacificato. No, non lo odio, anzi. Venendo alla copertina, rispetto la scelta di marketing del mio editore. Se proprio devo fare un appunto, devo ammettere che la frase scelta per il retro del libro, 'C'era di nuovo musica nella sua anima', mi fa un po' rabbrividire... E tornando a 'Boccalone', a breve Bompiani ne pubblicherà una nuova edizione. Il mio desiderio, che spero sarà condiviso dall'editore, è di eliminare i ringraziamenti e le due postfazioni. Vorrei che restasse solo il romanzo, con tutti i suoi pregi, i difetti, le ingenuità e gli slanci. Sono passati tanti anni, e sono contento di non averlo mai riscritto, anche se la tentazione c'è stata".
"Boccalone" a parte, qual è il suo libro a cui è più affezionato?
"Mi è molto caro 'Le vie del ritorno'. Mi lasci però aggiungere che con il romanzo appena uscito sento di aver chiuso un ciclo, cominciato subito dopo 'Boccalone', che fa storia a sè. Escludendo i saggi e i racconti, si tratta infatti di sei romanzi scritti con il medesimo sguardo, in cui certi temi e certi personaggi sono ricorrenti".
Che ricordo ha di Pier Vittorio Tondelli? C'era rivalità tra di voi?
"Con Pier ho condiviso una stagione di rinnovamento. Non è tanto importante cosa sia rimasto di quel periodo, ma quanto poi è nato da quegli anni. Io e lui eravamo molto diversi, ma abbiamo saputo dialogare. Certo, gli scontri non sono mancati, ma tra noi non c'è mai stata rivalità, nè invidia, anzi... Le faccio un esempio: quando uscì quello che sarebbe stato il suo ultimo romanzo, 'Camere separate', vendette meno di 'Rimini', ma io con sincerità gli dissi che secondo me era molto più riuscito, nonostante il pubblico non l'avesse premiato".
Con Tondelli lei ha contribuito ad aprire le porte dell'editoria ai giovani scrittori. Oggi, però, le case editrici sembrano 'ossessionate' dagli esordienti, sempre più di moda...
"Non sono d'accordo. In Italia, non solo nell'editoria, i giovani non hanno mai avuto troppi spazi. In Inghilterra sono molto più ascoltati, in tutti gli ambiti. Che oggi le case editrici siano più aperte alla novità è quindi un passo avanti positivo".
Ma lei li legge i giovani esordienti?
"Devo ammettere che mi coglie un po' impreparato... Leggo volentieri gli scrittori italiani contemporanei, ma ora che ci penso tra le mie letture ci sono soprattutto autori della mia generazione. Penso a Lodoli, Piersanti, o la stessa Comenicini".



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