L'intervista/ "I critici mi attaccano? E' perchè non appartengo all'establishment". Andrea De Carlo ad Affari

Sabato, 7 febbraio 2009 - 12:45:00


Andrea De Carlo
“Sto preparando un disco, dovrebbe uscire in autunno insieme a una raccolta di foto dai miei viaggi. I critici mi attaccano? E’ perché sono estraneo all’establishment. Credo nel ruolo della scrittura come testimonianza. Scrivo solo di quello che conosco. L’Italia? Sta male. E a volte mi sento estraneo e imbarazzato. Un Obama in Italia? Sarebbe impensabile, da noi prevale il modello mafioso. Milano? Ci sono nato e ci torno spesso. E’ brutta, sporca e provinciale, eppure convinta di essere importante: mi fa tenerezza…”. Lo scrittore-musicista Andrea De Carlo parla con Affari delle sue tante passioni.

di Antonio Prudenzano

Cinquantasei anni, figlio di un noto architetto, una grande passione per la musica (e la chitarra in particolare), come pure per la fotografia e i viaggi. Sceneggiatore, assistente alla regia di Fellini in “E la nave va”, regista di un documentario proprio su Fellini ma, soprattutto, autore di 15 romanzi (editi da Bompiani, Einaudi e Mondadori), tutti di grande successo. Quello d’esordio, “Treno di panna” (1981, poi diventato anche un film), fu salutato positivamente da Italo Calvino. Più di così, per un esordiente… L’ultimo, “Durante”, è uscito l’anno scorso. Lui, naturalmente, è Andrea De Carlo, autore italiano tra i più amati da generazioni diverse, con un “lettorato” fedele (è pure tradotto in 21 paesi), e una critica a volte  poco benevola. Con Affaritaliani De Carlo ha parlato dei suoi “amori”, della sua scrittura, dei suoi prossimi impegni, e di molto altro ancora…

De Carlo, lei ama viaggiare. Qual è l'ultimo paese che ha visitato?
“Sono stato in Polonia, per l’uscita della traduzione di un mio libro. Mi ha colpito lo spirito vivo e caloroso delle persone che ho incontrato, e quello del paese, in forte oscillazione tra tradizione e trasformazione".

C'è un luogo che non ha ancora visitato e che ha intenzione di scoprire presto?
“Un posto che mi incuriosisce da tempo è il Giappone, vorrei andarci”.

La musica ha un ruolo molto importante nella sua vita. E’ vero che a breve per Bompiani uscirà un cd accompagnato da un volume fotografico (il tutto realizzato da lei)?
“Sto ancora mettendo a punto le composizioni. Alcune sono per pianoforte, altre per chitarra, altre per un mandolino americano che ho comprato da poco. Registrerò tutto nel piccolo studio della mia casa in campagna, in modo da avere un uso libero del tempo. Quanto alle fotografie, sto facendo una scelta tra le molte immagini che raccolgo durante i miei giri. L’uscita sarà forse nell’autunno prossimo”.

Com’è nata la sua passione per la chitarra?
“Quando avevo tredici anni. La musica che ascoltavo era così importante da farmi venire voglia di suonarla, nessuno strumento mi sembrava più affascinante della chitarra. Ho preso qualche lezione, ma il solfeggio mi annoiava mortalmente, così ho finito per imparare da autodidatta. All’inizio credo sia stata dura per chi mi ascoltava grattare sulle corde per ore di seguito, poi le cose sono andate meglio”.



Ha in programma concerti dal vivo nei prossimi mesi?
“Da qualche anno la musica fa sempre parte delle mie serate in teatro. Nel corso degli anni ho sviluppato una forma in cui alterno letture dai miei libri a parole nate sul momento a mie musiche, che suono da solo oppure insieme ad Arup Kanti Das, un grande percussionista bengalese e caro amico. Mi capita molto più spesso di suonare dal vivo che in studio. Sono due dimensioni molto diverse, ma altrettanto affascinanti”.

Cosa ha ascoltato ultimamente che l'ha particolarmente colpita?
“Tell Tale Signs di Bob Dylan, una raccolta di brani scartati dai suoi dischi. E’ affascinante per come permette di capire l’evoluzione  (o, in certi casi, involuzione) delle sue canzoni attraverso i diversi arrangiamenti, le alterazioni di tempo, le variazioni interpretative. Dylan non esegue mai una sua canzone nello stesso modo, ha la capacità straordinaria di cambiare approccio ogni volta”.

Veniamo al suo "mestiere principale". Visto che a uno scrittore non andrebbe mai chiesto se è al lavoro per un nuovo libro, le domando come, e se, col passare degli anni è cambiato il suo rapporto con la scrittura.
“La mia passione per lo scrivere, e il gusto che ne ricavo, non sono cambiati rispetto agli inizi. Anzi, semmai si sono arricchiti della consapevolezza di avere molti compagni di viaggio, lettori e lettrici che partecipano con intensità alle mie storie. Quello che cambia ogni volta è il percorso: ogni nuovo romanzo è l’occasione per attraversare territori diversi, con una prospettiva diversa. La materia di cui scrivere, vale a dire la vita nel suo insieme, è inesauribile”.

(Segue - "Nei miei romanzi c'è moltissimo di me, tendo a scrivere di cose che conosco bene")

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