Davide Morganti, autore del romanzo "Caina" (Fandango), ad Affaritaliani.it: "Ho raccontato l'affascinante ferocia femminile..."

Sabato, 31 ottobre 2009 - 16:50:00

A proposito dello stile di "Caina", il romanzo è talmente 'forte', 'irregolare', 'ritmato', che chi lo legge ha la sensazione che l'autore si sia divertito scrivendo di giorno in giorno il romanzo. E' così?
"Come le dicevo, il racconto risale al 1998. Il romanzo, nella sua prima stesura, al 2002. Poi, mentre ne scrivevo altri, lo riprendevo quando avevo un 'buco'. Mario Desiati mi ha chiesto di metterci di nuovo mano. Diciamo che con la mamma pensavo in italiano, con la figlia in dialetto...".

A quale personaggio si sente più 'affezionato'?
"A Vincenza, la figlia, perché espone il suo odio senza mediazione, disinteressata a qualunque altra forma di pensiero giusta. Lei è donna di viscere, di forza, è razzista fino alla sfinimento. Però poi si innamora di un egiziano, e questo la rende ancora più feroce, invece di addolcirla".

Le piace il noir italiano così tanto di 'moda'?
"Ho letto solo Angelo Petrella, grande amico e scrittore di alto livello. 'La città distratta' ha una costruzione micidiale. Non me la sento, quindi, di esprimere giudizi. Le mie preferenze vanno alla vecchia letteratura russa".

Passando agli scrittori stranieri, quindi, quali sono i suoi punti di riferimento lettarari?
"Dostoevskij, Gogol, Cecov, Bulgakov. E poi De Lillo, Kafka, Pessoa e chissà quanti altri ancora...". 

Pensa che sia possibile una trasposizione cinematografica per 'Caina'?
"Non ho mai pensato il romanzo come film, non so, sono sincero, non è un problema che mi sono posto. Nè tantomeno era un fine quando ho iniziato a scrivere. Anche se pubblico per Fandango, al momento non ci sono progetti per una riduzione cinematografica".

L'immagine della Campania che ne viene fuori non è certo idilliaca. Si è molto parlato del caso-Saviano. Pensa che la letteratura possa avere un ruolo 'forte' in una terra piena di problemi?
"Un libro serve alla vita di un singolo, viene dalla vita, ma non cambia la collettività. Gli unici ad averlo fatto sono stati il Vangelo e il Corano. Ma credo fortemente nella forza della parola. Urlare e denunciare, dire anche quando le orecchie della gente sono rauche. Sono voluto restare in Campania perché credo nell'assunzione di responsabilità e non cerco territori, per così dire, più civili, dove accomodare meglio la mia vita. Non fuggo, resto. Non disprezzo, insisto. E trasformo la mia rabbia in forza. In definitiva, i luoghi, gli uomini, le parole, ognuno ha bisogno dell'altro. Se viene meno uno di loro, non c'è più posto per nessuno".

In "Caina" è assai presente l'ossessione religiosa. Basti pensare alla tripartizione cattolica delle sezione del libro: Via Lucis, Via Crucis, Via Matris...
"Vengo da un'educazione cattolica. Ho studiato in seminario, ho il grado accademico in teologia e una grande passione per i testi religiosi sin da ragazzo. In Vincenza, la ripetizione del nome di Gesù non nasce da un'abitudine, ma dal fascino della sua passione. Vincenza lo considera uno dei tanti che si è messo in fila per il giudizio universale, dove ognuno sarà peggiore di come è stato sulla Terra. Prova disgusto per la liturgia, ormai vuota, e avverte una specie di sofferenza cristica nel mondo, che lei sente nella voce dei morti che parlano dal cemento nel quale sono stati sciolti. Vincenza avverte la morte come la resa dei conti alla quale Dio non sa dare altra risposta se non con una crudeltà ancora maggiore...".

 

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