Editoria/ I grandi editori si sono dimenticati dei poeti...
I grandi editori non pubblicano più i giovani poeti. L'ultima generazione documentata è quella dei Milo De Angelis e dei Maurizio Cucchi, ormai ultracinquantenni. Le generazioni successive, i poeti la cui età oscilla tra i 20 e i 40 anni, non hanno avuto il privilegio di essere pubblicati da un grande editore, ma hanno dovuto rivolgersi a piccole case editrici o autoprodursi. Tutto questo che cosa significa? Non abbiamo più grandi poeti o l'editoria italiana ha abdicato al suo ruolo di scoprire i nuovi talenti? Ecco la riflessione di Tiziano Fratus, poeta e titolare di Torino Poesia Edizioni.
Di Tiziano Fratus
Sono anni che si ripetono le stesse affermazioni, sono anni che la mia generazione ripete le stesse affermazioni, muove le medesime accuse, affonda nel solito mar morto di lamentazioni e disagio. La principale fonte di allarmismo e di nervosismo nasce dall’amara constatazione che la generazione dei poeti nata negli anni Settanta (e a maggior ragione quella nata successivamente nei primi anni Ottanta) è esclusa dalle opportunità di visibilità concesse in ogni ambiente letterario ed editoriale dei paesi comparabili per democrazia e bio-diversità culturale all’Italia. Certamente gli anni Novanta hanno segnato un’affermazione internazionale nei grandi gruppi editoriali del managment industriale, ovvero detto in soldoni, un’affermazione della linea secondo cui si pubblica quello che si vende a priori. La poesia, che di grandi numeri non ne ha mai fatto, tranne quei pochi casi noti, si è quindi ritrovata a non poter assicurare uno spazio legittimo alle generazioni più giovani. Questa è la situazione internazionale, avviene negli Stati Uniti, avviene in Europa, avviene in Giappone e in Estremo Oriente. Forse non avviene in Australia, per ragioni non facili da comprendere, come ha scritto il grande Les Murray nel suo Lettere dalla Beozia (Giano). 
Milo De Angelis
La situazione italiana si segnala comunque per estremismo, dettaglio che sarebbe di per sé poco interessante se non si trattasse dell’intera società italiana che si ritrova a lasciare in un angolo le generazioni più giovani, in qualsiasi ambiente, dalla politica all’economia, a meno che no si tratti dei soliti rampolli che si fanno strada nei loro trent’anni e quarant’anni come altrove invece si vede fare nei vent’anni. Ma si sa, l’Italia è un paese che non ha mai avuto fretta di fare nulla. Nemmeno di entrare in guerra o di mutare pelle, come si vede da quindici anni a questa parte, dove i partiti politici le hanno pensate tutte pur di restare con il sedere inchiodato alle poltrone.
Ritornando al nostro discorso principale, ovvero il rapporto poesia delle generazioni “giovani” e la grande editoria, è chiaro come i conti si riducono a poco: Mondadori, Bompiani, Guanda (a nome del gruppo Mauri Spagnol), Adelphi ed Einaudi (che sarebbe Mondadori ma distinguo per le due grandi e distinte tradizioni culturali). Bompiani ha tagliato la poesia, Adelphi la pubblica soltanto laddove si tratti di Premi Nobel o di figure note a livello mondiale; Mondadori porta avanti la collana dei Poeti de lo Specchio, Einaudi la storica “Bianca”, e Guanda. Gli unici volumi usciti di poeti appartenete per semplici dati biografici alla mia generazione sono la fiorentina Elisa Biagini, con due raccolte, ed il novarese Andrea Temporelli, con una raccolta. Entrambi i casi pubblicati da Einaudi.
Mondadori ha ridotto tutto l’interesse di una generazione che pubblicata da almeno un decennio ad una antologia striminzita e mal curata, basti pensare che uno dei nomi in copertina era pure errato. E poi arriviamo a Guanda. Su Guanda, ahimé, riporto alcune notizie che riguardano il mio caso personale, di cui ogni tanto parlo durante le presentazioni dei miei libri. A Guanda hanno perso la bussola ed il rispetto per i poeti, e non mi riferisco ovviamente agli ex direttori di collana Giuseppe Conte e Valerio Magrelli, ma a chi decide in ultimo la sorte delle pubblicazioni. Almeno tre volumi dedicati alla generazione di cui faccio parte, dopo che la pubblicazione era stata assicurata ai curatori e agli autori, sono stati dimenticati e dismessi. Senza sottolineare che la poesia, in Guanda, non merita un euro di contratto, mentre si pagano denari a pioggia ai narratori pubblicati. Pur avendo un contratto firmato il direttore editoriale decise di non aver alcuna forma di comunicazione per una anno e mezzo filato con uno dei suoi autori, ragione per cui alla fine il poeta decise di lasciar perdere, d’altro canto chi accetterebbe il rispetto di un contratto con partner che spariscono per quel lungo lasso di tempo? Mi è stato assicurato che è un comportamento abituale, beh, ammetto che forse è il caso di interrompere una tradizione tanto elementarmente triste.
![]() Maurizio Cucchi |
Ma non ho alcuna intenzione di soffermarmi su questa esperienza personale, che sebbene dia un segno della situazione generale, resta un’esperienza personale. Il dato di fatto inconfutabile e grave resta la constatazione che un’intera generazione ha dovuto, al contrario di quanto avvenuto nella modernità italiana ed europea, debuttare altrove, e non bastano nemmeno le lamentele. Ecco perché nell’arco di un decennio si sono moltiplicate le iniziative, ovviamente piccole, editoriali legate alla promozione della poesia italiana. Il ritardo è oramai insanabile: la mia è una generazione che non ha debuttato con un editore di grande prestigio, e non viviamo in Lussemburgo, o in Svizzera o ancora in Belgio. L’Italia, per chi lo avesse dimenticato, è un paese di cinquantotto milioni di persone.
Per una persona come me, che ritiene la storia della letteratura una pura formalità, una convenzione fra presuntuosi che devono incasellare la realtà che al contrario per natura sfugge ad ogni controllo e soprattutto muta continuamente senza poter trovare una casella adatta e stabile, l’idea della grande editoria che pubblichi poesia non rappresenta affatto un punto di arrivo o di snodo; sono cresciuto non all’Università, dove tutto è scontato e la teoria supera di gran lunga l’esperienza, ma nel piccolo mondo disperso e provinciale delle compagnie teatrali composte da marito e moglie, da amici, da fratelli, piccole compagnie abituate ad autoprodursi, a gestire piccoli spazi teatrali e non grandi istituzioni che ricevono comodamente miliardi dallo Stato. Appena mi è stato possibile non ho avuto alcun dubbio ed alcuna remora a dare vita ad una nuova etichetta editoriale indipendente (le Edizioni Torino Poesia), così come in precedenza avevo creduto nella progettualità di una casa editrice di teatro e avevo dato inizio a nuove stagioni teatrali e festival. E’ noto quanto l’Italia sia un paese di marche, di griffe, di moda, dove per distinguersi resta soltanto la fama, il successo, il privilegio; il mondo per cui lavoro ed in cui credo al contrario è fatto di sudore, di lavoro quotidiano, di fede, di grande passione. Un mondo di sacrificio. Un mondo dove si lavora non per la Storia o per la critica ma per dare vita ad una continuità, ad una realtà culturale di valore, dove, si spera, la centralità degli esseri umani resta – per quanto contraddittoria e talvolta anche retorica – il valore imprescindibile. Proprio quello che la grande editoria, quantomeno nei confronti della poesia, ha da tempo dimenticato.



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