Djian ad Affaritaliani.it: "Anche se ci penso venti volte al giorno, l'idea della morte non mi angoscia"

Venerdì, 11 giugno 2010 - 09:00:00

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di Antonio Prudenzano

Djian Philippe
L'autore

Philippe Djian è uno dei più discussi e anticonformisti autori francesi contempotanei. Voland lo ha finalmente (ed era ora che qualche editore illuminato lo facesse) fatto scoprire ai lettori italiani. Dopo "Imperdonabili", ecco "37°2 al mattino" (traduzione di Damiele Petruccioli), uscito in Francia a metà anni '80.

Djian, lei è diventato uno scrittore noto proprio con l’uscita del noir “37,2 al mattino”. Era consapevole che quel libro avrebbe cambiato la sua vita di scrittore?
"La mia vita di scrittore non è cambiata, piuttosto è cambiata quella di consumatore, perché ovviamente questo romanzo mi ha portato successo e denaro. Non molto denaro però, all'epoca ero un giovane scrittore e quindi questo non mi ha giovato, il trattamento economico che mi fu riservato fu comunque molto più modesto di quanto meritassi".

In pochi all’inizio hanno creduto al suo talento letterario. Cosa l’ha spinta a non arrendersi?
"In verità gli scrittori giovani sui quali si scommette subito a partire dagli esordi sono molto pochi. Tra l'altro va detto che all'inizio della mia carriera mi sono posto come uno scrittore 'contro', in polemica con quella che era la critica maggioritaria (ricordo che uno tra i critici più tradizionalisti con i quali mi scontravo era Angelo Rinaldì). Si trattava di critici che detenevano il potere di certi ambienti culturali e che sempre mi hanno contestato e osteggiato. All'epoca ero giovane e pieno di entusiasmo e potevo rispondere alle critiche che mi venivano rivolte anche dalle pagine del quotidiano Globe, dove tenevo una rubrica e quindi avevo la possibilità di dibattere anche con le parole scritte".

Ha apprezzato la versione cinematografica di “37,2 al mattino” (“Betty Blue” del regista Jean-Jacques Beneix, ndr)?
"Non penso sia giusto apprezzare o meno il lavoro di un altro artista. Non ho ritrovato il mio romanzo nel film di Jean-Lacques Beneix, ma penso che sia giusto così. Il successo del film è stato solo del regista, è stato lui a scegliere Béatrice Dalle. L'estetica rappresentata nel film non è il tipo di estetica che piace a me, all'inizio c'è un gatto bianco, con la bottiglia blu e con la sciarpa bianca. Questo tipo di estetica non è la mia, ma non vuol dire che la mia (quella che piace a me) sia migliore. Così come ho impostato il mio romanzo esistono due protagonisti che sono le due perfette metà di un'unica entità: una parte maschile, che ha un unico desiderio e cioè quello di scrivere, e una parte femminile, che ha il grande desiderio di essere pubblicato. Il lettore si trova davanti alle facce di una stessa medaglia. Nel film invece, per ovvie necessità tecniche è stato necessario creare due personaggi distinti, affidati a due attori".

Tra gli scrittori francesi, chi può diventare il suo erede?
"Sono troppo giovane per trovare degli eredi".

Cosa pensa della letteratura italiana contemporanea?
"Non la conosco".

Cosa ricorda dei mesi passati in Italia, a Firenze, a inizio anni ’90?
"Ricordo il Duomo, che appariva nella nebbia fiorentina; questa è un'immagine che avevo presente ogni mattina quando accompagnavo i miei figli a scuola, all'epoca infatti abitavamo nella campagna intorno a Firenze. Si trattava di un'immagine molto suggestiva".

Pensa mai alla morte? La spaventa la consapevolezza che prima o poi la vita finisce?
"Ci penso una ventina di volte al giorno (e sorride...), vi posso assicurare però che non ne sono assolutamente agosciato".


 

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