Esclusiva/ Emanuele Tonon, 5 poesie inedite su Affaritaliani.it
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di Antonio Prudenzano
In un mondo 'normale', tra i 12 finalisti del tanto discusso premio Strega 2010 un posto per "Il Nemico" (Isbn edizioni), romanzo d'esordio di Emanuele Tonon, doveva essere trovato. Stiamo infatti parlando di uno dei tre libri italiani più importanti usciti l'anno scorso, insieme a "Riportando tutto a casa" (Einaudi) di Nicola Lagioia e "Il mio nome è Legione" (Transeuropa) di Demetrio Paolin. Il "caso" vuole che nessuno dei tre romanzi (in questa sede il perché non interessa, trattandosi (anche) di precise scelte degli stessi editori, seppur motivate in modo diverso) siano in corsa (quello di Paolin, meglio specificarlo, essendo uscito a inizio 2009 avrebbe potuto concorrere nell'edizione precedente del premio letterario più ambito e in grado di generare più polemiche).
Premessa-sfogo a parte, Affaritaliani.it ha il piacere e l'onore di pubblicare cinque poesie inedite di Emanuele Tonon che, dopo essersi fatto apprezzare dalla critica e dai lettori più attenti per lo stile sconvolgente e rivoluzionario del suo primo romanzo, dimostra ora di essere anche un interessante poeta. Va detto che il narratore Tonon e il poeta Tonon hanno una lingua sorprendentemente diversa, e lo stesso attraversamento del dolore attraverso la sanguinante mediazione della lingua letteraria (tema dominante dell'opera dell'autore friulano) è sviluppato in modo nuovo, e non è affatto scontato che sia così. Meglio, però, lasciar parlare i suoi versi...
LE CINQUE POESIE INEDITE:
(Le poesie di Emanuele Tonon qui sotto sono pubblicate in esclusiva su Affaritaliani.it per gentile concessione dell'autore)
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Le mani guantate nerofumo in pelle
tracciano gesti di un lessico amoroso,
mentre l'inverno ci prende sulla panchina
dove un vecchio morirà di freddo.
I segni non hanno parole.
Non ha voluto. Che noi fossimo felici.
Che ci fosse una strada anche per chi muore.
Accendiamo un cero all'Addolorata
nerovestita con le spade in petto
e le pupille che specchiano l'agonia del Figlio.
Ci prende un pensiero ecumenico
che sento nel tuo catrame sfinito,
nel tuo stringermi sapendo che durerà un attimo
l'eternità promessa.
E la tua voce.
Oggi mi sono girato di scatto
nel bar del caffè mattutino,
quello che mi riporta tra i vivi.
Era la tua voce
o una eco tardiva del sogno?
Vedessi come vivono gli uomini,
vedessi la stazione alle otto di mattina,
i volti devastati, la fretta di vincere e di vivere
schiacciati soddisfatti dall'impero.
Le nostre stazioni erano sempre di notte, silenziose.
Forse per questo mi rimbombi nel cranio
quando attraverso un sottopassaggio.
"Sono stanca e la vita mi pesa addosso"
"Sono stanco e la vita è lontana"
"Sono stanca, vorrei una nuova lingua per parlare"
"Sono stanco, ho una mela marcia nella schiena,
non riesco a camminare"
Tutti hanno parole nel vuoto televisivo, facebookkaro, satellitare.
Un uomo muore nudo, con una bottiglia ficcata nel culo,
mentre tutti corrono incontro al lavoro,
aspettando l'ora della bacheca, del telegiornale.
Le dicevo sempre:
ricevi la mia gioia.
Era quella che mi stringeva il collo,
ricevi questa gioia, adesso,
non inventare la strada,
c’è questa gioia, adesso,
adesso possiamo salire da dietro,
ricevi questa gioia, adesso,
la via delle colline è questa,
vieni, saliamo da dietro,
dietro ci possono parlare la lingua,
io ho la lingua saldata.
per questo ricevi la mia gioia,
saldano a filo, i mostri,
saldano bene,
era come saltare, la comunione della gioia,
salivo sopra, poi scendevo,
salivo sotto, poi scendevo,
mi scappava fuori la gioia,
cresceva col latte che buttavi dalle tette viola,
ci capitava di essere dentro
quella storia striminzita,
adesso ho imparato ad essere questo uomo solo,
ho imparate tutte le cose che fanno le persone sole,
adesso la mia gioia sale,
se tu vedessi cosa è ora la mia gioia,
se tu vedessi ora le mie mani chiodate
come continuano a salire,
come fanno nell’aria quei gesti buffi dell’amore,
se tu vedessi ora le mie mani come inventano le parole,
se tu vedessi ora a filo saldate le mie labbra,
se tu vedessi ora
come ho smesso l’abitudine di parlarti,
come ho smesso tutte le cose che facevano di me quel me che ero,
quel me che hai sacrificato alla tua bella allegria
farcita di emorroidi,
(ora ti succhiano il latte come se fossi una madre,
invece sei la saldatrice).
Io ho tutti questi figli manganati
che sono caduti in terra,
sulla pelle sudata,
tutta questa discendenza terminata
dai fazzoletti di carta, dalla carta igienica,
dai Settebello della Coop,
ho, adesso, questo figliame negli sciacquoni,
queste creature finite nella fogna,
sono così sterminatamente padre
che ho nausea,
sono, adesso, come uno che sta duro e forte,
come uno che ha sciolto la gioia,
io non trattengo più
la gioia, da tanto tempo
(e il padre e il figlio e quello che sta arrivando, quello spirito
che procede, che manifesta, che parla, finalmente,
la lingua saldata).
Ma le tue braccia di madre dovranno conoscere
lo sterminio di questa condizione
che mi hai regalata,
questo stare nei giorni come un tronco,
un pezzo di marmo,
tu che mi hai tolta la vita
dovrai conoscere la stanza dove il figlio
guarda morire il padre,
quel salto veloce del sangue,
quella caduta dal settimo piano,
tu dovrai conoscere l’orrore di chi continua ugualmente,
(in quelle notti avevo perso
la fede nel dio, non potevo aprire la bocca
perché me la avevi saldata. Tu conoscerai
il pregio della saldatrice sulla tua faccia,
tu conoscerai le scosse, i fulmini della saldatrice
sul tuo ventre, tu sarai battezzata
a filo e acqua, in fine)
tu devi conoscere, adesso,
la mia gioia che cresce,
la mia gioia che prova a chiamarti, ogni tanto,
e sempre capisce, lei sola forte,
che è altra gioia guardare come scendi,
come diventi niente,
come non potrai mai somigliarle
( e il padre e il figlio
e tutto quello che hai calpestato,
e tutto quello che deve venire,
e tutti i miei figli che nuotano nelle fogne,
e tutta la mia gioia che ti avevo regalata,
e tutta la mia gioia, adesso).



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