L'intervista/ "I critici mi attaccano? E' perchè non appartengo all'establishment". Andrea De Carlo ad Affari
Ha pubblicato il suo libro d'esordio, “Treno di panna”, a 28 anni. Quando ha cominciato a scrivere?
“Al liceo, intorno ai sedici anni. Mi divertivo a tratteggiare ritratti di compagni di scuola o di insegnanti, o costruire brevi commedie surreali di una o due pagine. Da lì mi sono avventurato via via in testi più impegnativi, all’inizio senza rendermene neanche conto. La svolta è arrivata quando ho cominciato a viaggiare, e a scrivere ad amici e parenti lettere sempre più lunghe in cui raccontavo di persone e luoghi che incontravo. Poi sono venuti due romanzi mai pubblicati, e finalmente Treno di panna, il primo in cui mi sembrasse di avere trovato una mia voce originale di scrittore. Un arco di formazione lungo dodici anni”.
Qual è, al momento, il suo rapporto con la lettura?
“Tendo a leggere più classici che contemporanei, da Jane Austen ad Antoine de Saint Exupery, da Tolstoji a Salinger. Mentre scrivo, invece, leggere romanzi mi disturba, così leggo saggi su temi diversi: storia, ambiente, religione. E biografie. Negli ultimi mesi ne ho lette di Byron, Wilde, Napoleone, Nerone”.
Spesso i protagonisti dei suoi libri sono scrittori, o comunque svolgono attività creative. Non le viene mai la tentazione di parlare di qualcosa a lei totalmente estraneo?
“Ho sempre bisogno di conoscere in maniera diretta e approfondita quello di cui scrivo, che si tratti di luoghi, ambienti, lavori, rapporti, persone. Per esempio, il protagonista di Treno di panna fa il cameriere e l’insegnante di lingue a Los Angeles, come è capitato a me. Oppure, il narratore di Durante, il mio ultimo romanzo, fa il tessitore. E’ anche questo un lavoro che conosco bene: ho due amici tessitori e li ho visti all’opera, ho passato del tempo nel loro laboratorio, ho studiato i loro telai, i filati, i tessuti finiti, i gesti tecnici. Se volessi potrei scrivere anche di un astronauta o di un minatore, ma dato che non ne conosco e che non sono mai stato nello spazio, molto probabilmente incapperei in una serie di luoghi comuni”.
A chi le chiede quanto di autobiografico c'è nei suoi romanzi, lei risponde “tutto”. Non ha mai avuto paura della “nudità” con cui si mostra ai suoi lettori?
“A volte mi preoccupa la possibilità che i miei romanzi vengano letti da qualcuno come se si trattasse di una sorta di diario in pubblico. Naturalmente non è mai così, perché io sono un romanziere, e parto dalla realtà della mia vita e di quello che mi circonda per costruire personaggi e storie animati dall’immaginazione. E’ proprio in questo scarto tra realtà e fantasia che risiede la dimensione del romanzo”.
I suoi libri vendono sempre molto. Alcuni critici, invece, li “stroncano” nelle loro recensioni…
“Ho attraversato l’intera gamma dei rapporti che uno scrittore può avere con la critica: dal consenso quasi uniforme al mio esordio all’ostilità diffusa di quando ho cominciato ad avere un pubblico più vasto. Oggi direi che la situazione è di equilibrio, con alcuni critici favorevoli e altri contrari. Naturalmente il fatto di non avere appartenenze partitiche né ruoli o legami nell’establishment letterario mi rende un bersaglio su cui si può tirare quando serve. Mi va benissimo, se è la condizione per sentirmi libero”.
Lei ama viaggiare. Che rapporto ha con l’Italia, il paese in cui è nato?
“Da un lato non nego certo di essere italiano, da un punto di vista genetico, caratteriale. Dall’altro ho sempre provato un profondo senso di estraneità e spesso di imbarazzo nei confronti di questo paese. E’ un’insofferenza profondamente radicata, che nasce dalla conoscenza di sfumature, vizi e vezzi di cui l’Italia non sembra in grado di liberarsi”.
Come sta oggi l'Italia?
“Abbastanza male, mi sembra. E’ un paese sempre più marginale rispetto al resto del mondo, sempre più governato da una logica di interessi chiusi, senza vere prospettive di cambiamento. In fondo quello che prevale, in tutti i campi, è il modello mafioso, in base al quale le ragioni di un clan sostituiscono l’interesse comune. Basta guardarsi intorno per capire che è così, dalla politica all’economia all’informazione. Una svolta come quella che ha portato Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti dopo otto anni di governo di Bush da noi è semplicemente impensabile”.
Con Milano, città in cui è nato e in cui ha vissuto la sua giovinezza, ha da sempre il classico rapporto di odio-amore?
“Mi capita spesso di tornarci, anche se da anni la mia base è altrove. Ci vivono alcuni amici, mia sorella, c’è la mia casa editrice. La città continua a essere brutta, sporca, terribilmente inquinata, incapace di rinnovarsi, provinciale eppure convinta di essere importante. Nel tempo non è riuscita a diventare una vera grande città ma al contrario si è rimpicciolita e ha perso forza, e questo a volte mi suscita quasi un senso di tenerezza”.
Scrivere le ha permesso di accorgersi più facilmente, nel bene e nel male, delle sue inevitabili trasformazioni personali nel corso degli anni?
“Scrivere rende possibile, e necessario, fare una grande quantità di riflessioni su sé stessi, oltre che sul mondo circostante. Ogni romanzo offre l’occasione di dipanare fili aggrovigliati, rintracciare percorsi, capire quello che è successo. Credo nel ruolo della scrittura come testimonianza. Per questo cerco di essere il più onesto e sincero possibile, ogni volta che inizio a raccontare una nuova storia”.



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