Il decalogo del bravo scrittore

Martedì, 6 aprile 2010 - 13:12:00

Scrivere non è una vocazione, scrivere non è (e per fortuna) una professione. Scrivere è un mestiere, come mestiere è quello del ciabattino, dell’orologiaio o, appunto, del manovale che mette pietra su pietra, controllando continuamente (strenuamente) il filo a piombo sulla linearità del suo lavoro. Così, mentre la polemica contro un'editoria che permette sempre di più si fa sempre più acuta, Bruno Nacci, consulente per la narrativa delle Edizioni San Paolo offre il suo vademecum. Dieci punti, un decalogo (?) per chi vuole intraprendere la carriera dello scrittore.

1. La scrittura non ha nulla a che vedere con la lettura, così come guidare un off-shore non ha niente a che vedere con il nuoto, anche se entrambe le attività si svolgono in mare.

2. A nessuno verrebbe in mente, ignorando il pentagramma e non sapendo suonare alcuno strumento, di mettersi al piano e di eseguire l’ Hammerklavier di Beethoven. Molti si siedono al computer o alla macchina da scrivere e iniziano il capolavoro.

2.1 Imparare a suonare il pianoforte non vuol dire diventare Arturo Benedetti Michelangeli, ma acquisire una tecnica che mette in grado di godere della musica in modo più intenso e consapevole, e si può correre con soddisfazione e profitto anche se non si va alle Olimpiadi.

3. Costruire un racconto è come costruire una sedia.

3.1 Prima di prendere un modello da imitare, chi vuole imparare a costruire una sedia deve conoscere le regole basilari della carpenteria.

3.2 Prima di imitare una sedia Luigi XVIII, normalmente si  esordisce con una umile sedia da mettere in chiesa o sul balcone di casa accanto al vaso di basilico.

4. Si è mai chiesto a un  falegname se costruendo sedie intende esprimere la sua concezione della vita? Oppure: che forma assumerebbe in una sedia la concezione della vita del falegname?

5. Per prima cosa la sedia deve stare in piedi, per seconda cosa deve essere quanto più comoda possibile. La sua bellezza è un dato evanescente, mutevole, imprendibile e imprevedibile, storico, come quello mitologico della bellezza femminile (in una formidabile pagina di Nerval, viene descritto lo splendido doppio mento di una signora…), e che in ultima analisi non riguarda chi fa una sedia o chi scrive un poema.

5.1 Qualcuno inizia fissando un dettagliato copione di quello che scriverà (i famosi 46 grandi fogli su cui Flaubert predispone ogni capitolo di Madame Bovary), altri naviga a vista senza sapere bene dove andrà a finire. In entrambi i casi la rotta va tracciata, in anticipo o durante la navigazione, perché in tutti i casi ci deve essere una rotta.

5.2 Per rotta si intende che non basta un’idea, un sentimento, una vaga atmosfera, e tanto meno un’ispirazione o una profonda meditazione…. Il racconto si compone di personaggi, vicende, sfondi, e tutto deve stare insieme, comporre un mondo piccolo o grande che sia, ma un mondo visitabile e coerente, abitabile per tutta la durata della lettura.

5.3 Un architetto potrà essere bizzarro o fantasioso finché si vuole ma non costruirà mai un palazzo senza scale o finestre, senza un tetto o un terrazzo di copertura, senza fondamenta.

6. Chi scrive un racconto non può raccontare quello che vede o sente, ma deve rappresentare quello che vede, costruirlo, che è molto più difficile e serve tra l’altro per riflettere sulla propria capacità di vedere (quando il procuratore nel racconto di Kafka vede Gregor tramutato in insetto sono le sue labbra sporgenti – aufgeworfenen Lippen-, protese come un grido inespresso, che caratterizzano il suo sconcerto. Kafka avrebbe potuto semplicemente scrivere: Fu preso dal terrore. Ma allora non sarebbe stato Kafka e noi non ce ne ricorderemmo).

6.1 La prima domanda di chi scrive è: sono capace di descrivere la mia camera? La seconda: sono capace di descriverla in modo che chi legge non si annoi o non pensi a un pieghevole di un’agenzia immobiliare?

6.2 Uno scrittore vero non discute mai le impressioni che gli altri provano leggendo quello che ha scritto (dopo un lavoro durato anni, e dopo un giorno e mezzo di lettura, alla reazione drasticamente negativa degli amici, Flaubert accantona il suo progetto – La tentation de saint Antoine –  senza dire una parola), perché quello che ha fatto è un lavoro, un’opera socialmente utile, non una proiezione del proprio desiderio di essere lodato.

