Il tuffò di Monicelli? Un gesto politico. Il commento dello scrittore Paolin

Giovedì, 2 dicembre 2010 - 08:32:00

Dire che “io sono”

LA RECENSIONE DI AFFARITALIANI.IT DEL LIBRO D'ESORDIO
DI PAOLIN

"Il mio nome è Legione" (Transeuropa).
Il Male secondo Demetrio Paolin...

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Demetrio Paolin

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di Demetrio Paolin

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Monicelli
Vorrei iniziare questa breve riflessione con due interrogativi.
Esiste una qualche differenza tra il gesto di Mario Monicelli e quello ostinatamente voluto richiesto e preteso da Beppino Englaro verso sua figlia? Esiste una discrasia tra ciò che ha compiuto il grande regista toscano e l’azione compiuta dal medico che ha fatto rispettare le ultime volontà di Piergiorgio Welby? A me, personalmente, pare di no. Credo che non ci siano differenze sostanziali, ma appunto solo formali. Per Eluana Englaro e Piergiorgio Welby qualcuno agì in nome loro e delle loro intime volontà, Monicelli, invece, ha compiuto il gesto in libertà e solitudine.

In tutti e tre i casi, però, io ravvedo una scelta precisa, ovvero di decidere, personalmente e responsabilmente, come e quando morire.  L’ultimo gesto del cineasta, più che le sue parole contro i tagli del cinema, possiede un profondo valore politico. Il tuffo di Monicelli dal quinto piano dell’ospedale suona come un netto rifiuto, ma a cosa? Forse alle cure lunghe, all’accanimento terapeutico che sicuramente l’avrebbe condotto a un doloroso calvario, di visite, di esami, di operazioni.

Il corpo morto di Monicelli ripropone un problema politico, etico, ovvero l’assenza di una legge in materia di fine vita e la latitanza del governo sui temi del testamento biologico.  Mi chiedo se sia degno di un paese civile che un uomo anziano, vista la sua grave malattia, non possa chiedere di essere accompagnato verso un percorso di morte assistita, ma debba essere costretto a sfracellarsi sull’asfalto del parcheggio antistante un ospedale. Mi domando quando in questo paese, che è culla della cultura umanistica, verranno riconosciuti i diritti individuali ovvero la libertà di decidere come meglio si crede del proprio corpo così da porre un confine tra ciò che ognuno può sopportare e quello che no.

Il problema è certamente politico, di grave ignavia politica, ma anche morale e etico. Quale valore ha la mia coscienza, che peso danno le istituzioni religiose, politiche e sociali ad essa? Perché non sono libero di decidere con la mia coscienza quello che non posso e non posso fare di me stesso, senza per questo nuocere agli altri? Perché è così difficile riconoscere che sono io, o le persone che amo, a decidere per me?

Il suicidio di Monicelli mi pare essere il disperato tentativo di affermare il proprio esserci come creatura.  Mi chiedo se non ci sia un modo meno violento per dichiarare che ognuno di noi ha un proprio “io”.  Chiamo “io” ciò che mi definisce, ciò che mi rende creatura e non semplice essere vivente. E questo nocciolo intimo di me non è trattabile. Io sono questo “io”, che va ben oltre le funzioni biologiche. “Io sono” è appunto un groviglio di relazioni, di affetti, di pensieri, di desideri. Se questi venissero meno e io fossi solo un tronco che viene nutrito e aiutato nella respirazione, io vorrei che venisse rispettata la mia volontà di creatura, la quale mi fa rifiutare l’idea di ridurmi a mera funzione biologica. Io credo che uno stato degno di questo nome dovrebbe consentirmi di decidere cosa voglio fare della mia persona. In questa rivendicazione di libertà non c’è nessuna scelta a favore o contro la vita, ma soltanto la volontà di ribadire che “io sono”, che io esisto senza per questo dover arrivare agli estremi gesti di Monicelli, Englaro e Welby.

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