L'intervista/ Philippe Daverio ad Affaritaliani: "Io recito alla Scala ma la cultura in Italia è morta. Si colpiscono i giovani e i graffiti anziché i falsi in bilancio"

Sabato, 8 novembre 2008 - 10:00:00

di Francesca Zardini

Teatro/ Per la prima volta alla Scala la Vedova Allegra di Franz Lehár, operetta della belle epoque rivista in chiave moderna. Narratore, il critico Daverio
Affabulatore, narratore, ospite d’onore della Vedova Allegra al Teatro alla Scala (vedi box) è il critico d’arte Philippe Daverio. Un ruolo inedito per lui, un'esperienza difficilmente ripetibile, come lui stesso spiega in questa intervista ad Affaritaliani. Nella quale parla di teatro ma anche della sua visione pessimista per il futuro della cultura in Italia: "Un paese che non ama più i suoi cuccioli, che si accanisce con i giovani che fanno i graffiti (che a me non piacciono, ma sono una manifestazione di arte) mentre non hanno le stesse pene persone più mature che magari falsificano i bilanci".

Innanzitutto complimenti, ho assistito a molte  prove e alle prime due recite…
“Ha visto come siamo migliorati?”


Philippe Daverio
Sì ho visto, ma ho anche assistito alla metamorfosi del testo: all’inizio lei seguiva molto scrupolosamente le indicazioni di Stoppard, poi lo ha man mano abbandonato per dare più spazio all’improvvisazione.
“Sì, occorreva. Noi non siamo inglesi, e bisognava ragionare in funzione della comprensione e di un’ottica contemporanea. Vede, gli inglesi hanno generalmente un complesso di superiorità nei confronti dell’Europa…”

Che chiamano “continente” …
“Esattamente, per cui era poco verosimile riproporre il testo di Stoppard senza contestualizzarlo. In più vi è alla base un concetto estetico e storico differente, l’idea di belle époque, che per gli inglesi coincide con il regno della Regina Vittoria, per noi europei è l’ultimo momento di divertimento prima della catastrofe e della tragedia della I guerra mondiale. Si tratta di due percezioni distinte, e Stoppard, sebbene sia nato in quella che oggi si chiama Repubblica Ceca, è cresciuto in India, nel Commonwealth, per poi diventare cittadino britannico a tutti gli effetti, più British di così si muore. I milanesi, invece, sono nell’intimo ancora per metà austriaci e respirano decisamente un clima più mitteleuropeo, e a loro, all’interno di un’operetta mitteleuropea, non poteva essere riproposto il testo di Stoppard.”


Philippe Daverio sul palco della Scala (foto Marco Brescia – Teatro alla Scala)
Come lei saprà Franz Lehár aveva inizialmente pensato il ruolo di Njegus per un baritono. Lei canta? Suona? Avrebbe cantato il ruolo? Quel’è il Suo rapporto con la musica?
“Suono male, canto solo in auto. É ovvio che con  l’età la voce diventa baritonale, ma non avrei mai e poi mai potuto cantare il ruolo di Niegus, per cantare occorre avere una tecnica, ed io non ho mai coltivato la mia voce.”

Ripeterà l’esperienza? In un’altra produzione? In un altro teatro? La rivedremo ancora in un contesto operistico?
“Non credo. Quest’esperienza è stato un gioco irresponsabile, per fortuna non ho eredi diretti, se no avrebbero potuto interdirmi.”

Perché?  Mi sembra che il ruolo del narratore Le abbia calzato a pennello e l’esito è stato molto positivo…
“Io credo in quello che viene deciso nell’ufficio programmazione dietro San Pietro… nel Paradiso intendo, in questo “ufficio progetti” si dispone di noi secondo i progetti e le risorse che servono. Tutto quello che ho fatto nella vita non l’ho cercato, mi è per così dire capitato …”

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