Starnone ad Affaritaliani.it: "Basta con l'ottimismo di maniera"
di Antonio Prudenzano
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"Fare scene. Una storia di cinema", in uscita per Minimum Fax, è uno dei libri più personali di Domenico Starnone, con un passato da insegnante (il suo "Ex cattedra" è un testo imprescindibile della narrativa italiana legata alla scuola) e un presente da apprezzato scrittore (premio Strega con "Via Gemito") e sceneggiatore. Starnone, classe '43, nel nuovo romanzo racconta la rivoluzione socio-culturale avvenuta nell'Italia dell'ultimo mezzo secolo attraverso la metafora del cinema. Un bambino napoletano (che da grande, guarda caso, diventerà uno sceneggiatore per il cinema) cresce nell'Italia del dopoguerra e nell'immaginario cinematografico dell'epoca, ineluttabilmente destinato a cambiare...
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Starnone, "Fare scene" è un libro autobiografico?
"Il libro si nutre naturalmente di mie esperienze, ma come ogni racconto ha avuto bisogno di tempo e fantasticherie per trovare un suo ordine, una struttura, personaggi. Già in altri miei testi (“Labilità”, “Spavento”) il
protagonista aveva a che fare col mondo del cinema. Era rimasta nel cassetto,
inoltre, un’ultima parte di “Via Gemito” – cresciuta a dismisura e quindi abbandonata, ma a cui poi avevo attinto per “Labilità” - che raccontava della
passione per il cinema e per la letteratura. Il libro è nato ripensando, reinventando appunti e materiali ammucchiati ai bordi di quei libri".
Nel romanzo, raccontando com'è cambiato il nostro cinema, mostra anche come l'Italia si è trasformata negli ultimi decenni. Se pensa al futuro del nostro paese è ottimista o pessimista?
"Quando diciamo che un paese cambia pensiamo all’economia, alla politica. In
realtà un paese cambia nel suo insieme e capillarmente. Cambiano i linguaggi, cambiano i lavori, cambiano le nostre teste. Negli ultimi trent’anni l’Italia è mutata radicalmente in peggio. Il modo di immaginarsi il cinema e poi di farlo mi è sembrato una via per raccontare questo peggioramento. Il futuro, mai come oggi, è un’incognita. Bisogna vedere se avremo la forza di smettere di smussare angoli, di indorare pillole, di levigare tutto, anche l’orrore, e cominciare a dire – a raccontare – le cose come stanno. L’ottimismo non di maniera è quello che muove dallo sguardo lucido sul mondo in cui siamo finiti".
Qual è il suo primo ricordo cinematografico?
"La morte della madre di Bambi".
Quanto l'immaginario cinematografico influenza la sua scrittura?
"Molto, credo. Non saprò mai se sulla mia formazione ha influito più la letteratura o più il cinema. Da ragazzo francamente non m’importava granché. Oggi invece penso che la divulgazione di massa di strutture narrative, di
attese precostituite, di sguardi abusati, realizzata massicciamente dalla televisione e dalla rete, ci obblighi a una spietata autoanalisi del magazzino letterario-cinematografico-televisivo che custodiamo nella testa. Per capirci,
se Don Chisciotte avesse raccontato lui stesso la sua esperienza, l’avrebbe fatto dall’interno dei romanzi cavallereschi che l’avevano reso pazzo. Se la signora Emma Bovary avesse raccontato in prima persona la sua esperienza, l’avrebbe fatto dall’interno dei romanzi d’amore che avevano nutrito la sua insoddisfazione. Noi oggi, grazie alla tv e a internet e alle logiche di mercato che tendono a far circolare ancora e ancora ciò che ancora e ancora il pubblico vuole, ci troviamo di fronte a una sorta di diffusione di massa della condizione di Don Chisciotte e di Emma Bovary. La conseguenza è che o gli scrittori reimparano a guardare oltre la gabbia entro cui sono essi stessi chiusi, o avremo folle di scrittori-Chisciotte, di scrittrici-Bovary, e nessuno scrittore-Cervantes, scrittore-Flaubert".
Cosa pensa del cinema italiano di oggi e del nostro cinema d'autore in particolare?
"E’ cresciuta la qualità dei prodotti medi. Vediamo film in genere ben costruiti, ben girati. Ma il prodotto medio si è affermato come tale proprio accentuando la sua medietà. Tutto è addolcito, anche le tematiche più dure. Dei vari registri espressivi, dei vari generi, è rimasto sostanzialmente in piedi solo la commedia, che però - si badi - non deve essere amara. Gli ingranaggi narrativi sono tra i più tradizionali, la costruzione del personaggio rispetta regole e coerenze interne molto invecchiate. Tornano gli ‘italiani brava gente’, i cattivi sentimenti sono in via di estinzione, qualsiasi cosa facciano i protagonisti devono risultare simpatici e divertenti. Lo stesso cinema d’autore tende ormai alla medietà. Qualche salutare ‘eccesso’ destrutturante lo si trova al massimo nel cinema di Bellocchio. Le produzioni, il mercato, la televisizzazione dei nostri cervelli, la convinzione radicata che siano i temi sociologici a testimoniare la bontà di un film, ha messo fuori gioco la sperimentazione. Il nostro, oggi, è un cinema dove non si cercano nuove vie di racconto, forme nuove per nuovi mondi, e se si cercano, le produzioni nicchiano, il mercato le cancella. Qua e là ogni tanto qualcosa fa comunque capolino, ma subito si perde nel supercollaudato. Appena un film si affaccia sul poco rassicurante, viene messo da parte. Probabilmente il mercato debole, e perciò crudelissimo, estingue già in fase di soggetto e trattamento ogni velleità innovativa. Per di più sono i registi a scegliere in linea di massima temi e tecniche, cosa che significa che, poiché a ogni fallimento rischiano di non fare più film, ogni film viene messo in cantiere solo se appare ben ancorato al già detto, al già visto. In questo quadro il duopolio Rai-Medusa fa il resto. D'altra parte se un film non si colloca dentro strutture produttive potenti è difficile che si realizzi e, se si realizza, è raro che trovi la forza per raggiungere il grande pubblico. Abbiamo insomma un cinema medio in ascesa che paga questa ascesa con una sorta di conservatorismo espressivo e di
subalternità a ciò che il mercato premia".
Gli esordienti sono sempre più di moda, mentre per gli autori già affermati non è un momento facile. L'attenzione mediatica (e in parte anche quella della critica) cala e molti scrittori noti preferiscono passare a un editore più piccolo che garantisce maggiore attenzione. E' in parte anche questo il suo percorso? Come mai la scelta di pubblicare per un editore medio-piccolo come Minimum Fax?
"'Fare scene' è nato come un regalo che io facevo a Minimum Fax e Minimum Fax a me. Forse sarà un unicum, forse no, si vedrà. Temo che non basti un editore più piccolo a rinfrescare il trucco dei vecchi autori".
A proposito, a quando il suo nuovo libro?
"Sto lavorando da tempo a un nuovo racconto. I miei ultimi libri avanzano piano piano, si interrompono, riprendono. Lo stamperò, se tutto va bene, con Einaudi".
Sta lavorando a un nuovo film da sceneggiatore?
"Sto lavorando al prossimo film di Sergio Rubini".
"Fare scene" potrebbe diventare un film?
"Gli ultimi libri che ho scritto non hanno strutture e registri che possono interessare il cinema italiano attuale".



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