7. Il racconto si svolge necessariamente nel tempo (dal fatto che la pellicola cinematografica è costituita da fotogrammi, il nouveau roman ha erroneamente dedotto che l’essenza del cinema è la fotografia. In ossequio a questo principio Claude Simon ha potuto impiegare una decina di pagine per descrivere un piccione sul davanzale della sua finestra… che ancora è lì  e aspetta una mano pietosa che lo faccia volare via. Ma Brodkey ne impiegherà quaranta per farci assistere, estasiati, a una fellatio in Storie in modo quasi classico) e dunque chi scrive deve misurare attentamente la relazione tra il tempo della scrittura, il tempo narrato e il tempo della lettura: quasi mai i tre tempi coincidono. A volte sono necessarie più parole per descrivere un’azione, perché una descrizione più sintetica ha l’effetto di un movimento accelerato, ridicolo, anche se il significato è lo stesso. A volte il contrario. Se Pierino è a letto con Pierina e suona il cellulare, posso certamente scrivere: «Rispose immediatamente». Ma se voglio suggerire che rispondere è per lui faticoso o penoso in quel momento dovrò dire qualcosa come: «Guardò prima il cellulare che suonava sul comodino, poi allungò una mano, lo sentì vibrare e finalmente si decise a rispondere». Quello che non devo fare è scrivere: «Non aveva voglia di rispondere ma prese ugualmente la telefonata». Perché? Perché in questo modo ho tolto al lettore la rappresentazione, l’ho informato su un fatto, che è quello che l’arte non dovrebbe mai fare, perché molte altre forme espressive, compreso il linguaggio comune, lo fanno già meglio.

8. Chi scrive non deve mai innamorarsi di un’idea. Il manoscritto dell’Infinito di Leopardi mostra soluzioni del tutto diverse via via scartate, perché quello che stava cercando era una forma compiuta e autosufficiente, non l’espressione di un sentimento. Non è il racconto che deve adeguarsi a ciò che voglio dire, ma ciò che voglio dire che deve adeguarsi al racconto. Questo è l’ostacolo più grande per chi inizia a scrivere, motivo per cui, almeno all’inizio,  è meglio scrivere di cose che non interessano minimamente (il sogno di Flaubert: scrivere un romanzo su niente). Diceva Cardarelli: Ispirazione per me è indifferenza. | Poesia: salute e impassibilità. Si può essere appassionati lettori, e anche lettori ingenui, ma questo è proibito quando si scrive.

8.1 Prima di scrivere un romanzo, cimentarsi in un romanzo o in un racconto di genere, perché lì le regole della retorica sono meglio definite (la retorica intesa come mediazione, luogo d’incontro tra le aspettative di chi legge e il mestiere di chi scrive) e si corrono meno rischi di naufragare nell’indefinito, lì s’impara il mestiere e ci si mette alla prova. Non è più facile scrivere un buon giallo o un racconto di fantascienza, ma richiede una stretta osservanza, un controllo sulla scrittura che educa alla disciplina letteraria.

9. Chi ama la gloria e scrive per la gloria può ricordarsi che tra un miliardo di anni (se non succede niente prima) il sole avrà reso irriconoscibile l’intero sistema solare, oppure, come diceva quel tale, può trascorrere le sue giornate prendendo a schiaffi i tutti i bambini che incontra, si sarà procurato così una posterità che non lo dimenticherà mai. Meglio scrivere per soldi. Meglio ancora per il piacere di scrivere e d’imparare a scrivere.

10. A volte anche i mediocri scrittori o i dilettanti hanno un’idea fulminante, come quell’amico che voleva iniziare un romanzo così: «La bambina, grazie a dio, era morta». Incipit splendido, ma come andare avanti? Una frase può suggerire un romanzo, può trascinarlo con sé meglio di una teoria o di un farraginoso schema morale (voglio scrivere sulla incomunicabilità della società, sulla povertà, sul potere, sul sesso, sulla vita di un artista ecc.), ma è solo un mattone. La fatica di mettere uno sull’altro migliaia di mattoni, di controllare continuamente il filo a piombo, di preparare la malta, di segare le assi ecc., questo è il duro lavoro dello scrittore, e a volte viene da chiedersi: chi glielo fa fare? Il contenuto e la forma di un romanzo o di un racconto sono inclassificabili e imprevedibili, si va dall’azione pura di Un manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, all’Uomo senza qualità di Musil. Ma tutti hanno in comune la costruzione. Niente dovrebbe appassionare uno scrittore più della costruzione, non la lingua (con buona pace dei linguisti, che come i becchini vengono a esequie avvenute e mettono la cassa sotto terra), non il bello scrivere, non la bravura, non la cultura, ma la semplice costruzione. Infatti il lettore si innamora dei personaggi, si appassiona a quello che accade, patisce, spera o soffre, attende con ansia la pagina successiva. Oppure smette alla prima pagina. La magia della scrittura narrativa è tutta qui. Il resto, come  direbbe il generale Patton, sono balle.

da Samgha, la comunità dei lettori online

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